App per meditare

Non servono a niente se non a farci credere che siamo più bravi. Chi mai ha meditato grazie a una app? Solo l’abitudine può forgiare noi stessi. Per un po’ di tempo ho meditato, ma a meno che non sei un monaco o un religioso, presto ti stancherai.

L’app store non può compensare le tue mancanze o il bisogno di qualcosa. Non so dove l’ho letto o visto ma *nel telefono non troveremo le risposte che cerchiamo”. Oggi tutti fanno yoga perché è una moda che ciclicamente ritorna… Domani chissà.

In un momento per me di dubbio come questo, poche certezze ho, ed è che il telefono non ci darà ciò di cui abbiamo bisogno. Semmai ci toglierà il tempo.

Viaggio nel minimalismo 3

Che palle il minimalismo! Buttare via oggetti su oggetti è solo l’ennesimo nevrotico impulso distruttivo. Ha ragione Marie Kondo. Dobbiamo circondarci solo di cose che ci piacciono, che ci ispirano.

Cose che vorrei:

-Un prisma

-Peluche carini

-Vestiti che imitano la natura

-Cose kawaii

-Libri illustrati di Moebius

-Un telefono che faccia belle foto

-Poster!~

-Un bento

-Cose EcOlOgIcHe🐢🌲🌈🌴🌱

Cosa non voglio più:

-La polvere

-Vestiti che non mi piacciono

-Oggetti inutili

-Inquinare

L’Infinito

L’infinito è un desiderio, è come un canto di sirena. La propria coscienza nasce il giorno in cui col pensiero sfioriamo l’infinito, e ci accorgiamo di quanto siamo insignificanti, nel tempo, e nello spazio. La nostra coscienza vola e vola e prova ad abbracciare l’immensità, ma non ci riesce.

L’universo è talmente immenso da far venire la vertigine. È terribile pensarlo. Eppure, di tutti gli animali, solo noi sentiamo l’Infinito. A chi ci dice che siamo bestie, io dico che siamo delle bestie divine, e beato chi, pur sentendo la vertigine dell’Infinito e l’orrore della Morte, li può sentire e capire la nostra grandezza.

Il nostro cervello sembra una scatola fatta per farci soffrire, con tantissimi nervi e neuroni per provare il dolore più raffinato. La nostra esistenza sembra dunque una condanna e un po’ lo è. Ma allora perchè questa condanna è cosí affascinante?

Perchè è cosí bello ammirare il Creato? Perdere il proprio sguardo fra le nuvole, sempre le stesse ma mai uguali… perdere per un attimo il pensiero fra i prati verdi illuminati dal sole e scordarsi che nel mondo c’è il dolore. Volare e volare con l’anima sopra il mondo e vedere un punto azzurro e luminoso… nello spazio non si sente il dolore del mondo, nello spazio solo c’è purezza e un silenzio cosmico. Quel silenzio lo si può sentire occasionalmente quando, giunti sulla cima di un monte altissimo, non si sente più nemmeno il cinguettare degli uccelli, nè il proprio respiro, ed è bellissimo.

Non c’è nulla che ci possa separare da Dio se noi lo vogliamo raggiungere. Ed è bellissimo. Penso che non vorrei vivere in un mondo dove io non sappia nulla di Dio. Nemmeno un esercito di miliardi di atei potrà togliere il dubbio, o il desiderio. Finchè ci sarà ricerca, per quanto disperata che sia, ci sarà vita.

(´,,•ω•,,) owo

Limite per x che tende a infinito…

Immagine di youmath.it

Un limite per x tendente ad infinito. Il regno di Dio è una retta asintotica… non ha inizio, non ha fine. Noi siamo l’asintoto che cerca di avvicinarsi alla perfezione, all’eternità assoluta. Ma per quanto possiamo avvicinarci, non lo raggiungeremo mai… o meglio…

Nell’infinito, ci toccheremo. Ma allora non ci sarà più differenza fra noi e Dio, le linee diventeranno una sola.

