Revisione romanzo: Il bacio dell’angelo caduto- Titolo, copertina, trama.

Orbene, è la prima volta che commento e recensisco un romanzo per capitoli. Penso che sarà per me fonte di grande esperienza. Di solito quando leggo un libro, lo divoro, ma poi mi accorgo che di quel libro mi rimane poco, molto poco. Quindi, penso che revisionando ogni capitolo, avrò modo di lasciare, sia a voi, che a me stessa, un arricchimento interiore, che poi è lo scopo primario del leggere.

Inizierei pertanto a commentare titolo e copertina. Infatti in essi sono contenute le aspettative. Finché non vedi il titolo, o perlomeno la copertina, tu non ti azzarderesti mai a prendere un libro. Sono i due elementi che attirano l’attenzione del lettore, anche se in questo caso potremmo meglio definirlo consumatore, perché di fatto al giorno d’oggi molti libri sono fatti per uso e consumo.  Che cosa è avvenuto nel mio caso? Cosa mi ha portato a scegliere questo libro e non un altro? Il titolo.                                                                            Questo titolo ha risuonato nelle mie orecchie nel primo istante in cui l’ho visto. Ho provato a far finta di nulla, ma non ci sono riuscita. Inevitabilmente mi ha attratto. In copertina c’era (e c’è) un angelo, un angelo oscuro, che sta cadendo, mentre le sue ali perdono progressivamente le piume. Alcune di queste poi sono rosse e luccicanti, e non fanno altro che invogliare il lettore-consumatore a comprare il libro. Al di là delle piume luccicose, “Il bacio dell’angelo caduto” mi ha colpito per diversi motivi. In primis, adoro le storie fantasy-bibliche. Angeli e demoni mi hanno sempre affascinato, proprio perché affascina l’idea che delle creature tanto vicine a Dio possano ridursi peggio di noi. Vuoi conoscere il lato umano di questi personaggi intriganti, vuoi vedere cosa sono capaci di fare…                     Nel titolo di questo romanzo sembrava promesso proprio questo iter conoscitivo.                   Inoltre, la parola bacio prometteva amore, amore che è sia salvezza che tentazione, e che quindi non aiuta a capire dove finisce il bene e inizia il male in questi personaggi dalle mille sfumature. Da grandi premesse derivano grandi responsabilità, ed ecco che mi accingo a leggere la trama, perché quando soldi e tempo sono in ballo, non puoi permetterti di comprare un libro a scatola chiusa, qualunque sia il suo titolo.

Dice la trama: Nora è la tipica ragazza della porta accanto: molto carina, seria, studiosa. Patch è il classico cattivo ragazzo, strafottente, complicato e decisamente affascinante. Lei non sa perché lui la attragga tanto, in fondo non è il suo tipo. Lui invece sa benissimo perché inizia a corteggiarla, ed è un motivo oscuro e inquietante, legato ad un passato talmente spaventoso da risultare semplicemente inconfessabile. Patch non ha dubbi su quello che è giusto o sbagliato quando si avvicina a Nora, eppure lo fa. Se vuole restare su questa Terra, dovrà rubarle la vita, letteralmente. Invece sarà lei a farlo. Perché la passione può attraversare i secoli e trascendere la comprensione, perché l’amore può davvero cambiare le persone, rendendole invincibili e… immortali.-

Wowow calmini, troppa carne al fuoco. Innanzitutto ci viene subito palesato che è una storia d’amore “thriller romance”, quindi per arrivare a un finale positivo, se ci sarà, i due dovranno passarne di cotte e di crude. Lei è la tipica ragazza eccetera eccetera… lui il tipico eccetera eccetera… Attenzione! Dietro al “tipico”, che di solito viene usato per esemplificare le presentazioni iniziali dei personaggi, c’è anche una premessa: proprio perché li chiamiamo tipici, lo scrittore vuole che noi non ci aspettiamo nulla da loro, e poi sorpresa! Ecco che escono allo scoperto con azioni travolgenti. Ma in questo caso sembra proprio il “tipico adolescenziale”, che in parole povere si tratterebbe in: situazione impossibile tra due ragazzi che non si incroceranno mai, e che invece si innamorano.      Che tradotto ancora in senso più stretto vuol dire: sogno della ragazza media occidentale. Uff, l’ho detto. Si, perché nella vita reale per quanto ti piacciono questi tizi, se sei una brava ragazza ti sposi il bravo ragazzo, e non il “tipo difficile figo ma complessato”.                       Nel frattanto noi diciamo che, con questi presupposti, è chiaro che il libro vuole farsi vendere ad un pubblico giovane, e qui rientra in scena il lettore-consumatore, che di solito è appunto un/a ragazzo/a desideroso/a di coronare i propri sogni mentali. Non vorrei dire nulla, ma vista anche l’età di chi ha scritto questa storia (Becca Fitzpatrick, da poco laureata in medicina, buttatasi subito a scrivere), dal momento che difficilmente una persona adulta corona in questo modo i propri sogni, è probabile che abbia scritto questo libro a titolo commerciale. Poi però è ovvio che i motivi sono i più disparati, senza per forza doverli prendere in mala fede: vuoi per farti conoscere, vuoi perché devi fare i soldi, i titoli attira-giovani vendono tanto e bene, e lei ha scelto di scrivere questi, che tra l’altro non sono nemmeno difficili da fare (forse).

Ma torniamo a noi e all’analisi della trama. I due sono attirati l’uno dall’altra e lui sa perché, ma lei no. Questo prepara il primo alone di mistero. In particolare lui dovrà rubarle la vita- WOWOWO! Fermi tutti! Che cosa significa? Dovrà farla fuori? Perché dovrebbe farla fuori? La trama dice: se vuole restare su questa Terra….- Appare assai difficile mettere un nesso logico tra le due affermazioni, quindi per il momento le lasciamo in sospeso, ben sapendo però che si verrà a creare il famoso “conflitto” che tanto ci piace.                                  E invece sarà lei a farlo- wuts? Quindi tocca a lei a farlo fuori? E lo fa? E poi come va a finire? Ancora più conflitto! Signori miei, davanti a tutto questo conflitto siamo estasiati. Ed ecco che la trama si conclude con una sviolinata sull’amore che può cambiare le persone e fa miracoli, ecc…- e qui attenzione di nuovo. L’amore rende immortali, ti fa passare attraverso i secoli, ti cambia… Questo ci induce a pensare che la forza dell’amore, un qualcosa di intangibile e totalmente irrazionale possa, diciamocelo, fare magie. Ma in che modo? In che modo l’amore fa attraversare i secoli? Qui si può speculare: forse uno dei due è proprio l’angelo caduto, o forse sono entrambi angeli. Poi, gli oscuri segreti legati al passato del signorino Patch, terribili e inconfessabili, ecc… fa pensare che probabilmente sia lui l’angelo di cui stiamo parlando. Ma per ora sono solo speculazioni.

Per concludere posso dire che questo libro, sebbene si presenta come libro commerciale a tutti gli effetti, potrà comunque regalarci sorprese. Pertanto la sua revisione continuerà nel prossimo articolo.

 

 

 

 

 

 

 

Elucubrazioni di bellezza interiore “Eat mah shit”

Eros e Thanatos, amore e morte. Questo è stato per me un periodo fortemente trascendentale. Incredibile a dirsi, ma più facile a farsi: quando accade è spontaneo e meraviglioso, la realizzazione di avere una comprensione superiore. Attualmente è la mia musa ad ispirarmi queste parole, dopo un’intensa serata di attività, come potrei definirle…. fashion, o meglio di ricerca della bellezza.

Premetto che oggi è stata una giornata particolare. Ho visto la mia cuginetta Flaminia che non vedo praticamente da anni, e devo dire che è cresciutina, una bella esperienza, mi ha fatto rispolverare memorie infantili che avevo sepolto….

Poi ho visto un mio amico di famiglia morto all’obitorio. Esperienza che non esito a definire sconvolgente e affascinante allo stesso tempo. La morte è incredibile. Rende le persone delle “cose”. Non più uomini, ma statue immobili. Osceno, pietrificante, eppure allo stesso tempo attraente. Fa paura. Ho versato qualche lacrima, perchè avrei voluto salutarlo quand’era ancora in vita, il che mi ha fatto riflettere sul fatto che certe cose non tornano più indietro- lezione da tenere ben a mente. Comunque sia, discorsi funerei a parte, questi giorni sono un pochino schizzata.

Schizzati è bello, perchè significa che le pulsioni di vita stanno per manifestarsi in maniera esplosiva, e sono sempre positive. Quindi oggi, anzi, questa sera, ho ricercato la bellezza. Ho provato a mettermi dei trucchi convenzionali (devo imparare a truccarmi per via del Lucca Comics, in quanto dovrò fare un cosplay super di Jinx) ma la sensazione dei trucchi sulla faccia è snervante, la odio, mi pare di avere una maschera, o meglio, delle cose tossiche sulla faccia. Jeez. Allora mi sono struccata, e poi comunque prima non ero propriamente truccata, sembravo una reduce di guerra, mi sono pure scritta sulle guance “Eat mah shit” con la matita, tanto per farvi capire… Ho spiegato a mia madre che questa è l’era di cercare un nuovo metatrucco, ovvero un trucco capace di esaltare, non la perfezione del viso, che ci rende esteticamente tutti uguali, bensì gli inestetismi caratterizzanti, ovvero: le mie vene.

Si, ho delle vene sulla faccia, proprio ai lati della bocca, che sembrano due baffi blu, e sono meravigliosissime! Sono ciò che mi rendono unica. Pensavo allora di valorizzarle. In preda alle pulsioni di vita (viva Freud), ho preso i megacolor e ho iniziato a farmi una sorta di maschera tribale sulla faccia, disegnando sopra alle zone venose delle sorta di fuochi blu. Il risultato? Una merda. Però sentivo che quella era la MIA merda, e perciò era perfetta. Mi sono sentita più bella, più spontanea, ho lasciato che la vita scorresse ovunque sul mio volto. Poi ho realizzato, un po’ come la scoperta dell’acqua calda (che scoperta!), che la bellezza è dentro di noi; ma badate bene, non centra nulla con quelle cagate del tipo “accettati per come sei” (con un’accetta), no no! Si trattava invece di manifestare all’esterno il proprio io caotico interiore, l’Es. E questo caos che genera felicità siamo noi, per cui io potrei dire che c’è una sorta di ispirazione divina dietro tutto questo, o perlomeno, è buono e giusto, e quindi forse ha a che vedere con il fatto che Dio ci ha fatti tutti belli e diversi. Boh.

COOOOmunque, si, è stato figo. Però mi sono ripulita la faccia perchè si. Poi ho provato a ingioiellarmi. Ritengo che le collane di perle vadano ancora in auge, probabilmente grazie alle correnti hipsteriane e stronzate varie, onde per cui, la collana di perle è ancora cool, ma solo se portata sulla testa, ovvero: a mo’ di corona, o matrona romana per meglio intenderci. Insomma una sorta di antico e moderno insieme. Da un’orecchia mi sono messa un orecchino a forma di rosa a cui manca il fratello, e dall’altra una spilla a balia che ho faticato non poco a metterla. Il look è assurdo, mezzo quadro antico, mezzo non si sa, ma è splendido, perchè è una manifestazione di vita e di pensiero proprio. Epico.

Un unico problema: l’ispirazione giunge sempre nella notte, quando uno deve andare a dormire. Ma perché? WHYYYY?

 

Au revoir my friends.

TsukiyAMO- 6° capitolo

Ma porco cane, gliela farò a scrivere? O dovrò vivere di calci in culo per il resto della mia vita? Accidenti, la scuola mi toglie ogni voglia di vivere! In ogni caso eccolo, perchè se non lo avessi scritto, avrei dovuto fare harakiri per non buttare via il mio onore. Arigato Gozaimasu

CAPITOLO 6- Grazie Shu.

Merda! Merda! Merda! L’esame. Cielo. Non sono pronta. Non sono pronta per l’esame!

Ero sconvolta. Sul mio cuore pesava un senso di angoscia senza pari. Mi toglieva il respiro.

Com’era possibile che avevo dimenticato quell’avvenimento? Oggi era il giorno del mio destino, in cui si sarebbe deciso tutto il mio futuro.

Ero paralizzata, non riuscivo più a camminare. Boccheggiavo per un filo d’aria.

Da una parte volevo andare, ma il panico mi tratteneva ancorata al cemento della strada. Però non andarci determinava la mia immediata espulsione.

Passo dopo passo, con l’angoscia nel petto, mi trascinai per arrivare fino all’Accademia. Ferma, davanti alle sue scale, la fissavo in tutta la sua angosciante maestosità; un senso di vertigini, orribile e malizioso, mi risucchiava verso il suo ingresso. Entrai, ma dentro di me era vuoto. Nella mia mente ero già espulsa.

Entrando in classe vidi che non ero l’unica. Il nervosismo aveva colpito tutti, tranne Sai, che continuava ad essere boriosamente orgoglioso e spavaldo. Gli avrei fatto ingoiare il mio pugno!

Di fatto le gambe non riuscivano a reggermi. A stento trattenevo l’impulso fortissimo di andare al bagno, per non parlare del battito accelerato del mio cuore.

Sospirai forte.

In quel momento suonò la campanella, e ci allineammo in fila per l’entrata del maestro.

Maestro che non entrò.

Passarono cinque minuti, ma nessun maestro si stava presentando.

In compenso entrò il preside. Ci guardammo spaesati.

-Ragazzi, buon giorno.

-Buon giorno signor Ryosuke-, rispondemmo in coro.

-Come oggi sapete, avrà luogo il primo esame a eliminatoria, che come avevo ben detto all’inizio dell’anno, servirà ad eliminare tutte le scartine prima che si inizi a far sul serio. Onde per cui oggi non ci sarà nessun maestro.

La prova di oggi infatti, ed incredibile a dirsi, non è una prova pratica. Bensì è teorica.

La prova è un test a domande aperte, che verrà corretto in giornata dai vostri docenti. –

Qualcuno alzò una mano.

-Quante domande ci saranno?

Il preside rise, e ci guardò negli occhi uno per uno.

-Una.

La risposta ci fece perdere la nostra compostezza. Una sola domanda? Era quello il test terribile che aveva mietuto vittime nel corso di decine di anni? Una semplice e sola domanda?

-Bene. Ordunque mettetevi seduti e prendete una penna, perché tra poco arriverà il test. Avete tutto il tempo che volete per rispondere alla domanda. Chi non risponderà sarà automaticamente bocciato e non potrà mai più ripresentarsi in questa accademia. Chi non passerà l’esame, verrà ugualmente bocciato. Allora che ne dite?-

Ingoiai la saliva. In quel momento il preside sembrò quasi divertito dalle nostre reazioni confuse. Persino l’impassibile Shinji aveva perso le staffe.

-Ehi Nanami! Cosa credi che ci sarà in quel test?

-Non lo so, Sakura, non oso immaginarlo.

-Beh, speriamo bene. In bocca al lupo.

-Crepi- risposi macabra io.

Il preside rientrò e questa volta aveva tutti i fogli, uno per ciascuno.

Presi tremante il mio foglio, tirai un bel sospiro e lessi la prima e unica domanda:

Chi sei tu?

Cos… che diamine… -Mi scusi signor preside!- lui si girò verso di me. -Si tratta proprio di questo il test?-

Mi rispose immediatamente: -Certo. E da come rispondi verrà decisa ogni cosa.

-M-ma non è un modo oggettivo per selezionare degli chef!- protestai.

-Non spetta a te giudicare.- mi liquidò lui. Uscì dalla classe e se ne andò.

Rimasi con un pugno di mosche. Tutti erano già al lavoro, ognuno per conto suo, con la penna in mano, a pensare che cosa scrivere. Fissai e rigirai il foglio tra le mie mani.

