Chi siamo noi?

Mi sorprende, rileggendo quell’articolo, di quanto io sia stata decisa nel scriverlo. Con tanto di “amen” finale, proprio come una preghiera, ho pensato di poter distogliere lo sguardo, con vergogna, da quello che sono e dal modo genuino, ingenuo e spontaneo di dire le cose come stanno. Nell’ultimo periodo ho realizzato però che questo modo di fare, come del resto ho già scritto nel recente articolo dopo di questo, non porta da nessuna parte. Distogliere lo sguardo da chi siamo veramente ci porta ad essere profondamente infelici, distratti e sottomessi ad altri che non vedono l’ora di decidere per noi chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Quell’articolo scritto con decisione, riletto oggi, sembra quasi un messaggio dal passato, per me. Cambiamo molto, ma chi siamo davvero, quello non cambia mai. E allora scriviamo, scriviamo, scriviamo… Se è questo quello su cui in fondo ruota la mia vita, che sia.

In un vecchio articolo ho raccontato di come ho fatto degli impiastri con il trucco e con i gioielli. Ho un po’ sorvolato la necessità di accettarsi per come si è. Alla luce di questa odierna riflessione invece mi accorgo che è importantissimo accettarsi e dare il meglio di noi. Ed evidentemente, non è così semplice come suona, o ci sarei riuscita prima, e ci riuscirebbero in molti altri. Oltre alla tentazione di rinascere c’è la tentazione di imitare altri, o immagini fasulle di noi, molto belle. Non dico che non bisogna sognare, ma che quello che sogniamo deve essere più in linea con quello che siamo. E poi c’è l’errore di credere che il noi di un momento sia il noi del “per sempre”. Viviamo immersi di stimoli e narrazioni che non abbiamo costruito noi, e la nostra immagine e percezione è fatta dagli altri. Coloro che si reputano inadatti per qualcosa, a volte hanno ragione, ma altre volte hanno molto torto e sono cattivi con sé stessi. Mi turba il fatto che, guardandoci dentro, non riusciamosempre a venire a capo della nostra identità.

Siamo noi gli artefici del nostro destino, o il nostro destino è già stato scritto? Queste sono le domande al nocciolo della questione. Penso che in un articoletto WordPress non ci siano le risposte. Un po’ alla volta, lo scopriamo da soli. I saggi, questo l’ho capito, raramente rispondono con si o no, spesso lasciano che la domanda trovi da sé la sua risposta.

Le vostre risposte dunque, cercatevele da soli. Leggete, leggete, leggete, ma poi la vostra verità non ve la potrà dire nessun altro. E io intanto continuo a scrivere.

Per me, per noi, per tutti: un messaggio.

Quattro anni sono passati da quando scrivevo per l’ultima volta su questo sito. Per una persona della mia età quattro anni sono un secolo. Tante cose sono cambiate per me negli ultimi quattro anni. Ma voglio cominciare dall’inizio: quattro anni fa, anzi cinque per l’esattezza, iniziavo le scuole medie. Ancora bambina mi affacciavo all’adolescenza, ma non direi affatto così. Ancora bambina fui invitata ad affacciarmi all’adolescenza- sarebbe più corretto.  Ero stata avvertita di ciò che mi aspettava, e nel frattempo molti dei miei compagni avevano già messo in atto una mutazione genetica. In tre mesi fecero un bozzolo e uscirono già farfalle mentre io ero ancora un piccolo bruco alle prese con la sua foglia. Circondata da coetanei che non mi capivano, io mi sentivo smarrita. Essi fraintendevano la mia tranquillità con depressione, ridevano di ogni mia azione e stupirli non bastava per convincerli a rispettarmi. Fui costretta ad adeguarmi a delle nuove norme sociali del tutto assurde, ed ecco che smisi di scrivere su questo blog. Erano due anni che scrivevo, ma dovetti smettere. Ora però il capitolo delle medie si è chiuso definitivamente. “Alea iacta est”, il dado è tratto come disse Giulio Cesare. Tre anni cupi, ora passati. Ora mi sento forte, proiettata verso il futuro. Ora capisco molte cose che prima non capivo e altre ho da capirne e capirò. E ora ho iniziato un movimento di ritorno alle mie gloriose origini, quando il mio motto era :”No sottomessa! No rassegnata!” e lo dovrà essere per il mio futuro avvenire. Ritornare a scrivere, per il piacere di comunicare, fa parte di questo ritorno alle origini.

Con questo articolo dichiaro il mio ritorno sul blog!

Così ho scritto nel 2015. Ora siamo a metà del 2020! Sono passati altri cinque anni da quando scrissi quell’articolo, e praticamente dieci anni da quando lasciai perdere il mio blog. Riprendere questo vecchio articolo è un’occasione per un momento di riflessione sul tempo che passa e su come cambiano (e non cambiano) le persone.