Viaggio nel minimalismo 2

Dopo aver dato via un po’ di vestiti e scarpe ho ancora molti vestiti e scarpe. Ho buttato via anche un po’ di cose vecchie. Il percorso che porta al minimalismo è lungo e forse non sono ancora pronta. Potrei ancora mettere via molte cose: libri di scuola (che avrei dovuto vendere!), manga che non continuerò a leggere, donare alla biblioteca pubblica libri che ho letto e non mi hanno particolarmente colpito (ma forse potranno piacere a qualcun altro). Ci sono tanti oggetti di cui non si sente la mancanza dopo averli buttati, ma tanti altri che dispiace a buttare quasi fossero dotati di un’anima. Certamente alcuni, come degli occhialetti da sole che portavo da piccola, nel lungo periodo potrebbero rappresentare ricordi o comunque avere un valore storico. Buttarli via sarebbe un peccato. Cosa fare? Per ora, il minimalismo si fermerà qui.

Viaggio nel minimalismo – 1

Il minimalismo è una corrente di pensiero che ambisce a togliere dalla vita l’inessenziale per lasciare spazio solo a ciò che da’ valore all’esistenza. Molti pensano che si tratti di vivere come un monaco o di stare in una casa senza mobili (e in alcuni casi è così). Ma in realtà il minimalismo è una delle tante risposte al mondo del consumismo. Laddove il consumismo ti propone cose inutili che ti fanno sprecare tempo, denaro e non arricchiscono la tua vita, il minimalismo invece cerca proprio questo: di conservare il tuo denaro, conservare il tuo tempo per dedicarti alle cose e alle persone che ami, infine arricchire la propria vita riducendo ciò che non è necessario.

Marie Kondo è una nota “guru” del settore. Ci sono poi tantissimi canali YouTube, scrittori e autori, orientali e occidentali, che ti parlano di come puoi vivere una vita minimalista.
Che ricordiamo, non è vivere da straccioni ma liberarci della schiavitù che ci lega agli oggetti inutili. Lasciare solo l’utile, questo è il minimalismo, ma non solo.

Non è solo tenere in ordine, è una filosofia. Mia nonna mi ha sempre detto di tenere in ordine, perché quando le stanze e le cose sono pulite e ordinate, si sta meglio e si ragiona meglio. Ebbene la mia stanza raramente è stata pulita e ordinata, e come la mia stanza la mia vita spesso è stata “in disordine”: priorità confuse e permanentemente soggette al cambiamento, ma di fatto, senza produrre grossi risultati. Sempre distratta e/o annoiata. E la mia camera? Piena di cose e di polvere. In realtà, vedendo le case altrui, ho sempre pensato che la mia fosse nella media, ma lascia comunque a desiderare.

Tempo fa ho messo in atto il primo passo del minimalismo, ossia tagliare via ciò che non è necessario. Ho tolto molte cose, eppure la mia stanza è ancora piena di oggetti che potrei togliere. Un altro consiglio era quella di tenere tutto sempre ordinato, riponendo gli oggetti usati. Ebbene, tenere ordinato intorno a sè serve a tenere ordinato nella propria testa. Non è durato molto. La mia scrivania è di nuovo una spasa di oggetti.

Voglio riprovare ad abbracciare il minimalismo. Questa volta documentando, articolo per articolo, ciò che andrò a fare e i progressi compiuti.

Storia della civiltà perduta della diga

C’era una volta un fiume, un fiume turbolento e impetuoso che scorreva trascinando con sé a valle i sassi del monte, i tronchi e i cadaveri degli affogati.

Il popolo che viveva sulle sue sponde decise di sfruttare la sua forza e di fare una grande diga nella valle, inondandola.

Gli uomini iniziarono a lavorare alla diga, ma il fiume era immenso, e costruirla sarebbe stato un processo lungo e faticoso, che avrebbe richiesto anni.

Non una ma ben due generazioni vi lavorarono, e quando fu finita gli uomini osannarono quell’opera, fieri di sè stessi e della propria epica impresa, destinata a tramandarsi per generazioni.

Con il tempo, le gesta si trasformarono in leggenda e l’opera si trasformò in miracolo, e i suoi benefici, dono divino.
Gli uomini perciò divennero adoratori della diga, e gelosi della sua custodia.

Ma per adorare la diga, non amarono le proprie donne. Le proprie donne non erano adorate come la diga.

Esse erano come cose, mentre la diga era come una persona. Le donne odiarono la diga e decisero di vendicarsi. Giunsero alla conclusione che non c’era soluzione a quella folle idolatria, se non una: distruggere la diga.