Chi sono io? Io sono Nanami Kojima, ho 15 anni. I miei genitori hanno pensato di ricattarmi, esaudendo il mio desiderio. Mio padre mi odia e vorrebbe vedermi sulla strada, nel senso di vincere o morire. Tutto ciò che ho fatto fin’ora fa pena, perché io non so essere competitiva. Però mi sono iscritta a questa accademia con il sogno di cambiare la mia vita, ma la dura realtà mi ha fatto capire che non basta un nuovo inizio per cambiare chi sono. Poi un giorno vengo ricattata da un Ghoul, un certo Gourmet, l’unico essere su questo pianeta che gradisce ciò che faccio, senza farmi sentire uno straccio. Sfortuna vuole però che io debba cucinare organi umani, forse il mio unico, triste, macabro talento. Poi rischio la mia vita diverse volte, assisto a diversi omicidi, esco con un assassino, ed infine eccomi qui, al punto di svolta della mia vita, dove devo combattere per vincere o abbandonarmi a vivere lungo la strada, senza un futuro. E quando la sfida mi si presenta davanti, cosa succede? Che l’unica cosa contro cui devo sfidarmi sono io. Fate un test solo per farmi dire chi sono io. E cosa mi succede se non vi piace il mio io? Io non voglio arrendermi, voglio lottare, per poter dire di non essere una perdente, per non lasciare che la parte più debole di me mi convinca ad abbandonare ogni cosa. Io questo voglio. Sembra un cane che si morde la coda. Sarò io che deciderò se farmi passare o no, non c’è altra scelta.

Quindi, ditemi voi chi volete che io sia, e io lo diventerò. Sono pronta a tutto ora, a qualunque cosa.

Questo non significa che io mi piegherò a chi vorrà mettermi i piedi in testa. Voglio dire invece che sono pronta per diventare una persona migliore, e che grazie a questa accademia io sarò migliore.

 

——-

Così che dovrei scrivere? Immagino che voi vogliate sentirmi dire questo.

Si, penso proprio che volete queste parole voi. E allora ve le scriverò, tralasciando alcune parti, ovviamente. E che il cielo me la mandi buona.

 

Finii di scrivere. Era passata un’ora. Anche i miei compagni iniziavano a consegnare. Consegnai il foglio con quello che avevo appena scritto al preside, che era venuto a ritirarli.

-Bene ragazzi. Le esaminazioni inizieranno fin da subito. Verrete chiamati uno per uno, quindi mettetevi in fila.

Rimasi seduta. Il preside uscì dalla classe, lasciandoci tutti con una fortissima ansia. C’era chi aveva degli attacchi di panico e doveva correre al bagno. Io ero immobile, sulla mia sedia. Non riuscivo a muovere nemmeno un mignolo. I battiti del mio cuore erano lentissimi. Trascorsero ore interminabili.

Finalmente chiamarono il mio nome.

Seguii uno dei maestri, che mi portarono in un’aula magna dove era presente tutta una commissione.

Io mi sedetti davanti a loro come mi invitarono a fare.

-Buon giorno signorina Kojima

-Buon giorno risposi io.

-Come crede che sia andato il test?

-Non lo so. Questo spetta a voi deciderlo, non esiste un giusto o uno sbagliato nell’essere sé stessi.

-Bene dunque. Questa commissione ha esaminato la tua risposta. Per cui, siamo giunti alla conclusione che lei non è il tipo di persona di cui questa accademia ha bisogno.

Ero esterrefatta. Il mio cuore cessò di battere.

-Che cosa significa…? Io…

-Sarebbe inutile spiegarle le motivazioni per le quali abbiamo deciso di scartarla. Non le capirebbe. È immatura, non è pronta per diventare una chef. Lei come ben sa, accettiamo solo giovanissimi, con grandi, grandissime ambizioni. Avremmo potuto decidere di farla passare, ma vista la sua attitudine, l’incapacità di reggere la competizione, gli sbalzi di umore, è certo che non è fatta per questo lavoro. Può riconsegnarci il suo grembiule ed andarsene.-

 

Oh, bene.

Così si concludeva il mio sogno.

Ma perché ho pensato anche solo per un attimo di vincere?

Con la coda tra le gambe, mi alzai, gettai il grembiule per terra e me ne andai.

Guardavo dritto davanti a me, senza badare realmente a dove stavo andando. Uscii, senza guardare in faccia nessuno. Anzi no. Li guardai bene, uno per uno. I miei compagni, i miei adorati compagni… Chi rideva… soltanto a guardarmi in faccia, aveva capito tutto, e si stava facendo beffa di me. Chi mi ignorava, e mi vedeva solo come un problema in meno, un fastidio minore volato via. E due facce nel mucchio, una piena di compassione, che forse avrebbe voluto provare a consolarmi ma non ci riusciva, ed un’altra, che mi guardava intensamente per dirmi “ecco, vedi! Lo sapevo sarebbe finita così.” Sakura e Shinji, senza dirmi una parola, mi accompagnarono all’uscita.

Li guardai ancora un momento, mentre essi ondeggiavano le loro mani, lievemente per salutarmi.

Forse feci un debole sorriso, ma mi girai, scesi le scale, e non li rividi mai più.

Vagando, come in un sogno, per una città che inglobava i suoi abitanti.

Misi le mani in tasca, e tastai la lettera di Tsukiyama.

-Quella merda…- pensai istintivamente. Buttai via la sua lettera nel primo secchio che vidi.

Come un automa proseguii il mio viaggio di sola andata. Tornai a casa.

Schiavai la porta, in casa non c’era nessuno. Ma la prima cosa che vidi, davanti al corridoio, era la valigia. Mi stava aspettando già da molto tempo, quella valigia.

Presi il mio fardello, e come un’anima dannata che si avvia all’inferno, uscii di casa, lasciando le chiavi dentro, perché non avrei più fatto ritorno.

-Addio. Addio a tutti.

Pronunciai quelle parole con una freddezza che mi stupì. Iniziai a ridacchiare, anche se le mie guance erano infuocate, e le lacrime sgorgavano a getto.

Così diventare grandi a forza, faceva questo effetto. Bene allora, è tempo di iniziare una nuova… vita, se così la si può chiamare.

A testa bassa me ne andai. Non so dove stavo andando, ma le gambe trascinavano il mio corpo da qualche parte. Tutti avrebbero continuato a ignorarmi comunque, persino davanti a una quindicenne che lascia casa per non tornarvi mai più.

Attraversai ponti, strade e ferrovie, ma alla fine giunsi alla stazione.

Il primo treno per il Kanto mi avrebbe portato a Sapporo, e lì avrei rivisto mia nonna, e avrei vissuto da lei fintanto che non fossi maggiorenne.

Con i miei risparmi mi pagai un biglietto e montai sulla carrozza.

 

Il treno era in procinto di partire, quando vidi qualcuno che attirò la mia attenzione. Un ragazzo dai capelli viola mi faceva gesto di saluto. Mi stava urlando, sembrava disperato.

Scossi la testa, non poteva essere lui.

Ma quando fu più vicino, lo vidi chiaramente, era proprio Tsukiyama.

Mi ridestai dal mio torpore malinconico. Stava battendo sui vetri.

Scattai in piedi, e mi fece segno di uscire. Lasciai la mia valigia, tutto ciò che avevo, e scesi dal treno appena in tempo, perché lo shinkansen stava già partendo.

Lui aveva il fiatone, era spettinato, sembrava davvero sconvolto.

– Nanami…- disse ansimando- Nanami, ti ho trovata!-

-Si… certo- risposi intontita io. -Cosa c’è?

-Perché stavi partendo? Dove volevi andare?

-Non sono cose che ti riguardano!- sbottai io.

-Si invece!- Rispose prontamente lui.-

-E perché dovrebbero riguardarti? Tu sei un piantagrane, uno stalker, un ghoul, un..!-

-Un amico.

-Cosa?- esclamai.

-Voglio essere tuo amico. Ti supplico!

Ancora non connettevo bene cosa stesse succedendo.

-Lo so che non ci sono parole per definirmi, lo so che ti ho assillato continuamente, che ti ho chiamato sempre in modo strano, che ho recitato sempre la parte del nobilastro, ma io non ho amici…- disse tra le lacrime. La sua espressione di dolore mi diede un tuffo al cuore. Non avrei mai immaginato di vederlo così. Le sue mani tremavano, e la sua voce era interrotta da singhiozzi disperati.

-Ieri… ieri sera… ho rischiato davvero di perderti! I miei genitori ti volevano morta. Non puoi immaginare l’inferno che ho dovuto passare per salvarti la vita-

E infatti solo allora mi accorsi dei segni di graffi e lividi che aveva dappertutto. Era davvero ridotto male, sembrava l’ombra del ghoul che conoscevo.

-Per tutto questo tempo non ho fatto altro che costringerti a fare quello che volevo. Ma non avevo idea di cosa significasse l’amicizia. Scusami, se non ho fatto altro che infastidirti.- Disse voltandomi le spalle.

-Ma poi, è pure giusto che tu non mi voglia vedere. Dopotutto nessuno vorrebbe essere amico di un mostro. Per cui ti chiedo perdono.-

 

Lo presi per un braccio e lo rigirai verso di me. Il suo volto era stravolto di lacrime che discendevano tra le scalanature del sua bocca.

Lo guardai bene, e non potei fare a meno di provare pietà per lui.

Istintivamente lo accarezzai, sperando di farlo star meglio.

Probabilmente anch’io stavo piangendo.

Ci ritrovammo abbracciati, a piangere ognuno sulla spalla dell’altro.

In quei momenti non c’era bisogno di parlare per capire che ad entrambi era successa una tragedia.

Pensai così forte in me, che forse riuscii pure a dirlo: Ti perdono, ti perdono! Non mi importa quello che hai fatto. Sei pur sempre l’unica e sola persona che mi abbia mai cercato in vita mia…

 

Grazie, Shu.

 

 

FINE CAPITOLO 6

 

 

Ciao. Scusami se ti ho fatto aspettare. Odio la scuola. Però no, non voglio le tue scuse, ho sbagliato, non mi sono impegnata. Spero almeno che il capitolo sia di tuo gradimento.

Se ti è piaciuto lascia un mi piace su Facebook, e scrivi una recensione, perché ne ho un disperato bisogno per scrivere. Arigato Gozaimasu.

BibiSan.

TsukiyAMO- 5° capitolo

Ce la posso fare. Posso finire questa storia. Grazie a tutti coloro che mi supportano :)

Bando alle ciance, ecco qua il capitolo:

CAPITOLO 5- Il Ghoul dalla luna storta

Dannazione!- pensai, mentre ero china a ripulire il disastro -Com’è possibile che capitano sempre tutte a me?-

Questa volta ero riuscita a far cadere una scatola di uova in un colpo solo, e le uova Crack! Si sono frantumate a terra. Fossero state uova qualsiasi, sarebbe pure passato, ma in questo caso ero riuscita a rompere delle uova di struzzo, grosse e costose… e la frittata ovviamente l’avevo fatta sul pavimento.

Questa volta però, non potevo biasimare nessuno se non me stessa.

Mi sentivo gli arti pesanti, gli occhi gonfi, il naso chiuso. Non avevo alcuna voglia di muovermi. Se avessi potuto, mi sarei infilata sotto le coperte e avrei dormito per almeno un giorno intero.

Gli avvenimenti di una settimana fa… avevano sconvolto l’Accademia.

La misteriosa scomparsa del maestro Takeshi fu un terremoto che sconvolse alunni e insegnanti.

Ma nessuno, nemmeno la polizia, poteva dare una spiegazione logica a ciò.

Nessuno sa che è stato Tsukiyama a farlo scomparire, ma tutti sanno che sono stata io l’ultima a vederlo. E adesso ho sempre gli occhi puntati contro.

Tutti quelli che mi conoscono mormorano quando passo e mi guardano in modo strano.

L’atmosfera si è fatta fredda. Non ci sono più tante risate, e nemmeno scherzi nei miei confronti.

Tutti mi evitano come la peste.

Oggi ad esempio, Shinji, che di solito è collaborativo, si è rifiutato di passarmi il coltello.

-Shinji, mi passeresti il coltello per favore?

-N-no!- mi ha risposto lui.

Allora gli ho chiesto:-Shinji che c’è? Cosa ti prende?

-Non me ne va! Fattelo passare da Sakura il coltello!

Quello era un modo di reagire inusuale per uno come lui. Non l’ho mai visto arrabbiarsi, o anche solo mettersi a ridere, ma spaventarsi in quel modo…

-Ma dai, su, dammelo!

-E va bene, tieni! Ma poi non chiedermi più niente!

E non mi ha più rivolto la parola.

Di questo passo, se anche supererò l’esame, non mi parleranno più neppure i professori.

Mi sento molto stanca.

—-

-AAND THIS PROMISES- Bip

– Pronto? Chi è?

-Ciao Nanami.

-Oh, ciao, sei tu…-risposi demoralizzata.

-Ciao, spero non ci siano stati problemi a scuola- disse lui.

-Ci sono stati eccome. Adesso i miei compagni hanno paura di me. Non me lo dicono, ma me lo fanno capire in tutti i modi.

– L’importante, mademoiselle, è che nessuno sappia cosa sia successo. Comunque, ho un incarico importante da affidarti. È venuto a mancare il nostro vecchio chef. Vorrei che lo sostituissi tu per questa sera. Che ne pensi?

-Non ho scelta vero? Va bene…- sospirai. -Al solito ristorante, vero?

-Cosa? No, devi venire a casa mia!

-A casa tua? Ma che diamine! Non so nemmeno dov’è!- sbottai io.

-Non ti preoccupare, non è un problema quello. Allora?

-E va bene…- dissi con tono di rassegnazione…

-Ottimo. È bello poter far affidamento su di lei, Chef.

Bip-

Tsukiyama si è fatto gentile, troppo gentile, e così, di punto in bianco. Quella volta che siamo usciti voleva dirmi qualcosa, ma si è tirato indietro… I soldi, la fama, la compagnia… Sta stringendo qualcosa intorno a me. Ebbene, io non mi farò prendere in giro da lui, starò all’erta. È un Ghoul, ed è indubbiamente pericoloso. Nessuno mi può confermare la veridicità delle sue azioni. È possibile che fino ad oggi lui abbia finto di apprezzare ciò che preparo, e che persino l’uscita, in realtà non sia un metodo per circuirmi e poi uccidermi. Mi ha dimostrato già come riesce ad uccidere con facilità un uomo di grossa stazza, figuriamoci me.

Magari intende mangiarmi proprio oggi, a casa sua, magari dopo avermi… No, no. Non ci andrò da lui questa volta. Adesso andrò subito dalla CCG e lo denuncerò.

Però sarebbe un peccato. Insomma, il mio primo fan è anche l’ultimo, che disdetta.

Forse mi sto facendo un pippone mentale. Effettivamente, se avesse voluto mangiarmi, lo avrebbe già fatto, e di certo non mi avrebbe mostrato il suo volto, la sua voce, e adesso persino dove vive.

Mi levai il grembiule ed uscii. Finalmente la punizione per le uova era finita, e per un po’ me ne sarei stata a casa. Stavo uscendo da scuola in quel momento, quando vidi un ragazzo, elegante e ben vestito, che faceva strage di cuori. Lo riconobbi subito: era Tsukiyama!

Cercai di nascondermi dietro ai compagni che di solito evitavo. Fu tutto inutile, perché loro si scansarono da me e lui mi vide subito.

-Nanami!!!!

-Cazzo no!- pensai.

E invece venne proprio verso di me, facendosi strada tra i miei compagni, spintonandoli e scansandoli come se non fossero stati nessuno. Mi si piantò davanti e si inginocchiò cavallerescamente, coprendomi di imbarazzo fino alle stelle.

-Nanami ma chi è quello?- esclamò Sakura.

-È… è mio cugino!- dissi inventando una scusa.

-Sono il suo ragazzo- disse lui, sovrastando la mia voce.

Ci girammo entrambi.

-Ma che cazzo vai dicendo, davanti ai miei compagni?!

-Sta’ al gioco. E ora prendimi a braccetto mademoiselle, che ce ne andiamo.

Gli angoli della mia bocca si sciolsero giù come il burro. Lo presi a braccetto con la gioia che si può avere ad un funerale. Sentii un miliardo di occhi puntati su di me. Qualche ragazza mormorava il mio nome, oppure diceva: ma chi è quello?

Io tiravo per andarmene il prima possibile, ma lui camminava lento e sciallo, quasi godendosi il momento.

-Dai, cammina, sennò ci guardano tutti!

-E allora? Non sei contenta di ricevere attenzioni?

-No! Le odio. Sopratutto quelle negative, ossia le uniche che ricevo.

-C’est la vie.

-E poi perché mi sei venuto a prendere? Dove dobbiamo andare? Adesso non mi lasci nemmeno tornare a casa?

-Sono venuto per dirti come arrivare a casa mia- mi disse.

-Mi puzza di bruciato.

-Uhm, come sei perspicace Nanami- ribatté lui.

-Chiunque lo capirebbe che nascondi qualcosa. Avanti, sputa il rospo!