La vita va avanti, e nei secondi cinque anni della mia vita mi sono diplomata, ho iniziato l’Università e sono al secondo anno di Comunicazione. I miei compagni di liceo si sono dispersi e raramente li rivedrò. Ho conosciuto finalmente il ragazzo giusto e stiamo insieme. Venti anni non sono molti ma non sono nemmeno pochi, e non senza un velo di imbarazzo rileggo ciò che ho scritto negli anni precedenti. Mi rivedo, mentre scrivo quegli articoli, con tutta la serietà possibile che può avere una ragazza, e la fretta entusiasta di pubblicarli, con tutte le buone intenzioni possibili di scrivere, scrivere, scrivere… Sorrido perché in fondo non è cambiato molto.

Quando ero più piccola credevo nel potere della tabula rasa. Se su Internet si possono cancellare le proprie tracce del passato, così si può fare anche nella vita reale e con sé stessi, ma non è così. Gli altri possono dimenticarsi di noi, noi di loro, e possiamo dimenticare di noi stessi, ma una parte di noi non scorda mai. Ci sono opinioni, paure, sogni, flashback, ansie e gesti che continuiamo a iterare sulla base dell’istinto, seppur ormai è del tutto dimenticato il perché. Non sono sempre sicura che noi siamo la somma delle nostre esperienze, ma le esperienze sono una parte importante del nostro vissuto e non si rinasce nuovi ogni giorno, non si recupera il tempo perduto e non ci sono modi per cambiare l’essenza di ciò che siamo. Oggi crediamo nel potere di disfare il bozzolo ogni volta che non ci piace la farfalla che diventeremo. Ma la verità è che ciò che noi siamo si manifesterà ogni volta che riprenderemo la metamorfosi. Ognuno di noi è destinato a diventare una certa farfalla o falena, e serve a poco cancellare il processo e ricominciarlo. E poi c’è il memento mori. Non si può non morire, e rinascere ogni volta è non vivere, e gli anni scorrono.

Crescere è fatica. Fatica perché bisogna responsabilizzarsi e imparare a badare a sé stessi e agli altri. Fatica perché bisogna imparare ad essere più furbi del diavolo e guardarsi intorno per evitare le trappole che un esercito di dubbi personaggi ti presenteranno. Fatica perché un adulto non può essere né debole né ignorante, o verrà predato. Fatica perché bisogna accettare che gli anni più teneri e dolci della vita sono alle spalle, e, sebbene non sia finita la giovinezza, in un certo senso è finita l’innocenza. Essere adulti è fatica perché il passato appesantisce e il futuro è ancora incerto. Essere adulti insomma sembra una gran fregatura.

In mezzo a tutte queste fatiche, gli adulti sono come bambini per quanto riguarda i dubbi da strecciare. “Cosa voglio fare?” “Cosa mi rende felice?”. Emotivamente e spiritualmente siamo persino regrediti rispetto a quando eravamo fanciulli, perché questo mondo non è molto interessato allo spirito. C’è tanta infelicità e confusione e mancanza di amore nelle vite di molti e i problemi del mondo sono i problemi irrisolti dell’umanità dei singoli. Ecco che crescere allora è due fatiche: la prima è diventare uomini e donne nell’affrontare il mondo esterno. La seconda è ritrovare la purezza e l’innocenza al proprio interno, le risposte che sapevamo o credevamo di sapere, e che in fondo sono le cose di cui abbiamo veramente bisogno.

Bisogna andare avanti. Molto cambierà e altre cose scoprirò, come del resto avevo già detto cinque anni fa. E si, ci sono cose che non cambiano, la farfalla che sono: mi piace scrivere, ed è vero.

Questo articolo è dedicato a tutti coloro che stanno crescendo, ieri, oggi e domani. A tutti voi auguro un abbraccio. Se c’è un’ultima cosa che ho imparato, è che spesso le esperienze di un individuo sono comuni a quasi tutti gli altri. Non siamo soli, e scoprire di non esserlo, è la più bella scoperta che possiamo fare.

Vivere senza telefono 4

Ho iniziato a leggere Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff. Un libro che… beh, non che mi ha aperto gli occhi, perché li avevo già aperti in passato, ma piuttosto un libro che mi ha ricordato in che realtà vivo (perché ero annebbiata…). Mentre guardavo video nostalgia su YouTube, il mondo del digitale andava avanti e con esso il capitalismo della sorveglianza. Eliminando le app che mi hanno distratto, mi sono liberata del controllo mentale che hanno su di me le grandi aziende dei social media. Almeno in parte, posso dirlo, sono libera. Ma è troppo poco. Ora, io ho smesso di guardare loro. Ma loro non hanno smesso di guardare me. Sto ancora usando lo smartphone. E non è escluso che in futuro, quando mi farò casa, o dovrò comprare una macchina, gli accesori smart, i dispositivi IoT, mi perseguiteranno e mi impediranno di partecipare alla modernità e alla vita sociale (se non vorrò farmi distruggere la privacy).

Posso oscurare la telecamera del mio telefono. Otturare il microfono in qualche modo. Per ora, funziona. Posso cancellare i miei account sui social (tanto lo so che conservano i dati). Posso (ed è già stato fatto) cacciare Windows e mettere Linux. Ma per quanto posso fuggire? E dove?

