Nuove metanarrazioni

Si dice che oggi, nella post-modernità, non ci siano più meta narrazioni, ossia, non c’è più una storia che guidi la storia. Il cielo di carta è stato bucato, come direbbe Pirandello, e come direi io, siamo usciti da Matrix. Mai come in questa epoca ognuno di noi è libero di raccontarsi la propria storia e di crederci. Non tutti però riescono a sopportare questo mondo che ora come ora sembra essere senza senso.

Chi è cristiano oggi non può ignorare le verità scientifiche, a meno che di non sembrare folle o sciocco o bigotto. Chi credeva nel comunismo forse continua a crederci, ma sembra abbagliato da un’ideologia che è estranea alla maggior parte delle persone e che ha avuto attuazione in modi diversi da quelli prefigurati, in luoghi inaspettati e sta avendo un seguito ancor più strano. In cosa si deve credere oggi? Nel progresso già all’epoca del romanticismo erano sorti i primi dubbi. Figuriamoci oggi dove ci rendiamo conto di essere spiati ogni giorno e tuttavia continuiamo a rimanere passivi e disinteressati.

Ci sono individui che stanno cercando fuga da questa realtà raccontandosi nuove storie. C’è chi ritorna ad esaltare un passato fatto di patria e religione, chi si chiude a riccio nella propria fede, più per disperazione che per altro, altri che cercano nelle guerre sante delle ragioni di vita e di riscatto. Altri si raccontano dei rettiliani e della terra piatta. ….. Queste sono delle nuove (pallide) meta narrazioni, in cui piccoli gruppi si chiudono per far fronte ad un oceano aperto in cui non c’è nulla, in cui non c’è senso all’esistenza in cui il proprio ego svanisce nell’immensità e la propria esistenza diventa irrilevante.

Possono esserci delle nuove meta narrazioni? Secondo me, si.

La corsa allo spazio!
L’umanità è destinata a regnare sui cieli e su altri mondi. C’è altra vita nell’universo, sotto forma di batteri e microorganismi, o al massimo di flora. Ma fauna intelligente come noi? Fino ad oggi non abbiamo avuto prove che ci testimoniassero l’esistenza degli alieni, rendendoci di fatto l’unica specie intelligente nell’universo (per ora). Riflettendoci, noi siamo soli. Siamo come un uomo solo su un pianetino che dialoga con sè stesso, fa la guerra con sè stesso e impazzisce. E nessuno che è mai venuto a dirci che non siamo soli. La corsa allo spazio, come su Star Trek, è un modo per rispondere al quesito sulla nostra solitudine e per capire in che era siamo, ovvero, se noi apparteniamo all’era della fine, cioè che siamo stati creati da altre civiltà che ora non ci sono più, oppure se apparteniamo all’era dell’inizio, ossia se siamo noi la civiltà che, ponendosi grandi domande esistenziali, abbia poi creato altre civiltà a propria immagine e somiglianza, non trovandone altre. Se veramente fossimo soli, verrebbe quasi da dar retta alla Bibbia e all’idea che Dio abbia fatto il mondo per noi. Viceversa, se non fossimo soli, confermerebbe la relatività della nostra presenza nell’universo. Ma prima di avere una risposta del genere… ne dovrà passare di tempo!

L’umanità che si salva da sola. Cioè, in una nuova forma di fede nella scienza, si avvera quella che Comte aveva chiamato “religione dell’umanità”, in cui l’Uomo è al centro dell’adorazione. Nessuno di noi sarà in pace finchè il male, incarnato nella povertà, nell’inquinamento, nell’ignoranza, non finirà. Non sarebbe una brutta religione, ma per fare di noi stessi oggetto di adorazione occorre una gran saggezza. Sarebbe il segno che l’umanità è passata ad uno stadio successivo della propria evoluzione culturale, ovvero, riconosciamo che la nostra grandezza e il nostro benessere sono dovuti a noi stessi e ai nostri sforzi fisici e intellettuali, ma allo stesso tempo non siamo arroganti di questa consapevolezza. Le religioni tradizionali giustamente temono questa religione perché facilmente l’adorazione dell’Uomo diventa egomania, e dunque non sviluppo della razza intera ma forme di esaltazione egoistica e controproducente. In ogni caso, credere che il nostro dovere è quello di rendere la vita migliore a tutti è una bella storia.

Inventarsi la propria storia. Io l’ho fatto, in qualche modo funziona. Oggi siamo liberi di crearci la propria narrazione, e possiamo farlo per orientarci. Un processo in cui siamo consapevoli di crearci cultura, e allo stesso tempo crediamo a ciò che ci stiamo raccontando, in buona fede che ciò che abbiamo creato ci guiderà per il meglio e ci darà la abbisognata pace per sopravvivere e restare al mondo.

Non pensarci affatto. Tanti fanno così, seguono le cose di ogni giorno senza pensare. Godersi la vita un pezzetto alla volta, fare della propria vita una bella storia, anche senza necessità di guidarsi, pur consapevoli di come è il mondo. C’è qui un fregarsene consapevole, saggio, e anche un fregarsene stolto, chiamato anche “beata ignoranza”.