-E brava, hai esattamente ragione- rispose lui. -A casa mi stavo annoiando da pazzi, quindi sono venuto qui per fare quattro chiacchiere con te.

-Non ci girare intorno e dimmi: com’è che devo venire a casa tua?

-Giuro che quanto ti ho detto è vero!- disse lui alzando le mani. -Il nostro vecchio chef di casa è morto di vecchiaia, dopo una vita relativamente serena. Ora abbiamo bisogno di qualcuno che lo sostituisca, e tu sei perfetta. Ti piacerebbe stringere un contratto con la famiglia Tsukiyama?

-Eeeh?- esclamai io. -Ma no, cioè, non posso, sono persino minorenne, ma come pensi…-

-Neanche tu sei brava a scuse. Dai, sono sicuro che certamente ti piacerà!- incalzò Tsukiyama.

-No! Mi fa orrore maneggiare pezzi di carne!- sussurrai con la lingua tra i denti. -Anzi, a dir la verità sono abbastanza stufa di fare quel lavoro osceno! Ci pensi a quanto possa essere disgustoso per me?- sbottai stizzita.

-Uuuhm, no, suppongo?

-Ecco! Per l’appunto. Io a lavorare per te non ci verrò mai e poi mai. Al massimo questa sera- tagliai corto. -Non ho mica intenzione di passare tutta la mia vita facendo quelle oscenità.

Improvvisamente il suo volto si alterò. -Non farmi incazzare, Nanami! Lo sai benissimo che non hai scelta! Farai quello che ti dico, perché sei il mio animaletto!

Ah, allora stavano così le cose, eh? Ma questa volta risposi a tono: -Non faccio quello che mi dici perché sono il tuo animale, stupido Tsukiyama! Non credere di avere un controllo anche sui miei pensieri! E oltretutto posso sempre mandarti a quel paese, come adesso per esempio!

Mi guardò allucinato. Lo sguardo gli tremava. Stava per commettere qualche pazzia, ma non avrebbe potuto, perché eravamo in pieno giorno in mezzo alla gente.

Si girò da un’altra parte, e continuammo a camminare in silenzio. Io con le mani in tasca, e lui pure. E non ci guardavamo.

-Dove stiamo andando?- chiesi.

-A casa mia, ovvio- rispose secco. -Ecco, siamo arrivati.

Strabuzzai gli occhi. Nemmeno un pugno nello stomaco avrebbe potuto farmi sussultare tanto quanto la vista di una casa del genere. Era una villa immensa, con un giardino altrettanto grande e un viale di alberi che non finiva mai. Rimasi con la mascella a sfiorare terra. Tsukiyama sembrò divertito dalla mia reazione.

-Ti piacerebbe avere una casa del genere eh? Penso che dopo questa visione riconsidererai la mia proposta. E ricorda: stasera alle sette, non mancare, altrimenti…

-Altrimenti cosa? Non c’è bisogno che minacci!- incalzai io.

-Bene, lo spero.

Alzai i tacchi e me andai. Tsk. Gourmet dei miei stivali.

Tornai a casa. Non ne potevo più di girare per Tokyo. Ero spossata e anche un po’ affamata. Tornata a casa mi feci una doccia veloce e mangiai la prima cosa che c’era in frigo.

Con tutta la storia di Tsukiyama, la cucina, il Gourmet, mi scordavo invece delle cose davvero importanti: l’esame. Il fottutissimo esame ad eliminatoria.

Poco si sapeva al riguardo, se non che era terribile e gli studenti venivano decimati.

Forza e coraggio Nanami, puoi farcela. Se credi di poterlo fare, allora in qualche modo ce la farai! Mi dissi. Ma non mi convincevo. Mi accasciai tra i cuscini. La verità era quella e una sola. Potevo dare la colpa a chi mi pareva, ma l’ansia che mi premeva il cuore, il nervosismo e l’irascibilità erano solo frutto della mia incompetenza. Avevo creato un mostro dentro di me, che mi torturava ogni giorno con l’ansia di questo esame. E con una piccola, orribile verità. Sicuramente sarei stata l’unica a non passarlo. Facevo solo pasticci su pasticci e tutti erano contro di me, quindi che senso aveva sperare di passarlo?

Ma no, no. Perché continuavo a pensare in quel modo? Così pensavano gli sfigati. Io dovevo puntare in alto. Ce l’avrei fatta, contro tutte le avversità.

Erano le sette, ed ero al cancello della villa degli Tsukiyama.

Citofonai. L’idea di dover rivedere la faccia di quel Ghoul mi fece venir voglia di piantarlo in asso, ma seguii comunque il cameriere incaricato di ricevermi, che mi guidò fino alla cucina,

L’ambiente di casa Tsukiyama sembrava confortevole, e tutta la servitù dimostrava gentilezza e disponibilità, facendomi dimenticare che erano pur sempre dei Ghoul, e come tali, anche loro mangiavano carne umana, e probabilmente facevano a pezzi le persone loro stessi.

Verso le otto tutto era pronto, e l’odore di carne cotta si diffondeva per tutta la villa.

Le gambe non reggevano più il mio peso. Per quattro volte di seguito ero fuggita in bagno per vomitare. Ero stravolta.

Con l’ultimo briciolo di energia che avevo, chiamai i camerieri che portassero in tavola i piatti, mentre io mi misi a sedere per riprendere fiato.

-Lo giuro, non ci verrò più!- esclamai a me stessa.

In quel momento uno dei camerieri entrò in cucina.

-Signorina Kojima, i padroni di casa desiderano ardentemente vederla- mi disse.

-Va bene, arrivo subito.

Lo seguii, percorrendo i corridoi più sfarzosi di casa Tsukiyama. Non c’era pavimento che non fosse coperto da un tappeto, mentre le pareti erano piene di quadri e candelieri. Le ampie finestre a volta davano sul giardino della villa, dal quale era possibile ammirare la fontana illuminata.

Il cameriere si arrestò sull’uscio della sala da pranzo, ed io entrai. La sala era sobria, comparata al lusso dei corridoi. C’era solo un tavolo, finemente apparecchiato, con delle sedie nere lucide, e un lampadario a gocce che pendeva dall’alto.

Seduto, a capotavola, c’era un uomo, che mi colpì molto per il suo modo di vestire, elegante ma eccentrico, tipico della sartoria d’alta moda. Nonostante i baffi e gli occhiali, la sua somiglianza con Shu era sorprendente.

Mi resi conto solo in quel momento di averlo già visto diverse volte in televisione, infatti era un volto noto dell’imprenditoria giapponese.

Di fianco a lui sedeva una donna bellissima, dal fisico di una modella e il portamento da regina. I suoi occhi erano taglienti come rasoi, e mi squadravano da capo a piedi. Quando mi vide, un lampo balenò nei suoi occhi, e io rimasi impietrita.

Scattò in piedi. Il lungo vestito rosso che indossava le ricadde sui fianchi. Con assoluta freddezza, disse al cameriere: -Occupatene tu.

-Come desidera, madame.

-Ehi! No! Aspettate! Che cos’è questa storia?!- esclamai di getto.

Il signor Tsukiyama era immobile, e squadrava la moglie da dietro gli occhiali.

-Nessuno ci ha mai detto che eri umana. Sai troppe cose- disse la signora -Forza, portala via!- aggiunse, rivolta al cameriere. Lui fece un inchino e mi prese di peso, ma io mi impuntai con i piedi. -Cara, forse stai esagerando. Magari Shu avrà avuto le sue ragioni…- disse il signor Tsukiyama. Ma sua moglie non lo guardò nemmeno. Io continuavo a urlare e dimenarmi.

-Lasciami andare! Lasciami!

-Mi dispiace signorina, ma queste sono le regole della casa.

Il padre sospirò. Io mi volsi a guardarlo con rabbia. Lui poteva far qualcosa e invece rimaneva lì a tavola, a sospirare come un impotente. Ruggii e cercai di scattare, provocando le maniere forti nel signore impomatato che mi tratteneva. Sentii una botta arrivarmi in testa, e poi, il buio più totale.

Prima che i miei occhi si chiudessero definitivamente, vidi Tsukiyama correre verso di me.

Bravo. Lo sapevo che era questo il tuo obbiettivo. Vienimi a prendere, e facciamola finita, una volta per tutte, con questa pagliacciata.

Non sentii cosa disse, sembrava stesse urlando, con la mano tesa rivolta verso me. Lo vidi lontano, sempre più lontano…

Aprii gli occhi. Mi alzai di scatto guardandomi intorno. Ero in una camera e non in paradiso. Ed ero viva. Tirai un sospiro di sollievo. Dopo un po’ mi accorsi di un dolore terribile che mi lancinava la testa. Dopotutto avevo ricevuto un colpo forte, ed era un miracolo se non ero morta.

Indossavo ancora i vestiti di quando ero uscita di casa. Accanto a me, su un comodino, c’era un orologio. Erano le sette e mezza del mattino.

Accanto l’orologio, una lettera. Stavo per prenderla, quando qualcuno bussò.

-Avanti

Entrò una cameriera, che portava con sé un carrello, con sopra quella che sembrava la mia colazione. Mi venne a dare il buongiorno, e lasciò educatamente il vassoio sopra il tavolo della stanza.

Mi alzai, ma non mi aspettavo di fare colazione con del normalissimo caffè e una brioche. Per sicurezza aprii la brioche, ma dentro sembrava proprio che ci fosse crema. Mangiai sconsolata. Dopo quello che avevo passato, una buona colazione ci voleva per farmi recuperare le energie.

Presi la lettera, tanto l’avrei letta in un secondo momento. Avevo ancora con me lo zaino, con cui ero venuta. Senza perdere ulteriore tempo, uscii dalla stanza. La stessa cameriera mi stava aspettando fuori, e mi accompagnò fino all’uscita posteriore della villa.

-Spero che la stanza e la colazione siano stati di suo gradimento.

-Si, si, certo- risposi con una certa noncuranza. -Ne sono felice. Arrivederci signorina Kojima. Ah già, dimenticavo- aggiunse- i signori Tsukiyama si sono espressamente raccomandati di non fare più ritorno e di non dare alcun peso alle minacce o ai ricatti del signorino Shu. È tutto.

-Oh, bene!- dissi sollevata- Grazie mille allora, e arrivederci!

Accidenti! Quella si che era una notizia. Niente più Tsukiyama tra i piedi.

Mi sentivo meglio, però c’era qualcosa che ancora non portava.

Poi improvvisamente ricordai. Oggi era il giorno fatidico…

…il giorno dell’esame a eliminatoria!

FINE QUINTO CAPITOLO

Uff! Eccolo qua, il quinto capitolo. Vi lascio con il mistero: ce la farà Nanami a superare l’esame? E cosa conterrà quella lettera?

Tsukiyamo 4° capitolo

Ohiii! Grazie! Se stai continuando a leggere la roba che scrivo, allora grazie di cuore! Sei la benzina del mio fuoco! Sei ciò che mi spinge ad andare avanti! Quindi ecco per te il quarto capitolo 😀 E dopo, se non lo hai ancora fatto, metti un bel mi piace sulla mia pagina Facebook Bibisan Writer!

QUARTO CAPITOLO- Aperture

Guardai al di là del vetro; fuori, in città, le stelle brillavano debolmente. Il vetro era appannato, e il cielo privo di nuvole.

Alzai lo sguardo. Vorrei proprio essere anch’io, lassù- , pensai-Tra le stelle e oltre, senza preoccupazioni!
Scossi la testa, crucciando le sopracciglia.
Tsk. Cosa vado pensando stronzate simili?! Devo rimanere con i piedi per terra. Queste sono solo inutili fantasie per bambine.

Sbuffai. -Sono diventata stranamente irascibile. Non mi riconosco più, forse sto cambiando, chissà, magari sto finalmente crescendo.- dissi. -Oppure è la tensione, lo stress di questi giorni, l’avvicinarsi dell’esame…- , sospirai malinconica.
-O forse…- digrignai i denti- O forse è proprio quel Ghoul. Quel perfido malefico Gourmet!-
Balzai sul letto. -Si, indubbiamente, è sicuramente lui che mi fa incazzare! Quel lurido bastardo che… – Mi serrai le labbra, mordendomi la lingua- Che mi costringe a cucinare dei cazzo di organi di persone!- , dissi tutto d’un fiato.
Ansimai. Mi accorsi che effettivamente stavo male. Una sottile striscia di malessere mi afferrava la bocca dello stomaco, e non voleva lasciarla andare.

-Che senso ha tutto quello che sto facendo? Perché non mi ribello mai? Perché devo sempre essere io quella che cede ai ricatti?- , dissi tra le lacrime. Mi rannicchiai a guscio, sotto le coperte.
-Non ho bisogno di soldi io, anche se non ho nulla! Non ho bisogno di fama, gloria o complimenti! Io voglio solo…- singhiozzai- Voglio solo essere lasciata in pace, senza nessuno che mi dica più cosa devo o non devo fare!-

Mi morsi il collo del pigiama. -Grrr! Gourmet! Se credi di potermi continuare a controllare ancora, ti sbagli di grosso! Domani, si, domani- , dissi- andrò dalla CCG e ti denuncerò! Ci penseranno i colombi a conciarti per le feste! Voglio proprio vedere se mangerai ancora carne umana!- Ghignai. Domani…


-Nanami? È pronta la salsa? Mancano solo quindici minuti, e dobbiamo ancora impiattare!- Urlò Shinji. Io ero dall’altra parte del bancone, alle prese con la salsa al burro.
-Eccomi, arrivo!- risposi. -Wow, Nanami, oggi mi sorprendi! Sei più veloce del tuo solito!- disse Sakura. -C’è forse qualcosa che ti preme?-
Io feci una smorfia. C’è da andare a denunciare un Ghoul pericoloso, ecco cosa mi preme! Ma figuriamoci se lo vengo a dire a te!
-Ehm, diciamo che… Che mi sento più veloce oggi. Si, oggi mi sento proprio veloce!- dissi. Sakura la bevve. Finimmo di impiattare il nostro capolavoro, le lumache alla bourguignonne, specialità tipica francese.
-Splendido. Abbiamo finito.- disse Sai- Ora non ci resta che aspettare i complimenti del nostro caro professore!-
-V-Vorrei farti notare che tu non hai fatto nulla per tutto il tempo…-
-Sakura?
-S-Si?- rispose lei timorosa.
-Vedi di stare al tuo posto, se non vuoi venire espulsa anche tu come Nanami- Annunciò con occhi spiritati. -Ah già- , disse rivolto a me. -Nanami, com’è che oggi non hai piagnucolato come al solito? Mi sembra molto strano!-
Il suo sarcasmo mi fece ribollire l’acqua nel cranio. -Non fai affatto ridere, lo sai?-
Lui per tutta risposta mi sghignazzò in faccia. Poi però si fece immediatamente molto serio.
Si avvicinò sempre di più, strisciando sulla punta dei piedi. Le nostre facce erano molto vicine, troppo vicine.
Poi mi diede un ticco violentissimo sulla testa.
-Ahio, cazzo! Mi hai fatto male! Ma che ti prende oggi? Sei peggio del solito!-
-ESCI DA QUESTO CORPO ESSERE MALEFICO! IO TE LO ORDINO!-
-Ehi! Sono sempre io, non ho nessun essere malefico dentro di me!-
Sai era scoppiato a ridere, tenendosi la pancia e asciugandosi le lacrime. Sakura mi guardò preoccupata, e Shinji… Oh bhe, lui era privo di ogni voglia di vivere come al solito.

Il pessimo scherzo di Sai fu la riprova di quanto già pensavo. Stavo diventando irascibile. In tempi meno sospetti infatti, mi sarei messa subito a piangere. Dovevo sbrigarmi, dopo la scuola, a correre dagli agenti, così avrei messo fine a tutte le mie preoccupazioni.
La campanella finalmente trillò. Eravamo nell’ultima fase della lezione, e il maestro Takeshi avrebbe assaggiato i nostri piatti. Il maestro Takeshi era in assoluto il maestro che mi faceva di più rabbrividire. Era un omone alto, grosso, peloso, nerboruto, dagli occhi sottili come le lame di un coltello. Aveva dei denti enormi, drittissimi come soldati, e quando sorrideva malignamente a noi studenti, dispiegava il suo esercito dentale. Ciò che più mi intimoriva di lui era il suo atteggiamento.