In una notte, le donne si armarono di picconi e lavorarono per distruggerla. Ci riuscirono, ma tutte finirono trascinate via dalla violenza del fiume.

Gli uomini, visto il disastro, piansero. Ma non si accorsero che le donne erano scomparse, se non un giorno dopo il disastro. Allora capirono, e piansero ancora.

Di quella civiltà oggi non c’è più nulla: nè i figli, nè la diga.

Nuove metanarrazioni

Si dice che oggi, nella post-modernità, non ci siano più meta narrazioni, ossia, non c’è più una storia che guidi la storia. Il cielo di carta è stato bucato, come direbbe Pirandello, e come direi io, siamo usciti da Matrix. Mai come in questa epoca ognuno di noi è libero di raccontarsi la propria storia e di crederci. Non tutti però riescono a sopportare questo mondo che ora come ora sembra essere senza senso.

Chi è cristiano oggi non può ignorare le verità scientifiche, a meno che di non sembrare folle o sciocco o bigotto. Chi credeva nel comunismo forse continua a crederci, ma sembra abbagliato da un’ideologia che è estranea alla maggior parte delle persone e che ha avuto attuazione in modi diversi da quelli prefigurati, in luoghi inaspettati e sta avendo un seguito ancor più strano. In cosa si deve credere oggi? Nel progresso già all’epoca del romanticismo erano sorti i primi dubbi. Figuriamoci oggi dove ci rendiamo conto di essere spiati ogni giorno e tuttavia continuiamo a rimanere passivi e disinteressati.

Ci sono individui che stanno cercando fuga da questa realtà raccontandosi nuove storie. C’è chi ritorna ad esaltare un passato fatto di patria e religione, chi si chiude a riccio nella propria fede, più per disperazione che per altro, altri che cercano nelle guerre sante delle ragioni di vita e di riscatto. Altri si raccontano dei rettiliani e della terra piatta. ….. Queste sono delle nuove (pallide) meta narrazioni, in cui piccoli gruppi si chiudono per far fronte ad un oceano aperto in cui non c’è nulla, in cui non c’è senso all’esistenza in cui il proprio ego svanisce nell’immensità e la propria esistenza diventa irrilevante.

Possono esserci delle nuove meta narrazioni? Secondo me, si.

La corsa allo spazio!
L’umanità è destinata a regnare sui cieli e su altri mondi. C’è altra vita nell’universo, sotto forma di batteri e microorganismi, o al massimo di flora. Ma fauna intelligente come noi? Fino ad oggi non abbiamo avuto prove che ci testimoniassero l’esistenza degli alieni, rendendoci di fatto l’unica specie intelligente nell’universo (per ora). Riflettendoci, noi siamo soli. Siamo come un uomo solo su un pianetino che dialoga con sè stesso, fa la guerra con sè stesso e impazzisce. E nessuno che è mai venuto a dirci che non siamo soli. La corsa allo spazio, come su Star Trek, è un modo per rispondere al quesito sulla nostra solitudine e per capire in che era siamo, ovvero, se noi apparteniamo all’era della fine, cioè che siamo stati creati da altre civiltà che ora non ci sono più, oppure se apparteniamo all’era dell’inizio, ossia se siamo noi la civiltà che, ponendosi grandi domande esistenziali, abbia poi creato altre civiltà a propria immagine e somiglianza, non trovandone altre. Se veramente fossimo soli, verrebbe quasi da dar retta alla Bibbia e all’idea che Dio abbia fatto il mondo per noi. Viceversa, se non fossimo soli, confermerebbe la relatività della nostra presenza nell’universo. Ma prima di avere una risposta del genere… ne dovrà passare di tempo!

L’umanità che si salva da sola. Cioè, in una nuova forma di fede nella scienza, si avvera quella che Comte aveva chiamato “religione dell’umanità”, in cui l’Uomo è al centro dell’adorazione. Nessuno di noi sarà in pace finchè il male, incarnato nella povertà, nell’inquinamento, nell’ignoranza, non finirà. Non sarebbe una brutta religione, ma per fare di noi stessi oggetto di adorazione occorre una gran saggezza. Sarebbe il segno che l’umanità è passata ad uno stadio successivo della propria evoluzione culturale, ovvero, riconosciamo che la nostra grandezza e il nostro benessere sono dovuti a noi stessi e ai nostri sforzi fisici e intellettuali, ma allo stesso tempo non siamo arroganti di questa consapevolezza. Le religioni tradizionali giustamente temono questa religione perché facilmente l’adorazione dell’Uomo diventa egomania, e dunque non sviluppo della razza intera ma forme di esaltazione egoistica e controproducente. In ogni caso, credere che il nostro dovere è quello di rendere la vita migliore a tutti è una bella storia.