Le telecamere mi vedono ad ogni strada. I satelliti vedono dove vado. I miei amici mi fanno foto e le mettono online. Le cose intorno a me, necessarie in una vita moderna, stanno diventando sempre più “smart” e sempre meno friendly… Il mio computer è bacato già a livello di hardware, a prescindere che ci sia Linux. Se voglio commerciare o farmi conoscere, sono obbligata a passare per FaceBook, Instagram…

Infine, in un futuro prossimo, non molto lontano, quando avrò dei figli, dovrò lottare come una disperata per assicurarmi che loro non vengano tracciati, profilati, venduti. Cosa dovrò fare? Dovrò dire loro di non farsi foto, di non usare TIkTok, di stare alla larga da tutte quelle cose che i loro coetanei useranno senza capire. Dovrò fare il genitore severo, il genitore antipatico, il genitore paranoico e psicopatico. I miei figli forse mi odieranno, e le persone intorno a me penseranno che sono pazza. E possono pensarlo già adesso.

Ma perché? Perché finire a ridursi così? … Una disperata difesa, un disperato trincerarsi, finire a sembrare degli amish o dei talebani solo perché si è da soli, da soli contro tutta una piaga, un morbo nella cultura capitalistica odierna, che ha dichiarato guerra agli esseri umani, e non solo alla natura. In verità credo che siamo più sotto attacco noi della natura.

Non voglio sottomettermi, ma non voglio nemmeno vivere in reclusione. Per risolvere l’orrore in cui viviamo, ammesso che sia possibile trovare una soluzione, è necessario essere in gruppo. Un gruppo molto, molto grande. Ma non basta. Deve essere un gruppo pronto a combattere e un gruppo pronto a rinunciare ai media attuali per usarne altri alternativi.

Parlerò più a fondo dell’argomento in un documento che pubblicherò in seguito. Tuttavia, per il momento, mi attengo a ciò che posso fare personalmente per liberarmi della schiavitù… Ed ecco le cose da fare:

  • Trovare un modo per defenestrare per sempre YouTube, account consumatore e tutto. Il prezzo da pagare sarà scollegarsi dal resto del mondo, parzialmente, ma è un pezzo in meno di me che possiede Google.
  • Eliminare tutte le app di Google presenti sullo smartphone
  • Trovare un maledetto linux smartphone, o uno smartphone che non sia smart (ammesso che esista)
  • Sanitizzare lo smartphone Android per l’uso di app di utilities

E chissà… chissà se riuscirò a trovare alternative. In attesa che arrivi lo smartphone perfetto, cercherò un minimal phone. In ogni caso, è necessario creare una app di messaggistica indipendente da Whatsapp.

Resoconto finale sul minimalismo

24 Aprile 2019 – Viaggio nel minimalismo 1 26 Aprile 2019 – Viaggio nel minimalismo 2 28 Maggio 2019 – Viaggio nel minimalismo 3 16 Agosto 2019 – Viaggio nel minimalismo 4 31 Ottobre 2019 – Viaggio nel minimalismo 5

A distanza di un mese dall’ultima volta che ho scritto di minimalismo e a distanza di sette/otto mesi da quando ho scritto il primo articolo nel quale annunciavo di cominciare, posso dire che ne ho tratto i seguenti benefici:

  • ho una scrivania sempre pronta ad essere usata (+ efficienza)
  • ho la stanza sempre in ordine (+ pulizia)
  • non sento che mi manca nulla, anzi….
  • ho le idee più chiare riguardo al futuro
  • gli aspetti non-materiali dell’esistenza rivestono ora maggiore importanza rispetto a prima
  • preferisco la ricercatezza e l’utilità rispetto alla quantità.

In poche parole, posso dire che comprare Il magico potere del riordino, di Marie Kondo, è stato un investimento proficuo. Posso dire che lo consiglio a tutti, ma che servirà soltanto a coloro che avranno la voglia e la forza di mettere in pratica ciò che vi è scritto. Per dirla tutta, io non ho nemmeno finito a riordinare, né a buttare tutto, eppure ho già ottenuto moltissimo.

Non solo ho capito ciò che voglio (a grandi linee), ma mi ha dato la certezza di ciò che non voglio e che eliminerò dalla mia vita. La pulizia che ho fatto delle app social non è forse una forma di minimalismo? E questa, la pulizia del telefono, è quella che ha liberato di più il mio tempo e la mia mente. Ciò di cui avevo maggiormente bisogno.

Per ora, il minimalismo può arrestarsi qui, fatta eccezione per gli ultimi completamenti del programma. Il minimalismo estremo per me non è praticabile, né è ecologico buttare via così tante cose. In futuro, quando avrò modo di estendere la pratica del minimal anche al resto della casa, tornerò a parlarne su questo blog. Fino ad allora, sayonara ai viaggi sul minimalismo.

Blog dell'autrice Bianca Burattini