Mentre cucina, il maestro Takeshi è sempre brutale, e ha una strana fissazione con la carne. Quando guarda a noi ragazze poi, ci tratta con una gentilezza quasi maniacale, al contrario di tutti gli altri maestri, ma con i maschi si dimostra duro, inflessibile, quasi sadico certe volte; eccetto che con Sai, ovviamente. Eppure… le mie compagne sembrano non accorgersene di queste sue stranezze. Pensano che sia normale, che è solo un uomo all’antica. Ma sono sicura che non è così.
Eccolo che arriva.

-Allora ragazzi, mostratemi cosa siete riusciti a fare!
-Ecco maestro- disse Sai spocchioso- Noi, rispetto a tutti gli altri gruppi incompetenti, abbiamo preparato un piatto di grande raffinatezza, le lumache alla bourguignonne.
-Oh- fece il maestro- Molto bene. Bravi.- Ci squadrò uno per uno. Passò il suo sguardo su Sai e Shinji, senza alterarsi, per poi sorridere mostruosamente, con i suoi piccoli occhietti famelici, a me e a Sakura, che fece un passo indietro.
-Ora, assaggerò il piatto!- e si portò alla bocca un lumacone, infilzandolo con uno stecchino.
-Uhm, direi che va bene. Il sapore è delicato, si sentono le spezie. Ma la salsa- , fece una pausa- è in assoluto la cosa venuta meglio di questo piatto.-
Sai come al solito si prese meriti che non erano suoi. -Ovvio, maestro, l’ho fatta io.
Ma come si permetteva?!
-No, sono stata io a farla!- esclamai.
Sai spalancò gli occhi. -Come ti permetti di infangarmi così? Mi stai dando del bugiardo?-
-Ma se sei tu che mi stai infangando!- aggiunsi io- Maestro, io ho preparato quella salsa! Sono io che ho miscelato il burro con il latte e le spezie, e io l’ho portata a cottura.-
-Bene allora. Vorrà dire che dopo ti insegnerò come fare ancor meglio.- E sorrise. Nei suoi occhi balenò un lampo di inquietudine, che mi fece trasalire.

Sai mi prese a forza e mi girò.
-Ehi! Non ti permettere mai di metterti fra me e i miei successi, hai capito? Io sono il figlio del preside e tu non puoi venire a dirmi qual’è la verità e qual’è la menzogna, perché sono io che decido come vanno le cose, qui. Posso farti espellere quando voglio, quindi, cara Nanami Kojima, dalla tua posizione ti conviene di più piangere!- disse Sai tutto d’un fiato.
-Ah si?- risposi io- E allora com’è che ancora non mi hai espulso? Forse perché in realtà non sei tu che decidi qui, ma tuo padre! E io sinceramente, non ho più voglia di piangere, hai capito?-
Sai rimase a bocca aperta. -TU…!-
I compagni che erano rimasti a guardare si intromisero, dividendoci. Mi girai da un’altra parte, non valeva la pena di continuarlo a guardare.

Le lezioni terminarono. Io corsi a levarmi il grembiule, e lo riposi nell’armadietto. Mi girai. Il maestro Takeshi era proprio davanti a me, e mi stava fissando dall’alto della sua stazza.
-Mia carissima allieva, non mi dispiacerebbe se rimanessi qui ancora un po’. Oggi hai dimostrato del talento, e mi piacerebbe moltissimo se tu fossi interessata ad approfondire l’argomento. Sarebbe un peccato non migliorare questa tua potenzialità, non dopo aver persino reclamato il proprio podio.
Allora, che ne dici?- E sorrise, mostrando la fila armata di dentoni bianchi.
-No, grazie, non sono interessata- risposi prontamente, ma lui mi prese per mano, trascinandomi contro la mia volontà.
-Orsù, non fare la modesta, la modestia non è una qualità che si addice a uno studente di questa accademia!-
-Mi lasci, per favore!- Impuntai i piedi- Devo andare a fare una cosa importantissima! E poi devo tornare a casa!-
-Su! Non fare storie, ragazzina!- La sua voce ebbe un repentino cambio. Non avevo idea di dove mi stesse portando, ma adesso, tutto ciò che volevo fare, era scappare!
Dimenandomi provai a staccarmi dalla morsa invincibile del suo braccio. Iniziai a chiamare aiuto, ma mi tappò la bocca con l’altra mano. Mi prese di peso e corse via, tra corridoi stranamente deserti e aule vuote.
I suoi occhi erano spalancati, e per la prima volta vidi quanto fossero disgustosi: erano grigi, di un grigio acquoso e smunto, e le sue pupille erano piccolissime, e fremevano, fremevano per l’emozione. Io al contrario mi stavo dimenando in ogni modo possibile, con il cuore che mi premeva per uscire dal petto. Sentivo in me una forza mai provata prima, ma era tutto inutile, perché non riuscivo a liberarmi. Le guance si infuocarono, e le lacrime scesero copiose.
Quell’uomo era un rettile, una creatura più primitiva persino d’un primate. Ansimava, e rideva emettendo versi di soddisfazione. -Nanami, tu sei una di quelle ragazzine deboli che a me piacciono molto! Non puoi opporti a me, che sono il tuo maestro! Io so cosa è meglio per te!-
Mi prese per entrambe le braccia e mi sbatté al muro.
-Noi due ci divertiremo molto insieme! E se farai la brava bimba, che non dirai nulla a nessuno, parola del maestro Takeshi, passerai tutti gli esami con il massimo dei voti! *Anf anf *- disse lui, mentre mi iniziava a sbottonare la camicia.
-Lasciami! Lasciami maledetto porco!-
-Su! Non fare così! Lo sanno tutti che gli uomini sono animali! Consideralo come un piccolo sacrificio da fare per portare avanti la tua carriera!-
O Dio, è arrivata la mia fine?! Aiuto! Singhiozzai. Fa che qualcuno mi salvi! Ti scongiuro!

Clap. Clap. Clap.

Dal fondo del corridoio venne un applauso. Mi girai di scatto. -Ti supplico chiunque tu sia! Aiutami!
-Non ti preoccupare Chef! Non permetterei a nessuno di abusare così di uno dei miei animali domestici.
Quella voce era…!
-G-Gourmet?!
-Proprio io, mademoiselle!
Spalancai gli occhi per vedere meglio, ma non c’erano dubbi, era sempre lui. Stavolta indossava una giacca rossa a rombi viola. Portava sempre la sua solita maschera e il suo sorrisetto compiaciuto.
Senza pensarci due volte, iniziai di nuovo a divincolarmi.
-Ehi! Chi cazzo sei tu?! Vattene da qui, ragazzino! Altrimenti…-
-Tsk. Ma come parli? Cosa sei tu, un orso? Un maiale? Oppure un serpente? E che cosa vorresti farmi? Avanti, sentiamo cosa hai da dire…
…MA-IA-LE!-
L’esclamazione del Gourmet fu fantastica. In un balzo, il maestro Takeshi si mise a caricare verso di lui come un toro imbestialito. Quello era il mio momento per fuggire. Mi rialzai immediatamente in piedi, allacciando la mia camicia, e iniziai a correre verso l’uscita d’emergenza.
Mentre correvo sentii alle mie spalle un violento SPLAT. Quando mi girai, l’ultima cosa che vidi fu una macchia rossa sul muro. Tornai a correre, giù, per le scale antincendio. Doveva aver iniziato a piovere, perché sentii una goccia infrangersi sulla mia testa. Alzai lo sguardo, e per un attimo vidi sopra di me il cadavere riverso del maestro Takeshi, con gli occhi sbarrati, la lingua a penzoloni e una fiumane di sangue che si riversava dalla bocca.
Aprii la bocca per urlare, ma le gambe si incrociarono una con l’altra, e caddi per terra.
-Ahio! Cazzo…
-Come va mademoiselle? Nulla di rotto, spero.
Alzai lo sguardo. Il Gourmet era lì, ad un passo dalla mia faccia, con il suo solito sorrisetto.
-Che c’è? Che vuoi da me?
-Nulla, nulla!- Fece lui agitando le mani. -Ero solo venuto a trovarti.
-Tu che mi vieni a trovare?-risposi io, -Tsk. Assurdo. Se ti preoccupi tanto per me, allora perché mi chiami solo quando c’è da cucinare?- dissi mentre mi rialzavo. -Tanto lo so che mi vedi poco più di un qualcosa da mangiare.
-Ah, hai detto giusto. Infatti io penso che tu sia il mio animale domestico.
-E allora perché adesso ti interessi tanto a me? Sei sicuro di quello che dici?- lo incalzai io.
-Allora sei perspicace!- Scoppiò a ridere- Quindi non sei solo brava a cucinare, hai anche un ottimo intuito. E poi mi sembri più sveglia rispetto a poco tempo fa, o sbaglio?
Sentii le mia guance andare in escandescenza. -Uff, insomma, per cosa sei venuto?
-Ehi, come sei irascibile-
-Dimmelo!- dissi io allo stremo della pazienza.
-Oui, oui, mademoiselle.- fece lui ondeggiando la mano. -E va bene. Sono venuto a chiederti di uscire.
Strabuzzai gli occhi.
-CHE COSAAA?!
Era l’ultima cosa che mi sarei aspettata di sentire da lui, e invece…
-Si, hai sentito bene. È mia galante richiesta invitarti a uscire con me questa sera- disse con un inchino.
-Cos’è? Un trucco per farmi di nuovo cucinare qualcosa?- Ne ero sicura!
-No, no. Questa sera tutto ciò che dovrai fare è accompagnarmi.
-Per andare dove?
-In giro per le vetrine più lussuose di Tokyo. Per distrarci un po’.- E mi porse la mano.
Ero imbarazzata. Non era così che doveva andare. A quest’ora sarei già dovuta essere dagli uffici della CCG a denunciarlo!
-Se usciamo, allora però dovrai levarti quella maschera!- Così vedrò finalmente cosa c’è sotto!
-Uhm. Hai ragione.
Rimase in silenzio, poi, con un lieve gesto della mano, sfilò via quella luna storta dal suo volto.
Spalancai la bocca.
Davanti a me c’era un bellissimo ragazzo, dai lineamenti candidi come la neve. I suoi occhi erano sottili, ben definiti, violacei come due ametiste. Si sfilò il cappuccio, rivelando i suoi setosi capelli viola, e facendo ondeggiare i ciuffi come una star di un film.
-Eccomi, sono pronto mademoiselle. Che ne dici di andare a Shibuya-ku?
-Eeehm, sssi.
-Ok, andiamo allora.- disse porgendomi il suo braccio.
-E…e di quel cadavere?!- dissi indicando il corpo del maestro Takeshi, che ormai non gocciava più alcun sangue.
-L-l’ho hai ammazzato in modo osceno!- dissi portandomi le mani alla testa.
Lui fece le spallucce.
-C’est la vie. Effetti collaterali dell’essere un Ghoul. Ma non ti preoccupare, i miei servitori lo faranno sparire in men che non si dica.
Con un rapido gesto mi prese a braccetto, e magicamente, poco dopo, ci ritrovammo per le luminosissime strade di Shibuya, il quartiere più in di Tokyo. Camminando per strada, non riuscivi a fare due passi senza incrociarti con qualche cosplayer o con una loli. A ogni angolo c’era un maid cafè, pieno di graziose cameriere che ci salutavano con i loro sorrisi gentili. (Anche se ebbi l’impressione che salutassero più al Gourmet che a me).
Passeggiando, il Ghoul mi indicò tutti gli uomini appartenenti alla yakuza, che erano soliti ritrovarsi a Shibuya.
-Quello lì, e il signor Yamamoto, anche lui indagato per corruzione…
-Oh, certo che ce ne sono parecchi.
-Già.
Tutto era più magico a Shibuya. Persino ritrovarsi a passeggiare con il Ghoul che mi ricattava.
Mi sembrava assurdo pensare che stavamo uscendo, e invece stava davvero accadendo. Parlavamo del più e del meno. Lui sembrava felice, sorrideva spesso, e mi sembrò che lo stesse facendo con il cuore. Io invece ovviamente tenevo il broncio. Non mi fidavo mica di lui solo perché sorrideva. Camminavo con le mani in tasca, pestando i piedi per terra.
-Mia cara Nanami, non pensi di essere un po’ ridicola con quel passo?
-Ehi! Come ti permetti?!- Sbottai io.
-Ahahah! Mi piace la tua faccia quando ti arrabbi.- disse il Gourmet- Sei tanto buffa, sembri un fugu quando si gonfia!-
Strabuzzai gli occhi. -Non sono un fugu!
-Ahah! Però quella camminata proprio non si addice ad una ragazza come te. Dovresti camminare come un angelo e invece sembri un demone, e pure goffo.
-Questo è perché non mi va di uscire con te!- risposi io, con le braccia incrociate.
-Però com’è che adesso siamo a Shibuya?- disse sarcastico.
-Non lo so e non lo voglio sapere.
-Su, non fare così. Rilassati, dobbiamo distrarci, divertirci. Oggi non ti sono successe cose molto belle, quindi perché non scacci via i brutti pensieri? Guarda! Un maid cafè.
-No, non voglio una camerierina starnazzante che mi gira intorno tutto il tempo. Preferisco stare per i fatti miei.
-Che ne dici di un posto più tranquillo, come ad esempio un bar con biblioteca?- propose lui.
-Si, penso che vada bene. Ti piacciono i libri?
-Si, moltissimo!-, escalmò lui I libri mi aiutano nei miei momenti difficili.- Aggiunse con una punta amara nella voce.
-Hai… dei momenti difficili?
-Si, più o meno- e tagliò corto. – Quali sono i tuoi hobby, mademoiselle?
-Ho-hobby? Non penso di avere un vero e proprio hobby.
-Dai, non c’è nessuno che non ha un hobby.
-Cosa fai per hobby tu? A parte mangiare gli umani, ovvio.
-Suono, leggo, studio, oppure mi compro dei vestiti nuovi.- rispose malinconico. -E tu?
-Cucino.
-Oh, che bello! Cucinare deve essere un hobby veramente divertente.
-Si, più o meno. Sai, quand’ero piccola, vedevo sempre i miei genitori tornare a casa tardi e di mal’umore. Allora io decisi che avrei cucinato per loro, per farli stare meglio. Stavo sempre a casa da sola e avevo molto tempo libero da dedicare a questa attività. Mi sono allenata per tanto tempo a preparare le cose più disparate, e anche se i miei genitori non mi dicevano nulla, io ho continuato a farlo per loro. Una volta mia mamma mi ha persino sorriso. Per me fu fantastico, perché è uno dei pochi sorrisi che io abbia mai visto da parte sua.
-È una bellissima storia-, disse il Gourmet. -Anche io- trattenne il fiato- No, nulla.
-Uhm? Volevi dire qualcosa?
-No, stavo solo pensando ad alta voce, nulla di che.
Eppure ebbi l’impressione che voleva dirmi qualcosa. Continuammo la nostra passeggiata attraverso Shibuya. Casualmente passammo davanti al quartier generale della CCG, che assumeva un’aria minacciosa di potere e controllo.

-Oh! Quello è il quartier generale della CCG-, esclamò il Gourmet. -Incute timore solo a vederlo. Spero che tu non abbia mai pensato di andarci.
-No, non ci ho mai pensato nemmeno una volta.- Ma mi infuocai precocemente.
-Spero che tu sia sincera, mademoiselle. Mi dispiacerebbe se fosse il contrario.
Rimanemmo in un silenzio imbarazzato. Sbaglio o aveva detto, mi dispiacerebbe?