Inventarsi la propria storia. Io l’ho fatto, in qualche modo funziona. Oggi siamo liberi di crearci la propria narrazione, e possiamo farlo per orientarci. Un processo in cui siamo consapevoli di crearci cultura, e allo stesso tempo crediamo a ciò che ci stiamo raccontando, in buona fede che ciò che abbiamo creato ci guiderà per il meglio e ci darà la abbisognata pace per sopravvivere e restare al mondo.

Non pensarci affatto. Tanti fanno così, seguono le cose di ogni giorno senza pensare. Godersi la vita un pezzetto alla volta, fare della propria vita una bella storia, anche senza necessità di guidarsi, pur consapevoli di come è il mondo. C’è qui un fregarsene consapevole, saggio, e anche un fregarsene stolto, chiamato anche “beata ignoranza”.

Caso Rowling

Per il nuovo film di Harry Potter, “Harry Potter and the cursed child”, è stata scelta un’attrice di colore per interpretare Hermione, la signora Noma Dumezweni. Da molto tempo vedevo thumbnails su YouTube riguardanti la Rowling e una polemica su Harry Potter nero. Non li ho mai guardati questi video perché più di tanto non seguo Harry Potter, figuriamoci le polemiche. Alla fine però ho voluto informarmi quando Wesa di WesaChannel ha pubblicato un video sull’argomento: https://www.youtube.com/watch?v=zjGjw3mgKn8 , molto giusto, che però non ho trovato esaustivo della questione. Ho quindi letto questi articoli per capire meglio:

https://www.cnet.com/news/j-k-rowling-on-reaction-to-a-black-hermione-idiots-were-going-to-idiot/

https://www.independent.co.uk/voices/j-k-rowling-we-all-know-you-didnt-write-hermione-as-black-in-the-harry-potter-books-but-it-doesnt-a6781681.html

http://time.com/4157983/hermione-granger-black-harry-potter/

La questione è questa: Hermione, la protagonista femminile, è sempre stata nera agli occhi dell’autrice, ma l’autrice non ha mai specificato il fatto che lo fosse se non oggi, dopo anni e anni dalla pubblicazione del primo libro, e per giunta in un clima diffuso di politically correct. Secondo i fans disperati, la Rowling ha fatto questa pubblica affermazione solo per piacere agli SJW, i famosi Social Justice Warriors, che ovviamente non possono non aver apprezzato questo suo intervento, che introduce diversità in una serie di personaggi quasi tutti bianchi.

La mia opinione? Innanzitutto, non specificando il colore della pelle della protagonista, e dato il tempo e il luogo (Hogwarts è un posto in Inghilterra, in atmosfere scozzesi) è facile aspettarsi che i personaggi siano tutti bianchi di pelle, e che, se anche ci fossero neri, questi siano di recente venuta e quindi una esigua minoranza. Immaginiamo il contrario: un’autrice nera di Addis Abeba scrive un libro su una scuola di maghi situata in qualche parte sperduta dell’Etiopia. Dei protagonisti non ci è specificato il colore della pelle. Come dovremo immaginarli secondo voi, se non neri, dato il luogo e il tempo? Poi però l’autrice ci dice che c’era un personaggio principale bianco, ma ce lo dice solo dopo tantissimo tempo, dopo che ormai tutti abbiamo creduto fosse nero. Sarebbe straniante, fastidioso, guastafeste, a prescindere che sia vero o meno. Il distruggere idee consolidate non può non dare fastidio e la Rowling non poteva non pensare che fare una simile affermazione non avrebbe avuto conseguenze, specie dopo tutto questo tempo.