Entrammo in un bar libreria. Solo in quel momento mi porsi il problema di che cosa ci faceva un Ghoul in un bar. Forse era anche quello un bar Ghoul, come il ristorante.
-Allora, cosa ordinano i signori?- disse la cameriera.
-Io-, dissi- prendo un caffè.
-Un caffè anche per me, grazie.
Girai di scatto la testa verso il Gourmet. Lui sembrò capire cosa avevo in mente, perché mi disse:
-Si, lo possiamo bere anche noi.
Non parlammo molto. Nonostante tutto continuavo a sentirmi in imbarazzo. Non ce la facevo, non potevo dimenticare il fatto che ha ucciso persone innocenti. Il maestro Takeshi fa eccezione, ma, morire in quel modo non lo augurerei a nessuno.
-Mademoiselle, cos’hai? Vedo che stai aggrottando le sopracciglia.
-N-non è niente.
-Se c’è qualcosa che ti preme, a me puoi dirlo.
-No, sto bene.
Finimmo di sorseggiare i nostri caffè, e uscimmo dal negozio. Il sole stava volgendo al tramonto.
-Penso si sia fatta ora di tornare a casa.
-Già, se vuoi ti accompagno io. Ho la limousine di mio padre che ci aspetta nel parcheggio qui vicino e-
-No! Grazie.- mi affrettai a rispondere -Mi basta prendere la metro.
-Va bene. Ma la prossima volta ti accompagnerò io a casa. Grazie per la bella giornata, Nanami-san.
Grazie?! A me?! E mi aveva pure chiamato per nome?!
-G-grazie a te, ehm…- balbettai confusa.
-Tsukiyama.
-Cosa?
-Tsukiyama Shu, è il mio nome. Perdonami se non te l’ho detto prima.
Mi salutò cordialmente e se andò. Io rimasi ferma sul posto ancora allibita, con la mascella che sfiorava il marciapiede. Aveva detto perdonami, e mi aveva rivelato il suo nome.
Cosa diavolo stava succedendo?
Rimasi a guardarlo, mentre si allontanava a passo moderato.
Che fine aveva fatto il Gourmet, anzi no, lo Tsukiyama che mi ricattava e poi mi corrompeva per cucinare per lui?
Con questi pensieri mi incamminai verso la stazione della metro.
Qualcosa di lui non mi convince. Hai ragione a dire che sono perspicace. Tu vuoi qualcosa da me

Tsukiyama Shu.

FINE QUARTO CAPITOLO

Tsukiyamo- 3° capitolo

Dopo un certo periodo di scoramento da scrittrice, ecco qui il terzo fatidico capitolo. Prometto, entro la fine del mese uscirà il quarto! E sarà anche più lungo!!!!

TERZO CAPITOLO- Frattaglie

Frattaglie. Dopotutto si trattava di quello. Dovevo stare calma, e pensare il meno possibile. Solo in quel modo avrei evitato di disgustarmi persino di me stessa. Dovevo essere professionale, tapparmi il naso se necessario. Non era carne umana, no, assolutamente, si trattava di frattaglie di vitello, cuore di bue, lingua di vacca. Assolutamente.

Trattenni con forza la sensazione di vomito e mi feci forza.

In cucina erano presenti altri cuochi con me. A loro non toccava preparare interiora o cose del genere. Loro dovevano cucinare il pesce, i primi piatti, gli antipasti. Ma non dovevano maneggiare frattaglie. Ero in dubbio se essi fossero ghoul o meno, e se per caso sapessero se le carni che stavo maneggiando, non erano di natura animale.

Eppure no, mi sembravano tutti molto normali. Anzi, quasi tutti assaggiavano ciò che cucinavano.

Ai ghoul non piace il sapore dei nostri cibi, quindi per forza dovevano essere umani.

A meno che essi non avessero accettato il fatto di dover lavorare per i ghoul, ebbi la conferma che probabilmente non sapevano si trattasse di carne umana.

-Ehi ragazza, hai qualche problema con quelle interiora?- mi disse uno di loro.

-No, grazie, sono a posto!- risposi imbarazzata.

-Va bene, ma se non ti sbrighi a pulirle, all’aria aperta così a lungo si rovinerebbero. Piuttosto, di che animale sono?- disse con tanta nonchalance.

Si, era chiarissimo, non avevano la benchè minima conoscenza di ciò che era in realtà quella carne. Io sospirai e risposi- Sono di vaccina.

-Ottima scelta. – si complimentò lui.

L’atmosfera di quella cucina, ora così piena di persone indaffarate, di vapori, di profumi, era totalmente diversa. Non sembrava affatto un posto macabro. Mentre cominciai a pulire la carne per farla in trippa, mi diedi delle occhiate intorno. I cuochi usavano i frigoriferi alle pareti dai quali prendevano ciò che gli serviva. Ma non aprivano mai gli ultimi due frigoriferi vicini ai miei, nemmeno per errore, nel caos generale. Segno che probabilmente deve essere stato dato loro ordine di non aprirli. Infatti ci voleva un lucchetto, ma io non avevo la chiave. Tra di loro io ero una semplice stegista, secondo quanto avrebbe riferito il Gourmet. Una stegista che si specializzava nella preparazione della carne. Io avevo riservato una piccola parte di un angolo cottura, e nessuno badava a me e io cercavo di non farmi notare.

Mi sentivo fortemente sotto pressione. Il disgusto non era tanto per maneggiare la carne, perché anche i macellai, i chirurghi e le massaie maneggiano interiora tutto il tempo. Quello che mi disgustava di più era il fatto che quando venivano cucinate, assumevano lo stesso odore di una qualsiasi carne, e sembravano persino buone da mangiare.

Nella mia situazione non avevo tempo per pormi problemi etici ed onorifici di quello che stavo facendo. Non era il caso.

Per cuocere più in fretta quella trippa ricorsi alla pentola a pressione. Come al solito, al posto della verdura per il brodo dovetti usare quelle strane cose che trovavo in cucina. Quelle erano in assoluto le cose più disgustose da maneggiare, perché erano unte come degli olii, ma di natura umana, e potevano provenire da qualunque parte del corpo. Si poteva trattare di bile, di grasso, di plasma, di qualunque cosa che puzzasse di unto e acido.

Per fortuna nessuno sembrò farci caso.

Mescolai il tutto e misi a cuocere. Per un po’ non avrei dovuto maneggiare quelle schifezze. Nel frattempo preparai il piatto da impiattare, e diedi un’occhiata alla sala.

Il lusso di quel posto era vertiginoso. Tutto il pavimento era in marmo nero pregiato, comprese le colonne che si innalzavano fino al soffitto. C’erano immensi acquari dove nuotavano pesci multicolore e le aragoste, che venivano pescate fresche proprio da lì. Un orchestra jazz suonava toni languidi. Ovunque c’erano uomini ricchi, e riconobbi persino noti imprenditori della scena giapponese, accompagnati da donne bellissime. Girando con lo sguardo tra i commensali, cercai dappertutto per la figura di quel maledetto Gourmet che mi aveva costretto a venire qui di venerdì sera. Però non lo trovai. Non c’era nessun ragazzino della mia età, solo vecchiacci e meretrici.

Me ne ritornai in cucina piuttosto imbronciata. Al diavolo quel Gourmet. Se non si presenta, queste frattaglie faranno una brutta fine.

Cominciai a spegnere il fuoco, ormai era ora di impiattare. Ma del Gourmet nemmeno l’ombra.

All’improvviso mi venne incontro il cameriere che mi aveva aperto la porta.

-Chi sei tu? -Sono Nanami Kojima, mi manda il signorino MM.

-Prego, entra pure.

-Il piatto è pronto, ma..- Non ti preoccupare, ci penso io a portarlo al signorino. Per favore, attenda qui nel frattempo che il signorino dia un voto al suo piatto.

Detto ciò, lo prese e sparì. Io sbuffai e sbrontolai. Mi misi a ripulire il mio angolo.

Passò un’oretta buona. La cucina continuava ad essere un tumulto, ed io ero in imbarazzo perché ero l’unica che rimaneva a fare il palo.

Finalmente entrò il cameriere, che mi disse:- Prego, seguimi.

Io lo seguii. Attraversammo il salone principale, tra lo sguardo noncurante di numerosi uomini politici. Io cercai di non fissarli, ma uno di loro aveva uno sguardo terribile. Aveva gli occhi ambrati, incandescenti, che sembravano quelli di una bestia feroce. Era seduto in un angolo, ed era l’unico in quel posto che non rideva e non parlava. Io abbassai la testa e mi sbrigai a seguire il cameriere. In qualche modo lui fu comprensivo e mi disse:-Vedo che hai incrociato gli occhi della bestia. Sta tranquilla, non devi spaventarti. Quello è l’Unicorno in persona!

-L’Unicorno?

-Si! È il direttore supremo di questa catena di ristoranti. È un uomo rigido, senza vizi né piaceri nella vita. Ha sacrificato sé stesso sempre e solo nel culto della gastronomia. Non il rozzo mangiare per nutrirsi, ma il mangiare per espandere i confini della propria anima. Possiamo dire che lui è un cultore, un sacerdote del gusto, ma ha la fama di essere spietato, tanto da incutere timore anche ai critici. Se ti stupisce il fatto che io lo abbia chiamato Unicorno, è perché quello è il suo soprannome.

-Ah. Che soprannome buffo…

-Già, proprio buffo.

Montammo su un’ascensore. Il ristorante a quanto pare aveva tre piani. Il piano sotto terra, il primo e il secondo. Noi ci dirigemmo al secondo.

Quando le porte si aprirono, rimasi sorpresa della penombra che caratterizzava quella sala. La scena si ripresentava identica a quella del piano di sotto, con un’unica differenza: tutti gli ospiti presenti portavano delle maschere. Alcune anche molto grottesche. Avvertii un brivido spinoso risalire le mie vertebre. Tutti loro mangiavano carne e tutti loro avevano dei calici pieni di un liquido rosso, che non si poteva equivocare con il vino.

Appena entrammo, sentii decine di nasi fiutarmi, e occhi da ogni dove scrutarmi. In qualche modo il mio ingresso in scena aveva fatto scattare tutte quelle persone. Qualcosa mi diceva che quelli non erano umani, erano tutti ghoul!

Il cameriere mi guidò attraverso il salone, fino ad arrivare ad un tavolino, tutto ben pulito ed apparecchiato, al quale era seduto un ragazzo.

Si girò verso di me, e rividi la luna ghignante. Non c’erano dubbi: era il Gourmet.

Appena mi vide alzò lo sguardo, e mi applaudì.

-Splendid, good job. Anche questa volta hai fatto un ottimo lavoro, non c’è che dire. Il piatto era squisito, da leccarsi i baffi!

Io rimasi impietrita nell’imbarazzo. Non sapevo bene come reagire ai complimenti. Rimasi in silenzio, a fissarlo annuendo.

-Chef, che ne dici di venire anche domani qui?

-Non so… non- -Aspetta, aspetta… non temere, non ti farò venir qui gratis ogni volta, sarebbe ineducato scomodare una persona, costringerla a cucinare e rubare il suo tempo libero, senza nemmeno una ricompensa. Hai il mio apprezzamento e la mia stima, innanzitutto. Inoltre, penso che sia lecito lasciarti una mancia.

Aprì il portafoglio e tirò fuori 13.000 yen, e che mi venga un colpo, erano proprio per me!

-Ho riflettuto, e penso che questi chiudano la bocca molto meglio di qualsiasi minaccia. Perdonami se sono stato tanto sgarbato, mademoiselle. Allora, ci sarai domani e sera?

Attendeva una mia risposta. Io vidi quel denaro tra le mie mani frusciare, una verde promessa per il futuro. Dovevo rispondere. Non c’era tanto tempo per pensarci. Spontaneamente dissi subito:- Si.

Il Gourmet sorrise. -Ne sono immensamente felice. La ringrazio, Chef.

Quella parola risuonò nelle mie orecchie con il tintinnare di una campanella.

Mi diceva di venire, di seguirla.

Ero a casa. Ancora contavo i miei yen, senza riuscire a pensare ad altro. Soldi, complimenti, attenzioni. Tutto ciò che non ho mai avuto me lo avrebbe potuto dare quel Ghoul…

Se avessi continuato a fare ciò che facevo, io avrei venduto l’anima al diavolo, avrei perso me stessa. Potevo andare avanti in quel modo?

FINE TERZO CAPITOLO

TsukiyAMO 2° Capitolo

SECONDO CAPITOLO- Gourmet

La scena che mi si piantò di fronte non aveva eguali. In vita mia non avevo mai visto nulla di simile. Un uomo supino, con la testa rivolta verso la strada e l’osso del collo che usciva fuori dalla gola, immerso a terra in una pozza di sangue nero.

Aprii la bocca per gridare, ma non ci riuscii.

Un freddo gelido mi pervase e rabbrividii. Un braccio mi cingeva e teneva ferme entrambe le braccia, mentre una mano inguantata mi tappava la bocca.

Cercai di dimenarmi, ma le braccia respingevano ogni mio assalto. Infine mi arresi, e distesi ogni muscolo; dovevo provare a stare calma. -Tranquilla Nanami.- mi dissi.

Da dietro di me, il mio aggressore ridacchiava. La sua risata ben presto aumentò d’intensità, fino a diventare uno squillo argentino. -Non può essere più grande di me… Questa è la voce di un ragazzino.- pensai.

-Allora… che farai adesso, proverai di nuovo a ribellarti?-

Non c’erano dubbi. La voce era quella di un maschio, non ancora sviluppata.

Tolse la mano dalla mia bocca. -Chi sei tu!? Cosa vuoi da me!?- gli urlai.

-Sono un GHOUL, mademoiselle.

Il mio cuore riprese a battere forte. Lo sentivo come se volesse uscire dal mio petto per fuggire. Presi un bel respiro, e poi un altro ancora, ma il panico mi stava ugualmente scivolando addosso, inesorabile. Cominciò a venir meno la forza nelle mie gambe, lentamente mi stavo accasciando. Anche la mia vista si annebbiò. Potevo solo sentirlo parlare.

-Avevo intenzione di mangiarmi quell’uomo, ma sei arrivata tu, e questo non va bene. Adesso dovrò sbarazzarmi anche di te, e sarà inutile chiedere aiuto, proprio come per lui.

Guardalo, guardalo bene- mi disse. Prese la mia testa e mi buttò molto vicino a quell’uomo. Così vicino che sentii la puzza ferrosa del sangue marcio. Però fortunatamente non riuscii a vedere nulla, grazie al velo che si era formato sui miei occhi, e mi risparmiai di vedere lo spettacolo truculento dell’osso scarnificato che bucava la sua gola.

Riprendendomi per la testa, aggiunse: Hai un ultimo desiderio? Posso esaudirlo.-

Pensai a tutte le possibili soluzioni. Pensai e ripensai. Cosa potevo chiedergli, anche solo per salvare la mia pellaccia? Un solo ed unico desiderio. Scelsi la prima cosa che mi passava per la testa.

-VOGLIO CUCINARE!-urlai.

-Ho sentito bene? Hai detto cucinare?-

-Si. Si. Cucinerò… quel cadavere! Si! Sei un Ghoul giusto? Mangi le persone, quindi allora ti cucinerò quello lì!-

Il Ghoul rimase in silenzio. Lo sentii mormorare tra sé.

Schioccò le dita. -E sia! Te lo concedo. Allora cucinerai per me quest’uomo!-

Sospirai di sollievo. -Ma- disse- Dopo dovrò levarti di torno comunque. Sei pericolosa.-

Trattenni nuovamente il fiato. Questo significava che sarei morta comunque.

Sentii uno strano freddo pervadermi fin dentro le ossa. Non tremai più. Mi irrigidii totalmente. Il Ghoul mi tolse le mani di dosso. Non tentai nemmeno di fuggire. Ero fatta per arrendermi.

Tenni lo sguardo basso, mentre lui si diede da fare sul cadavere. Sentii uno schiocco, un orrido crack di ossa. Mi disse: -Andiamo.

Lo seguii distrattamente. Mi sentivo vuota, incapace di reagire. Fu come attraversare un sogno, fatto di vicoli e stradine buie.

Ad un certo punto entrammo da qualche parte, forse un locale, non saprei.

Era rigido, per cui mi portai mi strofinai le braccia, anche se non mi sarebbe servito a nulla.

Il Ghoul, che non avevo osato guardare, mi trascinò di peso davanti a un bancone, di cui quel locale era pieno. Dalla penombra fui sfolgorata da una luce abbagliante sopra la mia testa.

Una sequenza di luci si accesero. Ci trovavamo a tutti gli effetti nella cucina di un qualche ristorante, ma c’eravamo solo noi. Alla nostra sinistra, tutto il muro era coperto da celle frigorifere.

Il Ghoul mi scaraventò davanti alla faccia un cuore. Se fosse stato di mucca o di maiale non avrei protestato, ma in quel caso…

Un conato di vomito mi pugnalò lo stomaco. Inghiottii la saliva, cercando di non respirare il tanfo sanguigno di quella cosa.

-Forza- mi disse -fammi vedere quello di cui sei capace. Voglio un cuore arrosto. Dimostrami che sai cucinarlo.-

Meccanicamente mi tirò indietro i capelli e mi porse un grembiule bianco. Ed io lo indossai.

-Concentrati solo sull’azione, Nanami. Concentrati solo su quello che devi fare. Fa finta che sia di vitello. Non è umano * blurgh * non è umano, ripeto. È di vitello, fresco, appetitoso. Stai solo cucinando per un ospite. Concentrati sull’azione, hai capito? Come si prepara un cuore?

Tagliare a fettine sottili. Svenare. Mettere su una griglia a fuoco altissimo e lasciare che cuocia per un minuto. Condire con sale e pepe. -pensai.

Di sale e pepe non ce n’erano, ma frugando in qualche credenza trovai degli strani liquidi dentro dei barattoli, e decisi che lo avrei condito con quelli. Procedei da manuale, svenando e tagliando a fette sottili. Il Ghoul mi stava a guardare.

Sopra la griglia lo feci arrostire. Il profumo che ne scaturì sembrava tale e quale a quello del vitello. Il solo pensiero mi raccapricciò.

Con quelle strane sostanze unte, probabilmente di origine umana, feci una salsa, trattenendo il fiato ovviamente, per non sentire neanche solo una particella di quegli odori malsani.

Impiattai, servendo le striscioline con sopra la salsa, ancora calde.

Portai il piatto al Ghoul. Avevo i minuti contati.

Sentii la forchetta battere sul piatto, le sue mandibole triturare la carne e la sua lingua spingerla giù nell’esofago. Lo schiocco del palato mi fece improvvisamente alzare la testa, speranzosa.

Vidi finalmente chi era il mio Ghoul.

Un ragazzo, poco più alto di me. Indossava una felpa bianca con un cappuccio, che lo copriva fino alla testa. Un ciuffo ribelle di capelli viola usciva fuori del cappuccio. Portava dei pantaloni neri, in contrasto con la felpa, firmati Giorgio Armani. Lo stesso valeva per le scarpe. Ma non gli diedi molta importanza. Sul viso portava una maschera a forma di quarto di luna, sebbene fosse una luna raccapricciante, con un ghigno sorridente sopra all’occhio sinistro del Ghoul, e un buco che lasciava intravedere l’occhio destro. Era immobile, ma si stava leccando le labbra. Mi fissò dritto negli occhi, e anch’io lo fissai, serrando i pugni talmente forte che il sangue mi scivolò via.

Un attimo scomparve, e un istante dopo era accanto a me.

Mi sussurrò:- È davvero un peccato doverti uccidere.

Chiusi gli occhi e trattenni il fiato. Mi aspettai di ricevere un colpo, un morso, un qualcosa.

E invece quel colpo tanto atteso non arrivò mai.

In compenso il suo fiato gelido mi raggelò il collo. Strinsi i denti.

-Vuoi vivere giusto?

-Si-risposi senza la minima emozione.

-Allora da oggi in poi dovrai cucinare per me, mademoiselle. È inutile allertare la CCG. Se mi mandi contro degli agenti, io li farò fuori comunque, te compresa. Da oggi in poi sarai il mio animale domestico, per la precisione sarai la mia Chef e mi preparerai da degustare tutto ciò che io ti indicherò. Hai qualche obiezione?

-No.

-Bene allora.- il suo tono mutò improvvisamente e si fece stranamente caldo e cordiale. Ovviamente si capiva che fingeva. -Allora dammi il tuo numero di telefono. Ogni venerdì e sabato ci incontreremo qui. Io ovviamente non starò in cucina, ma nella sala attigua, ad aspettare che tu mi porti da mangiare. E non osare fare scherzi del tipo avvelenarmi, perché me ne accorgo se ci sono veleni nel piatto, anche di quelli che ti sembrerebbero inodori e insapori.

-Ok.

-Un ultima cosa, prima di salutarci. Questo posto è il retro di un noto ristorante, l’Unicorno.

-HAI DETTO- Si, proprio quello. La nota catena di ristoranti dell’Unicorno, serve anche i Ghoul, non solo gli umani. Ti raccomanderò io, non ti preoccupare. Verrà riservato uno spazio cottura anche per te.

-Va bene. C’è altro che devo sapere?- dissi con distacco.

-No!- sorrise lui. -Ci vediamo!- e si incamminò allegramente verso la porta.

-Ah, si!- esclamò. -Come ti chiami?

-N-Nanami K-Kojima. Mi chiamo così.

-Bene, piacere di conoscerti Chef, da oggi sarà questo il tuo soprannome. Goodbye, have a nice day!

Aprì la porta e la richiuse sbattendo. Mi aveva lasciato sola, in quel posto macabro. Mi sbrigai anch’io ad andarmene. Riposi in fretta quel grembiule e poi scappai via.

Corsi a perdifiato per la strada. Aveva persino iniziato a piovere. Ero sconvolta, stralunata. Raggiunsi la via principale, di nuovo affollata da fiumi umani. Ma non smisi di correre, nemmeno per un attimo, sotto la pioggia battente. Presi la metro, senza pensare a nient’altro che casa, e poi ripresi a correre, fino a quando non fui certa di chiudermi dietro la porta e di averla inchiavata a quattro mandate. La prima cosa che feci fu lavarmi le mani. Me le lavai morbosamente, passando il sapone su ogni millimetro della mia pelle. Mi lavai così tanto che me le stavo consumando per l’ossessione. Mi chiusi in camera e mi nascosi sotto le coperte, in attesa che arrivassero i miei genitori. Sentivo le gote riscaldarsi, come fossero state delle camere magmatiche, e le lacrime risalire ed uscire come un fiume di lava incandescente. Avevo davvero temuto di morire, ma finalmente ero salva, si, ero salva. Il mio pianto aumentò di intensità, e fui felice di liberarmi di tutto quel peso. Alla fine ero completamente zuppa, avevo bagnato anche le coperte. Tutta la tensione mi crollò addosso, e io non vidi più nulla…

***

-Ohè, Shu, ti ricordi di quando mi hai fatto l’agguato nel vicoletto? Ho ancora i brividi se ci ripenso…

-Oh, si, anch’io, ma un altro genere di brividi.

-CHE COSA HAI DETTO?

-Cosa ho detto?

-Non fare lo gnorri, perché mi fa incazzare!

-Perdonami, è che ti adoro quando ti arrabbi. Sei così spontanea…

-TSUKIYAMA!

-Come non detto… Calmato.

***

L’indomani mi preparai per andare a scuola. Avevo totalmente dimenticato tutto ciò che era successo. In quel momento pensai a ben altre preoccupazioni… gli esami di fine Dicembre.

Tra un mese avrei avuto quegli esami. Ma non sapevo se li avrei passati o meno. Se non li passavo… avrei celebrato il Natale come la povera fiammiferaia. Da sola, senza casa, senza famiglia, a vagabondare per le strade di Tokyo. Quel pensiero mi angosciava, era come stare in una costante apnea e lottare contro un leviatano, immersi dentro una vasca da un metro cubo.

I miei compagni avrebbero fatto di tutto pur di farmi fallire. E negli ultimi tempi mi ero accorta di come non si limitassero a minarmi psicologicamente. Il numero degli “incidenti” dovuti alla disattenzione o alla loro negligenza aumentavano. Ma sempre quando lavoravano con me. Ero sotto attacco, e avrei dovuto combattere da sola contro un gruppo di viscidi, determinati a tutto pur di vincere la competizione.

Mi ripromisi di non piangere. Questa volta avrei indurito i miei dotti lacrimali. Avrei stretto i denti e i pugni. Quell’esame andava passato. Il primo esame a eliminatoria dell’anno.

Mi vestii, e andai in cucina.

Come al solito i miei genitori erano già usciti. Però mi avevano lasciato le loro ciotole da lavare.

Negli ultimi tempi, anche loro si erano fatti più freddi nei miei confronti. Sempre di più. Non avevano fiducia in me, e probabilmente sanno già che ben presto mi dovranno buttare fuori di casa. Ma io dimostrerò loro il contrario. Farò vedere loro che non sono una che piange sempre!

Almeno spero…

Mi diressi a scuola, e mi incamminai per la strada che facevo ogni mattina, già brulicante di vita. Il sole faceva capolino da dietro i grattacieli. Ricevetti un freddo buongiorno da un alito di vento, e gli uccellini cinguettarono sugli alberi di pesco. Ma il lieto avvenire del mattino non smuoveva d’un passo i miei pensieri cupi. Inavvertitamente passai davanti al vicolo della sera prima, e in un attimo ricordai ciò che era successo, e fui presa da un rantolo di terrore.

La polizia aveva già provveduto ad isolare la scena del crimine, e gli investigatori della CCG erano già all’opera. Io fuggii, e corsi velocemente verso la scuola. Non avevo voglia di avere a che fare con quei tipi. Se quel Ghoul avesse scoperto che io avevo spifferato tutto, mi avrebbe fatto fuori senz’altro.

Finalmente arrivai a scuola. È vero che si stava meglio dove si stava peggio.

I discorsi del Ghoul mi diedero pensiero.

Ogni venerdì e sabato ci incontreremo qui. Io ovviamente non starò in cucina, ma nella sala attigua, ad aspettare che tu mi porti da mangiare.

Questo posto è il retro di un noto ristorante, l’Unicorno. La nota catena di ristoranti dell’Unicorno, serve anche i Ghoul, non solo gli umani.

Piacere di conoscerti Chef, da oggi sarà questo il tuo soprannome!

L’Unicorno. Una delle catene di ristoranti più note di Tokyo. Proprio in quel posto noi Chef, dopo il diploma, saremmo dovuti andare a lavorare. Manon immaginavo che ci fosse anche un lato per i Ghoul. Quindi… quella volta che il ristorante fu indagato per un traffico di carne umana… non erano solo dicerie. Era vero. E quel Ghoul aveva accesso al retro di quel ristorante, ovvero le cucine. In cambio della mia vita, avrei dovuto cucinare per lui. Questo era il prezzo della mia umiltà. Servire carne umana, tenere la testa bassa, e dar da mangiare a uno di quei mostri pazzi.

-Dalla padella alla brace!- Pensai sarcasticamente. Cosa avrei fatto se la CCG mi avesse scoperto? Sarei finita al carcere duro a vita. Fantastico, persino peggio che diventare barbona, ma con la differenza che almeno (almeno) avrei avuto un pasto garantito al giorno.

Con tutta la mia forza maledissi la mia vita di Merda, e per una volta fui persino felice a vedere le facce dei miei compagni idioti, piuttosto che quella maschera grottesca d’un Ghoul.

-Nanami? Ci sei? Ti vedo assorta-

-Che? Ah niente, scusami, stavo pensando.

-A cosa?- mi chiese curiosa Sakura Yamanata.

-Nulla, niente. Pensieri…-

-Sarà- Mi strizzò l’occhio, furbetta.

Urgh, chissà che diavolo stava pensando. Si era messa in testa che io dovevo avere un fidanzato, da qualche parte in questo mondo. Lei era l’unica del corso che più o meno sopportava la mia presenza, e addirittura mi chiedeva come stavo, non sempre, ovvio, ma a volte si.

Ogni tanto mi faceva domande fin troppo private, alle quali non rispondevo per esperienza. Alle medie, l’ultima volta che risposi a tutte le domande che mi venivano fatte, sempre per buon senso, tutti i miei segreti furono rivelati pubblicamente. Ho imparato a tacere, e da quella volta io taccio, sempre.

-ALLIEVI! AMMIRATE!

Il maestro Junai, esperto di pesce, prese un pesce palla. Quel giorno ci veniva mostrato infatti come si puliva il pesce.

L’urlo del maestro mi fece sussultare.

-Questo è un fugu, noto come pesce palla. Il suo veleno può uccidere fino a trentatré persone. Non c’è da scherzare con questo simpatico amico dalla faccia gonfia. Per selezionare le parti ed affettarle ci vogliono in tutto circa venti minuti. È un processo complicato, che richiede otto anni di addestramento. Ma intanto guardate come si fa!-

Rimasi a bocca aperta. Era incredibilmente difficile tagliare con cura quel coso. Il maestro era un mostro di precisione, e noi rimanevamo a guardare rapiti, l’arte con cui sezionava il velenosissimo pesce. Le sue carni erano sorprendentemente rosa. Mi fecero ripensare al cuore della sera prima.

Questa volta però non mi trattenni. Corsi in bagno a rigettare, scatenando la reazione dei miei compagni. Anche il professore si spazientì, perché perse la concentrazione e si sbagliò a tagliare il pesce. Finii in punizione, ma non solo.

-Kojima Nanami, dal momento che mi hai fatto sprecare un preziosissimo fugu e hai anche fatto ridere tutti i tuoi compagni, ebbene, all’esame di fine quadrimestre ad eliminatoria, non potrai contare sul bonus di riprova. Se fallirai, sarai davvero fuori.-

C’era un bonus per riprovarci…. e io non lo sapevo!?

Mi morsi la lingua dalla rabbia. Se non avessi ripensato a quello stupido cuore, a quest’ora avrei ancora il mio bonus!

È tutta colpa di quello stupido Ghoul! Si, è tutta colpa sua!

La campanella suonò, le lezioni erano terminate, si poteva tornare a casa.

Io me ne andai di fretta. Per una volta tanto ero solo incazzata, senza aver versato i soliti litri di lacrime. Camminavo come se avessi avuto il piombo nelle scarpe.

D’improvviso il mio cellulare squillò.

-AAAND THIS PROMISES BROKEN, DEEP BELOW, EACH-

-Pronto?

-Pronto Nanami Kojma? O dovrei dire… Chef.

-S-sei tu!- dissi con un ruggito.

-Già,- rispose lui senza scomporsi. Il suo tono era smielato, si sentiva che era falso- Perdonami per ieri sera, non mi sono nemmeno presentato. Sai, mademoiselle, non posso ancora fidarmi di te, né mostrarti il mio vero volto. Per ora ricordati di me come il tuo… Gourmet. Ci vediamo domani sera, che è venerdì. Basta che bussi sul retro e dici che ti manda il signorino MM.

Ci saranno altri in cucina lì con te, quindi vedi di non disturbarli e di non invadere il loro spazio, che ho dovuto fare salti mortali per riuscire a farti entrare in quel posto.-

-Aspetta!- urlai- Io non so se posso, domani sera!-

-Uh! Uh! Uh! Niente ma, niente però. Se ci tieni alla tua salute, faresti meglio a liberarti di ogni impegno, e ad infrangere ogni regola. Non vorrei uccidere una ragazza, sarebbe triste, e per giunta non mi renderebbe un gentiluomo come vuole papà. Quindi bada a te di venire, Chef.-

Detto ciò mi chiuse il telefono in faccia.

Tsk. Maledetto Gourmet.

FINE SECONDO CAPITOLO 😛

Se ti è piaciuto, corri subito a mettere mi piace su Facebook!

Clicca Qui per mettere mi piace!

TsukiyAMO- Fanfiction di Tokyo Ghoul

Piccola premessa: pubblicherò ogni settimana! Giuro, lo prometto! Ecco a voi il testo. E poi  se vi piace correte a mettere mi piace su Fazbook alla mia pagina:BibiSan Writer

Prima di leggere, per farla breve, il Gourmet si troverà una Chef. Nanami Kojima e Tsukiyama Shu, due Ghoul, un’amicizia turbolenta, e anche qualche sorpresa finale… MA CHE NON SPOILERO, AHAHAH!

Ordunque.. cominciamo.

 

PRIMO CAPITOLO- Nanami Kojima

 

 

 

Erano le cinque del mattino, e le prime righe dell’aurora comparivano all’orizzonte. Stavo ritornando dal ristorante presso il quale lavoravo, e Tsukiyama mi aspettava fuori, tenendo aperta la portiera.

-Mademoiselle, questa sera hai di nuovo dato del tuo meglio, i budelletti in salsa erano squisiti, no che dico, di più, erano magnifici!

-Tsukiyama, non c’è bisogno dei tuoi untuosi presunti complimenti.- risposi scocciata.

-Sei diventata così sicura di te da non accettare più i complimenti di un vecchio amico?- disse mentre montavamo in macchina.

Non riuscivo a sopportare i suoi toni falsamente smielati, quasi provocatori, con cui quel sadico si divertiva a farmi incazzare da ben dieci anni. Stasera per giunta ero stanca, per cui proprio non avevo voglia di sentirlo, dannato Tsukiyama.

Per una volta tanto guidava lui, e non il suo autista. Aveva voluto accompagnarmi a tutti i costi a casa, quando sapeva che a me i favori non piacciono. Sicuramente era anche quello un modo per farmi incazzare.

Le sue labbra erano serrate in un sorrisetto. L’avevo già visto tante volte. Ogni tanto i suoi occhi si giravano verso di me, per poi rapidamente tornare alla strada. Quel modo di fare era in assoluto la cosa che più mi faceva imbestialire.