Wesa a proposito dice che è diritto dell’autrice fare ciò che vuole del mondo di Harry Potter, e non lo metto in dubbio. È la sua opera, e lei e solo lei ha diritto di dire cosa è canonico e cosa non lo è. Tuttavia è comprensibile la reazione dei fan. La trama in fin dei conti, non cambia, alla fine il bene prevarrà sul male e tutti torneranno a casa e si faranno la famiglia. Il fatto sta che un’immagine alla quale tutti si erano affezionati, un’immagine costruita in anni di film e libri, viene distrutta in un nanosecondo dalla stessa autrice, e in mala fede. Capisco dunque le reazioni di molte persone, sebbene io me ne chiami fuori.

Ci tengo a specificare che la Rowling non ha mai detto che ha immaginato Hermione nera per amore del politicamente corretto, semmai perché la vedeva così, così è nata nella sua mente. In buona fede, le sue parole sarebbero credibili, se non fosse che sono state pronunciate con grande ritardo, dopo che ormai si era già consolidata un’idea del personaggio, e per giunta delle parole che fanno molto comodo nel giorno d’oggi, dove la diversità è pesata a oro. Il tempo insomma, gioca a sfavore della Rowling e ci fa dubitare di quello che dice. In mala fede, ipotizzo che la donna, frequentando ormai ambienti progressisti (e ricchi), sia entrata nel giro e nella mentalità, e le è sembrato giusto aggiornare il cast con personaggi di colore per coerenza con il suo nuovo pensiero e per rispetto verso il nuovo gruppo di persone di cui fa parte. Poi si è giustificata con i fan.

Prova di quello che dico è nei film. Se Hermione fosse stata veramente nera, nel film si sarebbe visto per forza. Il libro magari non può specificare tutto, ma la telecamera invece si. Al momento del casting, la Rowling doveva dire: “Guardate che Hermione è nera, non bianca”, e fare pressioni per la scelta di un’attrice nera. O comunque dirci: “è stata scelta una bianca, io invece la immaginavo nera.” Forse si è trovata in condizione di non poter scegliere o non poter dire come stavano le cose, ma mi sembra strano. Hermione è stata bianca, e la Rowling ha guadagnato dall’Hermione bianca e non ha detto nulla. Ora la rigetta, forse perché non va più di moda. Comunque non spingerò oltre la questione. Non so nulla di preciso sulla Rowling, non sono informata sulla sua vita a sufficienza, e anche se lo fossi, non la conosco personalmente, perciò il giudizio sulla sincerità del suo gesto lo lascio in sospeso e lo affido ai fan o a chi sa di chi si sta parlando. Torniamo piuttosto alla questione SJW.

Il problema di fondo è questo: perché dover rendere neri o gay personaggi che non lo sono (o in questo caso che non pensavamo lo fossero) distruggendo storie consolidate, piuttosto che invece non creare storie nuove dove questi elementi di diversità possono inserirsi armoniosamente e avere senso? Vi immaginate se ora il figlio ancora vivo di Tolkien ci rivelasse a posteriori che Gandalf era gay e che Frodo era nero? Si, roba da strabuzzare gli occhi. Sarebbe ciò che è successo adesso con la Rowling. Inutili questi cambiamenti a posteriori per aumentare la “diversità” di una storia, fanno solo perdere alla stessa credibilità. L’unica utilità di questi cambiamenti è al di fuori delle storie che ne fanno da veicolo, per avvantaggiare la posizione sociale degli autori o per far contenta una certa categoria sociale che detiene il controllo dell’informazione.


Gli anni sono passati…

Questo blog sarebbe dovuto essere un diario dell’infanzia e dell’adolescenza, ma non è stato così. Ho lasciato tracce dell’infanzia ma degli anni del teenagerhood nulla.

Cosa è successo durante questi anni?

Iniziano le scuole medie e tutti usano facebook. Devo dire che, nel passaggio da infanzia a pubertà, si perde l’essere spontanei. Scrivere su un blog è patetico perché non lo legge nessuno, perché non va più di moda, perché è puerile, perché se scrivi tutto quello che pensi rischi di comprometterti, di farti prendere in giro dagli altri, di dire cose scomode che rovinano la tua reputazione.                                                      

No, non c’è libertà una volta diventati grandi.