Le mie scuse non le avrai. No, non ci casco io, non un’altra volta. È inutile che mi fissi con quella faccia, tanto non cedo. Non fai ridere, non sei veramente offeso. Non puoi giocare con la mia psiche. Questa volta sarò im-pas-si-bi-le!

-E…

-NO! Non dire niente, scu-sa-mi-

-Oh, la mia scontrosa Nanami mi ha chiesto scusa! Che onore ricevere le sue scuse Chef!

-Accidenti a te!- risposi io in uno sbotto di rabbia.

Ancora! C’era riuscito di nuovo! Aaargh, che rabbia! Era capace sempre a farmi venire i sensi di colpa, solo guardandomi con la sua faccia da pirla. Un giorno o l’altro lo avrei cucinato in salmì!

-Sei sempre tesa… dovresti rilassarti di più. Davanti ai giudici e ai critici sembri un soldato, hai sempre uno sguardo truce…- mi disse.

-Questo perché in cucina ci vogliono Ordine, Autorità e Disciplina! La cucina È un campo di battaglia a tutti gli effetti. Ma voi che mangiate sempre e cucinate mai, non avete la più pallida idea di com’è stare dietro le quinte. Se ripenso a quella volta che mi hai messo davanti a un cadavere, io… Lasciamo perdere, va!- sbuffai arrabbiata.

-Oh si, mi ricordo, è quando ci siamo incontrati vero? Se ripenso a quei ricordi, oh! NOSTALGIA!

-RIMETTI LE MANI SUL VOLANTE, NON SULLA TESTA! STAVI PER SBANDARE!

-Forgive me, ma i ricordi hanno un sapore intenso e malinconico, più aromatici da qualunque piatto sia mai stato preparato!

 

***

 

-Kojima sbrigati, muoviti a riempire quella pentola! Quanto ti ci vuole per portare un po’ d’acqua?!

-Arrivo, aspettate!- dissi ai miei compagni.

-Forza, l’altra squadra è in vantaggio di cinque minuti! Se non riusciamo a vincere rischiamo di dover fare del lavoro extra questo fine settimana!- urlò Sai.

 

Dovevamo preparare uno Scoglio alla Marinara, ricetta tipica italiana. Io ero stata incaricata di prendere l’acqua per far cuocere la pasta. Nulla di impegnativo, se non fosse per il fatto che dovevamo cucinare per trenta persone, e serviva un pentolone grande quasi quanto me. Lo portai sotto il lavandino, e con il getto al massimo cominciai a riempirlo. I miei compagni di squadra, Sai Ryosuke, Sakura Yamanata e Shinji Kurosaki mi stavano aspettando. La nostra era una specie di staffetta, uno stress test ideato dagli insegnanti per prepararci al futuro mondo del ristorante.

Per me era un incubo. Io odiavo gli stress, odiavo andare di fretta, o di sentire la pressione del momento su di me. I miei compagni mi urlavano, incitandomi a sbrigarmi.

Il mio cuore spingeva per uscire dal petto, i muscoli erano contratti per l’emozione e lo stomaco mi si attorcigliava! Mentre loro urlavano, quelli dell’altra squadra che aspettavano il loro turno, mi canzonavano.

-Nanami, Nanami, fa cadere quella pentola dai!

-Kojimaaa che pasticcio ci combinerai oggi?

-Kojima sei una schiappa! Se ti dessero del ramen istantaneo nemmeno quello riusciresti a preparare!

 

Non era vero, non era vero! Tutto quello che dicevano non era vero! Ogni loro parola per me era come uno spillo infilzato nel cuore. Per il fatto che ero sensibile, si divertivano ancora di più nel pugnalarmi… E gli insegnanti non reprimevano questo comportamento, anzi, lo incoraggiavano!

 

Un velo di lacrime sfumò il mio campo visivo. Le sentivo risalire bollenti lungo i dotti lacrimali, per poi ridiscendere passando per le mie guance.

Le risate sguaiate dei nostri avversari mi laceravano, mi tagliavano in più parti con tutta la loro violenza. Quando si riempirà questa pentola!? Quando!?

Appena l’acqua raggiunse il limite, io subito chiusi il lavandino, afferrai i manici e la presi.

Ma era così grande e pesante che difficilmente sarei riuscita a portarla sopra il fornello. Compiendo uno sforzo immane, la portai fino a Sai.

 

-Tieni, prendi la pentola! Attento che è molto pesante.- gli dissi mentre gliela porgevo.

-Ops!- fece lui. Quando avvicinai le mie mani alle sue, pensai di avergliela data, per cui lasciai subito la presa. E invece le pentola cadde con un grande frastuono metallico, e tutta l’acqua si rovesciò per terra.

-Kojima, che cazzo combini? Volevi bagnarmi? Kojima sei un disastro, con te in squadra perderemo di sicuro.-

-Ma io pensavo che- Taci Kojima, sbrigati!- mi disse buttandomi addosso la pentola- e riempila di nuovo.

-Sia Yamanata che Kurosaki avevano la fronte corrucciata. Pensai che stessero guardando me.

Ma nonostante le risa fragorose degli avversari, riuscii a sentire il loro discorso.

-Sai sei davvero uno stronzo. Potevi prenderla quella pentola-

-Ma che dite? Lei non mi ha dato il tempo di prenderla!-

-Sai- lo rimproverò Sakura- non usare queste scuse solo perché sei il figlio del preside, e quindi non lavorerai nel weekend. Perché anche noi abbiamo del tempo libero da salvare!

-Umpf, non me ne frega niente del vostro tempo libero. E comunque Kojima è imbranata per davvero. È entrata al centesimo posto su cento.

 

Ancora per quella storia! Solo perché ero arrivata ultima agli esami di selezione, fin da subito tutti quanti mi avevano trattato male, come se fossi un rifiuto!

Il primo giorno, il preside, al termine del suo discorso mi avvertì davanti a tutti.

 

-Tra cento partecipanti siete stati ordinati in dieci classi da dieci. Ma solo dieci di voi usciranno vivi da questa accademia. E solo uno di voi diventerà uno Chef vero. Quindi fin da subito inizierà l’eliminatoria delle scartine, avete capito tutti? Qui non si fa sconti a nessuno. CAPITO NANAMI KOJIMA!?

 

Tutti quel giorno risero. Io volevo seppellirmi sottoterra. Per colpa di quel vecchio, tutti hanno iniziato a canzonarmi. Tutti, dal primo all’ultimo.

La pentola era nuovamente piena d’acqua. Stavolta passandola a Sai, mi assicurai che la prendesse e la tenesse ferma con le mani. Le lacrime mi avevano solcato il volto, per cui lo guardai con lo sguardo più truce e incazzato che potessi, corrugando tutta, tutta la fronte, in un unico punto sopra il naso e gli urlai: -VEDI DI PRENDERLA QUESTA VOLTA!

Lui fece un sorrisetto antipatico. Mi disse: -Certo, tranquilla, non c’è bisogno che ti agiti.-

 

Viscido essere malefico! Pure la voce da saputello faceva!

-Tanto-disse-ben presto uscirai di qui. Come ha detto papà, le scartine hanno vita breve. E tu sei una delle tante. Sto solo aiutando a ripulire.

Ero così inferocita che le mani mi tremavano. Le gambe non mi sorreggevano più. Una sensazione di calore mi scivolava dietro la nuca. Avrei preso un coltello e lo avrei ucciso, seduta stante, davanti a tutti.

Io NON ero una scartina.

Io NON ero lenta.

Ero semplicemente una persona che aveva bisogno dei suoi tempi.

Io NON potevo fallire.

Io avevo una SOLA chance.

Esaurita quella io non sarei più potuta tornare alla mia vita di prima.

Un’Accademia tanto prestigiosa… così intasata da idioti, figli di papà, cretini senza cervello…!

Loro erano le scartine! Persone prive di educazione! Malati di mente, stronzi! Si, stronzi era la parola giusta!

Se sarei riuscita ad uscire, lo giurai sulla mia anima, avrei screditato l’Accademia, il suo preside, i suoi insegnanti, e se necessario anche tutto il mondo della haute cuisine. E poi mi sarei ritirata, e non avrei mai più toccato una pentola in vita mia. Quanto ai miei compagni, beh, loro si meritavano di morire. Più di una volta dall’inizio dell’anno avevo sognato di piantare una lama nelle loro ossa.

Era proprio mentre mi immaginavo, in una delle tante fantasie di sfogo, per i deboli come me, di affettarli con un coltello, che mi era capitato di tagliarmi un dito. Ora avevo l’indice della mano sinistra mozzato per sempre.

 

Essere derisa e umiliata, era qualcosa che avevo sempre accettato, fin dalla più tenera età. Avevo pianto, avevo sempre pianto, e ancora adesso, a quindici anni, piango, perché non posso fare altro. Non so difendermi, posso solo sognare di fare del male. Anche se so che nella realtà non farei del male a nessuno. Però questa volta non potevo accettare di perdere. Essere derisa si, ma non umiliata. C’era in gioco il mio futuro. E per questo dovevo cercare di resistere, e provare a vincere, una volta ogni tanto. Sopportare il dolore, per evitare un dolore più grande.

 

Trenta minuti. La mia squadra terminò di preparare quel maledetto Scoglio. Nonostante il vantaggio nemico avevamo vinto. Gli urli e i fischi degli avversari mi arrivarono negli orecchi. Ero rimasta imbambolata a pensare.

 

-Ehi imbranata, abbiamo vinto. Per questa volta ti salvi.- disse Sai, dandomi una falsa pacca sulla schiena. -Vedremo se sarai così fortunata da resistere fino al prossimo esame.

 

Se ne andò portandosi dietro gli echi della sua risata. Dietro di lui lo seguirono Sakura e Shinji, che non mi guardarono nemmeno in faccia.

Ero stufa di tutto quanto. Buttai il grembiule nell’appendi abiti.

Sfortuna volle che il maestro passasse troppo vicino.

 

-Kojima Nanami! Vedi di trattare bene il materiale in dotazione della scuola! Non siamo in una stamberga ma in una rinomata accademia! Un gesto simile al tuo meriterebbe una punizione, perché significa che non hai cura per ciò che non è tuo! Vergognati, piuttosto, e prendi esempio dai tuoi compagni!

Le risatine che si susseguirono mi fecero risalire i bollori.

Uscii da scuola mogia, come al solito. Mentre mi asciugavo le lacrime, sentii degli studenti parlare di Ghoul.

 

-Ehi, lo sai che dicono che ci sia un Ghoul in questa circoscrizione? Un Ghoul che però non mangia le persone come fanno tutti gli altri. Questo uccide le vittime solo per prendere delle loro parti del corpo. La CCG lo chiama Gourmet.

-Si, l’ho sentito. Dicono che sia un tipo molto attento e pericoloso. C’è da stare in guardia, e sopratutto evitare i vicoli e non farsi avvicinare dagli sconosciuti.

-Chissà che aspetto ha? Magari ha il tipico aspetto del delinquente, tipo, la faccia gonfia, oppure eccessivamente magra…

-No, dicono piuttosto che sia un ragazzo della nostra età. È un Ghoul che non si ciba per fame, ma per gustare. È bizzarro, e sopratutto, il suo aspetto potrebbe trarti in inganno.

-Certo che con i Ghoul in giro, non ti puoi più fidare di nessuno!

-Dei tuoi familiari consanguinei si. A meno che tu non sia un Ghoul! Ah ah ah!

-Ben detto! Ah ah!

 

Origliando la loro conversazione, pensai a quante cose sarebbero state diverse se fossi stata un Ghoul. Per esempio mi sarei mangiata i miei compagni per colazione. Chissà se esisteva, da qualche parte, un’Accademia Culinaria Ghoul? Magari era lì che andavano i Ghoul a imparare come cucinare una persona. Ehi, ma poi perché pensare ai Ghoul? Sono degli esseri che creano problemi. È vero che noi mangiamo mucche e maiali, ma quelli non parlano, non hanno legami affettivi veri, e sopratutto, non li sbraniamo vivi a morsi.

Dev’essere schifoso essere un Ghoul. Non li invidio affatto.

 

Mentre pensavo a queste cose, mi incamminavo verso casa. Le strade erano affollate di gente, nell’ora in cui tutti tornavano a casa dal lavoro. Era facile sbattere continuamente contro gli angoli delle borse, o sentirsi atroci dolori dai mignoli a causa di chi ti pestava.

Sospirai.

A casa non mi aspettava nulla di buono, solo i miei genitori, due statue silenziose, che mi avrebbero di nuovo chiesto: Come è andata oggi? Cosa hai fatto? Oppure, Che voto hai preso?

Uurgh. Che schifo i miei genitori. Non sanno pensare ad altro che al lavoro. E ad eccezione dei miei risultati, non mi chiedono altro. Non sono interessati a sapere come vanno i miei rapporti con gli altri, né chi sono i miei professori. Potrei persino avere come hobby quello di uccidere le persone, tanto loro non se ne accorgerebbero. Ma di che mi lamento, d’altronde anch’io faccio schifo.

Non mi sono mai impegnata in nulla, perché ai miei genitori non ha mai importato nulla, se non i voti a scuola. Perdo sempre. Ad ogni sfida, ad ogni gara, io perdo. Gli altri ridono. Perdere mi fa star male, ma non so fare altro. Sono una perdente, in tutto. Mi lascio umiliare sempre e comunque. Per quanto io possa soffrire, in fondo al cuore preferisco così, perché è la soluzione più veloce.

Ma questa volta no. Questa volta non esiste l’opzione perdere. I miei genitori sono stati chiari.

 

-Nanami, dal momento che hai deciso una carriera professionale a quella intellettuale, che io e tua madre speravamo che scegliessi, allora abbiamo posto delle condizioni.

-Quali?

-Dovrai passare con il massimo dei voti e diventare una chef di prim’ordine, ALTRIMENTI non potrai più rientrare in questa casa, o anche solo chiamarci padre e madre. Sono stato chiaro?

-Si… padre.

-Lo spero. Con la tua attitudine a perdere, tipica di quelli come te, non farai molta strada nel mondo spietato che ti sei scelta. Chissà se avrai il coraggio di umiliarti così tanto?

 

Mio padre è diabolico. Sotto il suo tessuto di indifferenza, in realtà si diverte a mettermi sotto pressione. A lui non piace che io abbia scelto una carriera del genere. E ora capisco il perché, maledetta me! Però lui poteva almeno risparmiarsi di tenermi così tanto sulle spine.

Se fallisco questo esame di Dicembre, il primo esame a eliminatoria, sono fuori, non posso più rientrare nell’accademia. E dove andrò, sola, a quindici anni, a vivere? Diventerò una barbona, morirò di fame per le strade, come tutti i figli rinnegati come me.

Qualcuno mi urtò talmente forte da buttarmi per terra. Sbattei contro l’asfalto appuntito del marciapiede. Massaggiandomi la gamba, cercai con lo sguardo chiunque fosse stato, ma non riuscii a vedere nessuno, o quasi. Un ragazzo pressapoco della mia età, si stava allontanando a passo molto svelto, urtando anche altri passanti. Mi accorsi che gli era caduto per terra un fazzoletto di seta, con sopra quelle che dovevano essere le sue iniziali, scritte in viola: T.S.

Per riportarglielo, urtando a mia volta la folla, gli corsi dietro, sbattendo contro borsette e borsoni. L’avevo perso di vista. Il mio sguardo si posò da una parte all’altra della strada. Eccolo!

Si stava infilando in una stradina laterale. Senza perdere ulteriore tempo mi feci strada tra il muro di persone e mi infilai nel vicolo. Non si vedeva nulla, c’era solo una lampada la cui luce andava e veniva. A volte riuscivo a vedere, e a volte no.

Nonostante la sensazione di inquietudine, continuai a camminare.

Ora che ci penso, i ragazzi non avevano detto di stare lontani dai vicoletti?

Decisi di tornare indietro. Voltai le spalle per andarmene da quel posto, ma a un certo punto sentii un gemito, qualcuno stava urlando “aiuto”, ma fu subito zittito.

Pochi passi per volta, svoltai l’angolo.

Non l’avessi mai fatto.

 

FINE PRIMO CAPITOLO

Un ricordo si conserva nel cuore, senza dare importanza alla materialità, oppure va conservato anche l’oggetto che lo rappresenta?

Un ricordo si conserva nel cuore, senza dare importanza alla materialità, oppure va conservato anche l’oggetto che lo rappresenta?

Sapevo che prima o poi avrei dovuto rispondere a questa domanda. Sapessi quanto è arduo decidere se buttare o non buttare via un vecchio oggettino. Una cosa piccolina, insignificante, può causare più dilemmi che far passare un armadio dalla porta, o traslocare e prendere tutti i mobili e portarli via.

Questo carillon era di quando avevo tre anni. Mi ricordo chiaramente che io e la mia sorellina giravamo la molla d’acciaio (sapessi com’era dura!) e, magicamente, il cestino da pic nic si apriva e una famiglia di orsetti con le posate in mano, si metteva a ballare, danzando sulle note turchine di un’anonima canzoncina. Io battevo le mani tutta contenta, e la sorellina, che non aveva nemmeno un anno, mi guardava stupefatta spalancando gli occhioni azzurri. Io le dicevo: «Guarda gli orsetti!»

E lei si metteva a guardarli, finché tentando di seguirli tutti, non le si incrociavano gli occhi.

A quel punto mamma ci toglieva il carillon, e mia sorella si metteva a piangere.

Bei ricordi.

È un peccato buttar via questo carillon, penso che lo terrò.

Vediamo un po’ cosa cela quest’altra scatola…

Oh, c’è l’abitino della mia prima comunione. È di seta bianca, finissimo al tatto, leggero come una piuma. Peccato che le tarme lo abbiano divorato. Però il giorno che lo indossavo doveva essere splendido. E portavo anche delle ballerine bianche con le perle, se non ricordo male. Ero molto emozionata, tutti i parenti erano venuti a vedermi! E c’era anche la mia madrina, che oggi non c’è più… Già, la mia cara madrina…

Nemmeno quest’abito può essere gettato, vorrà dire che lo metterò insieme al carillon.

E invece cosa abbiamo qui?

Nooo, non ci posso credere! È quel numero di Topolino che da piccola leggevo sempre, con tutte le mie storie preferite! Era di quando avevo sette anni…

Me lo regalò lo zio Antonio. Lo zio Antonio era proprio un mattacchione: mi portava sempre a pesca ogni volta che lo andavo a trovare, e poi a casa mangiavamo insieme il pesce pescato davanti al focolare del suo villino di montagna. Quando babbo veniva a riprendermi, io attaccavo a piangere perché non volevo andarmene e lo zio scoppiava a ridere! Eh… povero zio. Se non fosse stato per quel brutto incidente adesso sarebbe ancora qui.

Zio…

No, non devo piangere. Questo Topolino lo conserverò di sicuro, così potrò sempre ricordarmi dello zietto che mi ha voluto bene come fossi figlia sua!

Questo trasloco sta diventando un trenino dei sentimenti…

Ehi, ma questo non è per caso il mio quaderno di prima elementare? Si, c’è il mio nome, la classe, 1°C, e la data: 15/09/1985. Il mio primo giorno di scuola, che bello! Andò più o meno così… c’erano tutte seggioline per noi bambini, disposte a cerchio, io ero emozionatissima, ricordo che per sorridere mi facevano male le guance. Mi ero subito messa a sedere in mezzo a tutti bambini che non conoscevo, e lì ho conosciuto a Vittoria! La prima volta che l’ho vista ho deciso che saremmo state amiche! Mi pare che ci siamo dette: «Ehi ciao! Io mi chiamo Vittoria e tu?»

«Io mi chiamo Gilda, ho 5 anni.» Allora lei mi rispose: «Anch’io ho 5 anni!!! Diventiamo amiche?» «Si!!!»

E ci siamo abbracciate. Com’era facile fare amicizia a quei tempi… chissà che starà facendo ora Vittoria… è anni che non la vedo più. Forse dovrei telefonarla…

Questi oggetti… sono tutti ricordi di un’epoca che non c’è più. Non posso assolutamente buttarli… però… occupano tanto, troppo spazio! Accidenti, che fare?

È vero che un ricordo è qualcosa che rimane nel nostro cuore; ce lo portiamo dentro per sempre, mentre le cose invecchiano, si rompono, decadono, e poi scompaiono…

Ma ho la sensazione che anche i ricordi siano come oggetti… con il tempo la mente li cancella, perché non c’è più spazio per loro. Oppure li seppellisce, ce li nasconde, non ce li vuole far trovare, e anche se alla fine ricordiamo, ormai è troppo tardi.

Queste cose, che poi alla fine scompariranno, servono comunque a ricordare momenti della nostra vita che non pensavamo di ricordare più. Però anche queste scompariranno eventualmente… Quindi che fare? Tenerle o buttarle?

«Saaraa! Vieni qui un momento per favore!!!»

«Eccomi! Cosa c’è?»

«Sono indecisa se tenere o buttare via i vecchi ricordi della nostra infanzia. Ci sono pile di scatoloni pieni di roba, sono ingombranti, ma mi dispiacerebbe a separarcene, dopo potremmo dimenticare cose importanti del passato…»

«E allora? Il passato è passato, lascialo perdere. Saranno anche carini i ricordi, ma secondo me non servono a niente. E poi tutta questa roba è già marcia e ammuffita adesso, quanto pensi che possa durare? Anche se noi non la buttiamo, lo faranno un giorno i nostri figli o i nostri nipoti, perché per loro questa sarà tutta spazzatura che ingombrerà le loro cantine e le loro soffitte.

Quindi lascia perdere il discorso del ricordo e liberatene. Perlomeno puoi buttare via tutte le mie vecchie cose, tanto non ho interesse a rivederle, fanno parte di un passato che non ha più importanza, e che comunque posso sempre ricordare quando voglio, anche senza queste cose»

«Ma sei proprio sicura? Non pensi che invece potresti dimenticartene? E poi questi oggetti non sono cianfrusaglie come pensi! Quello che non ha importanza ha già preso la strada del secchio, ma queste cose servono a non dimenticare!»

«Fai come vuoi… Io te l’ho detto: buttale, che tanto non servono.»

In effetti… il quaderno delle elementari è stato colonizzato dai pesciolini di argento, che ne hanno fatto la loro patria, e così per il Topolino, per non parlare del vestitino della comunione. Il carillon è tutto arrugginito, e gli orsetti sono tutti rotti e sbeccati. Forse Sara ha ragione… è tutto un marciume, non ha senso conservare questa roba.

O forse si.

Ogni ricordo… viene chiuso in un cassetto.

Per riaprire il cassetto ci vuole una chiave. E questa chiave può essere un carillon, o un vestito, o un giornaletto, o un quaderno.

Quando si saranno completamente distrutti, allora potrò buttarli certamente.

Ma non ora, perché ancora servono a qualcosa.

Servono ad aprire i cassetti della mia infanzia.

Questa sono io. Tu chi sei?

Questa sono io,

questa è la storia che sarà raccontata.

Sono venuta al mondo con una missione,

e finché non l’avrò portata a termine non sarò andata.

Allo scoglio dei sogni io non ci andrò mai, e quando morirò non avrò rimpianti. Perché io non lascerò che la vita mi passi davanti, io darò qualcosa ai posteri che valga la pena di ricordare. Io lascerò un’impronta, un’orma, un gesto, un manoscritto, un libro, un detto, un fatto, un qualcosa

per cui valga la pena di ricordarmi.

E quando arriverà la mia ora, io rimarrò immortale e chi verrà dopo giudicherà,

e vivrà sopra quello che io ho costruito o distrutto.

La strada dei quieti, la strada dei miti, io seguirò quella strada. E sotto il velo candido batterà forte il cuore e il fuoco arderà solenne. E dietro di me la scia che lascerò, sarà quella di chi ha vissuto, senza mai perdere nemmeno un giorno. E vivrò ancora nelle vite di altre vite,

per sempre, nei secoli dei secoli.

Amen

——————————————————————-

Questa pseudo poesia con finale da preghiera è un discorso solenne che io stessa rivolgo a me. Ormai ho capito cosa voglio fare nella vita. Voglio vivere, voglio scrivere, voglio raccontare e allo stesso tempo insegnare. Sento che attraverso l’insegnamento, non importa come, io farò del bene, e scrivendo, ovvero lasciando su carta e caratteri il mio passaggio, in qualche modo io non morirò perché potrò essere ricordata. Un uomo alla fine è fatto delle sue opere, dei suoi gesti, di quello che ha detto e che ha fatto.

Inoltre scrivere e raccontare sono attività che mi danno anche piacere proprio perché sento di fare la cosa giusta. Ancora sono in alto mare ma ho davanti a me tutta la vita per migliorarmi, devo solo continuamente darmi spintarelle e calci nel sedere per non cadere nella pigrizia emotiva. Bisogna avere fede, ed è vero che la fede è rappresentabile come un fuoco, perché è forza, fiducia e speranza. Non importa che fede sia, religiosa o laica, si tratta sempre di un mix di emozioni potenti che servono a farti fare quello che tu hai in mente di fare, che ti aiutano a determinare chi sei, che ti aiutano a vivere. Io questo mix lo chiamo fede, e bisogna davvero crederci, come da piccoli credevamo in Babbo Natale; ma con una differenza: Babbo Natale non esiste, ma quello che tu puoi fare anche se ancora non esiste, in realtà è nelle tue possibilità. Devi solo sfruttare la fede e renderlo reale. E devi credere di poterlo fare, quello che tu vuoi fare.

Ho solo 15 anni, e di certo non posso dare lezioni di vita, ma almeno ho trovato la mia strada. Ma tu? L’hai trovata la tua strada? O stai ancora cercando una via? Se hai meno di 15 anni allora io ti dico: abbi pazienza, perché alle porte dei 15 ti si aprirà un mondo. Ma se ne hai di più e non sai che fare, credo che il miglior consiglio che ti posso dare è di fermarti e di ragionare con te stesso, cercando tra i tuoi hobby, tra le tue passioni, tra la tua indole, cosa ti riesce meglio fare, e cosa ti piace fare. E tra cosa ti riesce meglio e cosa ti piace, tu troverai la tua strada.

Spero di aver illuminato qualcuno oggi, e se non ho illuminato nessuno, almeno posso dire che ho compiuto un passo nella mia strada.

Arrivederci.

Olio di palma vade retro

Ieri sera ho visto Report alla tv e come in ogni sacrosanto episodio ho assistito  alla bocca della verità sparare missili balistici intercontinentali su tutto e su tutti. Nell’episodio di ieri la base missilistica di Report ha messo a segno un colpo su uno degli argomenti più scottanti dell’industria alimentare: l’olio di palma,  meglio noto ai profani come “grasso vegetale” (scritta presente su tutte le confezioni fino a poco tempo fa). Ma perché l’olio di palma ha suscitato tanto fervore tra i consumatori?  Innanzitutto parlando dei rischi della salute, l’olio di palma raffinato si traduce in colesterolo puro per le nostre arterie. Volendolo evitare é difficile : l’olio di palma é ovunque, specialmente nelle merendine che più amiamo, nella Nutella (31%), nei Kit Kat,  ovunque!!! Ma se il rischio della propria salute non é un deterrente allora lo sarà il rischio che corre il nostro pianeta. Bisogna sapere che quest’olio viene prodotto in Indonesia, che ne é il maggior esportatore mondiale. Per far spazio alle piantagioni sono state abbattute innumerevoli foreste, anche quelle dei parchi in teoria protetti,  sfrattando le scimmie locali dal loro habitat. Il punto della questione è che la maggior parte delle aziende che ha violato i confini dei parchi sono aziende che poi si dichiarano sostenibili e rispettose dell’ambiente,  quando invece non lo sono affatto. Inoltre, vi stupirà sapere che il terzo produttore mondiale di CO2 dopo Cina e America é proprio l’Indonesia. Questo a causa delle deforestazioni massicce che hanno perpetrato gli Indonesiani sul loro territorio. Da un punto di vista storico stiamo rivedendo ciò che da noi è già avvenuto durante i “mitici” (e dico mitici) anni ’70, ovvero inquinamento incontrollato, deforestazione, edilizia selvaggia e via di seguito, ma in scala ancora più grande e devastante!  Ora non si tratta più di colesterolo  o no, si tratta di qualcosa di più grande e importante  di noi:  del nostro pianeta. Noi consumatori dobbiamo esigere, e ripeto esigere, cibi da fonti realmente sostenibili.  Dobbiamo ribellarci e far sentire la nostra voce, chiudendo il borsellino. Ricordate: possediamo il potere di far crollare i giganti commerciali!  Dobbiamo solo usarlo. 

Filosofie universali

Leggendo Le Scienze ho scoperto che a seguito della luce primordiale del Big Bang c’è stato un periodo buio e freddo prima dell’apparizione delle prime stelle. Questo articolo sull’universo mi ha fatto riflettere sull’origine stessa dell’universo. Se é vero che nulla si crea e nulla si distrugge, allora questo vuol dire che il nostro universo é nato da qualcosa che già c’era prima. É possibile che si sia originato da un universo precedente che moriva, ma la domanda principale,  il fulcro del problema,  é: come ha avuto origine il primo universo? É sempre esistito oppure è spuntato fuori dal nulla? Le risposte a queste domande probabilmente sono fuori della nostra comprensione, e Dio solo sa se troveremo mai una risposta. Però una cosa é certa: in confronto a questi grandi quesiti noi siamo solo delle briciole di polvere che compongono la grandezza del nostro Universo.

Il ritorno dei Necromanti: le avventure di Sir Wilbis e Lord Phantomius!

Prologo:

A questo mondo nessuno nasce malvagio. Alla nascita ognuno di noi viene creato pari all’altro in innocenza.

Eppure questa regola non vale per tutti, infatti a questo mondo ci sono anche bambini nati cattivi, bambini che alla nascita dispongono già di un’intelligenza e conoscenze superiori.

Questi bambini vengono chiamati “Necromanti”.

Tra tutti gli esseri dotati di poteri magici, i Necromanti sono in assoluto i più potenti, almeno sulla superficie terrestre.

Ma secoli di lotte per la conquista del potere hanno impedito che essi prendessero il controllo sulla realtà, anzi, sono usciti vittime dei loro stessi malefici!

Al giorno d’oggi gli ultimi Necromanti rimasti camminano tra la gente a testa bassa e con la coda tra le gambe.

Lo scherno subito delle altre creature magiche ha contribuito a indebolirli ulteriormente.

Ma questa non è la storia di come i Necromanti sono decaduti, bensì il contrario!

Questa è la storia di due bambini e poi di due uomini che hanno cambiato per sempre il mondo, che si sono fatti strada fra le intemperie per ascendere alla gloria!

I loro nomi sono Siliun Wilbis e Johnny Phantom, meglio noti come Sir Wilbis e Lord Phantomius, il duo dei Necromanti Leggendari!

Ritornare a scrivere.

Quattro anni sono passati da quando scrivevo per l’ultima volta su questo sito. Per una persona della mia età quattro anni sono un secolo. Tante cose sono cambiate per me negli ultimi quattro anni. Ma voglio cominciare dall’inizio: quattro anni fa, anzi cinque per l’esattezza, iniziavo le scuole medie. Ancora bambina mi affacciavo all’adolescenza, ma non direi affatto così. Ancora bambina fui invitata ad affacciarmi all’adolescenza- sarebbe più corretto.  Ero stata avvertita di ciò che mi aspettava, e nel frattempo molti dei miei compagni avevano già messo in atto una mutazione genetica. In tre mesi fecero un bozzolo e uscirono già farfalle mentre io ero ancora un piccolo bruco alle prese con la sua foglia. Circondata da coetanei che non mi capivano, io mi sentivo smarrita. Essi fraintendevano la mia tranquillità con depressione, ridevano di ogni mia azione e stupirli non bastava per convincerli a rispettarmi. Fui costretta ad adeguarmi a delle nuove norme sociali del tutto assurde, ed ecco che smisi di scrivere su questo blog. Erano due anni che scrivevo, ma dovetti smettere. Ora però il capitolo delle medie si è chiuso definitivamente. “Alea iacta est”, il dado è tratto come disse Giulio Cesare. Tre anni cupi, ora passati. Ora mi sento forte, proiettata verso il futuro. Ora capisco molte cose che prima non capivo e altre ho da capirne e capirò. E ora ho iniziato un movimento di ritorno alle mie gloriose origini, quando il mio motto era :”No sottomessa! No rassegnata!” e lo dovrà essere per il mio futuro avvenire. Ritornare a scrivere, per il piacere di comunicare, fa parte di questo ritorno alle origini.

Con questo articolo dichiaro il mio ritorno sul blog!