Finite le medie, non ho più motivo di scrivere, evidentemente. Eppure, proprio dalla fine delle medie, per tutti questi anni, ho tenuto un diario. Non segreto, non ha lucchetti, semplicemente è anonimo e passa inosservato pur essendo aperto, proprio come me. I primi anni delle superiori sono ancora complessata dalle medie. A 15 anni, nel 2015, ho passato un anno che ricordo come l’anno delle possibilità, l’anno del poter far tutto, un anno in cui ho disegnato molto e durante il quale molti dei personaggi che mi porto in testa oggi hanno preso vita. Il 2016 è stato un anno spirituale e tormentato, dove ho fatto tante stupidaggini ma scoperto anche tantissime cose. IL 2017 segue su quella scia. 2018 anno della maturità. 2019, ultimo anno che conta come adolescenza. Poi finisce, poi si è giovani adulti. Ora sono all’Università, sono felice del percorso di studi intrapreso, ma il mio destino è ancora ignoto.

Se tutto va bene, riprenderò in mano questo blog. Non è malaccio. C’è chi legge ancora i blog?

Durante questi anni, sono successe un milione di cose. Ho fatto un milione di riflessioni, alcune le ho persino dimenticate. Molte cose sono destinate a scomparire, rubate dalla storia. Mi piacerebbe però che i bambini del futuro possano leggere questo blog e vedere in che mondo vivevamo. Mi piacerebbe lasciare un tracciato della mia vita. Per me però è così difficile lasciar traccia che questa potrebbe essere l’ennesima volta che dico di iniziare qualcosa e poi non la faccio. Oh, beh… a volte mi chiedo anch’io che cosa diamine ho fatto, pare che io non abbia affatto vissuto.

Non ho letto abbastanza, non ho viaggiato abbastanza, non ho scritto abbastanza, di nulla ho fatto abbastanza, tranne ascoltare musica, di quello ne ho fatto fin troppo. Vorrei tanto poter recuperare l’entusiasmo che da piccola mi guidava nello scrivere. Scrivere sciocchezze, va bene, ma scrivere e pubblicare. Fare ciò mi rendeva grande nel mio piccolo. Rivoglio la mia vecchia forza. Ci riuscirò?

Mahotsukai No Yome – The Ancient Magus Bride

La copertina dell’anime

 

Questo anime, uscito da pochi mesi, ha attratto la mia attenzione su YuoTube quando ho visto un thumbnail con una ragazza e uno strano “demone” con un teschio in testa. Ho pensato che probabilmente era l’ennesimo anime bizzarro con mostri. Tuttaviadopo  aver visto il trailer mi sono convinta che era di tutt’altra natura.

Le grafiche sono mozzafiato.  Ci sono innumerevoli paesaggi della campagna inglese, dove si ambienta l’anime, creature sovrannaturali, due protagonisti intriganti: Chise Hatori, la ragazza con i capelli rossi, e il mago Elias Ainsworth, con lo strano teschio di cane al posto della testa.

Leggendo la breve trama al fondo di ogni episodio, veniamo a sapere che Chise è stata rifiutata da tutti durante la sua infanzia. Si vende dunque ad un mercato degli schiavi, dove viene comprata per un’immensa cifra proprio dal mago, il quale decreta che lei sarà la sua apprendista E la sua sposa!

Chise ed Elias in versione “chibi.      fonte: Panda-R-Us  DeviantArt

ATTENZIONE, POTREBBERO ESSERCI SPOILER

Il ritmo della narrazione è lento, molto lento. Ci sono tanti fermi immagine sui paesaggi, ovviamente curatissimi e spettacolari, del verde inglese, che ha sempre un non so che di malinconico. Non a caso il romanticismo in inghilterra, nell’arte, è sopratutto di matrice naturalistica. Digressioni artistiche a parte, ho notato come spesso e volentieri i giapponesi ambientino anime e manga in Inghilterra… sarà perchè stanno alla stessa latitudine? Perchè sono isole entrambe? Perchè entrambe le nazioni hanno un passato fatto di folkore e magia? Sta di fatto che l’Inghilterra prima o poi finisce sempre nel mirino del mangaro di turno, a volte per essere stravolta a imbizzarrita come purtroppo succede in anime come Black Butler (e pure acclamati), a volte invece per essere veramente Inghilterra, come in questo caso. Niente sushi, niente stronzate, si vedono colazioni inglesi, cottage, paesini, campagne. Si vede persino l’Islanda, che, draghi a parte, credo che in estate sia verde come ci appare nell’anime. La scelta di così belle ambientazioni rendono l’anime godibile all’occhio.

Che fiori! Avranno un qualche significato simbolico?

 

Roba di qualità!

Parlando dei protagonisti… sono arrivata all’episodio 5, dunque non so ancora molto su di loro. Specialmente sul misterioso mago Elias, che però si dimostra essere gentile con Chise. Il fatto stesso che il cranio gli impedisce di fare espressioni, lo rende un po’ difficile da interpretare. Nel primo episodio da’ prova di non sapere bene come si interagisce, ma nei successivi episodi dimostra di essere serio, dando conferma che questo non è un ecchi o uno shojo o un anime umoristico, anzi, è un anime introspettivo, un po’ malinconico. Questo tono è dato dal vedere il mondo con gli occhi della protagonista, che apprendiamo fin da subito che è stata rifiutata da tutti, che ha perso sua madre davanti ai suoi occhi, che vede le creature magiche (dono che gli ha causato problemi) e che ha cercato di suicidarsi. Infine non si sa come, si è venduta. Chise parla poco, ha gli occhi bassi, non sorride molto, non è un personaggio che fa ridere, e non lo vuole essere. Non ci sono scorci del suo sottogonna, o proporzioni del corpo assurde. Chise è solo Chise, ed è una ragazza realmente traumatizzata. Per questo motivo non la si vede spesso sorridere o parlare.

Chise (SPOILER ALERT), è una Sleigh Beggy, una che attira creature magiche, che ha infiniti poteri magici ma che consumeranno il suo corpo se usati in maniera costante. Chise è una merce rara che molti vogliono, e il suo dono è anche una maledizione, causandole continua spossatezza. Nonostante la cupezza della ragazza, Elias è la sua nuova famiglia, e lei tiene profondamente a lui per questo, perchè le ha detto che sono una famiglia, quando nessuno lo aveva fatto. Dunque dentro la ragazza c’è un germoglio di rinascita, anche se ancora è preponderante una sorta di apatia.

Gli sviluppi dell’anime mi sono ancora ignoti, e gli episodi devono ancora uscire, ma promette bene, e mi ha già fatto versare una damigiana di lacrime al fottuto episodio 3  T^T Comunque promette bene… da guardare assolutamente.

Li mortacci…!

 

 

Per chi non lo sapesse, i blog sono morti. C’è Facebook. Eppure certe  volte tornano utili, perchè non sempre su Facebook c’è quello che cerchiamo. Non ho molto da dire. Quanti secoli sono che non scrivo più? Probabilmente questo posto rimarrà un’isola circondata di nebbie nel mezzo del mare del web.

Buon Natale.

Elucubrazioni di bellezza interiore “Eat mah shit”

Eros e Thanatos, amore e morte. Questo è stato per me un periodo fortemente trascendentale. Incredibile a dirsi, ma più facile a farsi: quando accade è spontaneo e meraviglioso, la realizzazione di avere una comprensione superiore. Attualmente è la mia musa ad ispirarmi queste parole, dopo un’intensa serata di attività, come potrei definirle…. fashion, o meglio di ricerca della bellezza.

Premetto che oggi è stata una giornata particolare. Ho visto la mia cuginetta Flaminia che non vedo praticamente da anni, e devo dire che è cresciutina, una bella esperienza, mi ha fatto rispolverare memorie infantili che avevo sepolto….

Poi ho visto un mio amico di famiglia morto all’obitorio. Esperienza che non esito a definire sconvolgente e affascinante allo stesso tempo. La morte è incredibile. Rende le persone delle “cose”. Non più uomini, ma statue immobili. Osceno, pietrificante, eppure allo stesso tempo attraente. Fa paura. Ho versato qualche lacrima, perchè avrei voluto salutarlo quand’era ancora in vita, il che mi ha fatto riflettere sul fatto che certe cose non tornano più indietro- lezione da tenere ben a mente. Comunque sia, discorsi funerei a parte, questi giorni sono un pochino schizzata.

Schizzati è bello, perchè significa che le pulsioni di vita stanno per manifestarsi in maniera esplosiva, e sono sempre positive. Quindi oggi, anzi, questa sera, ho ricercato la bellezza. Ho provato a mettermi dei trucchi convenzionali (devo imparare a truccarmi per via del Lucca Comics, in quanto dovrò fare un cosplay super di Jinx) ma la sensazione dei trucchi sulla faccia è snervante, la odio, mi pare di avere una maschera, o meglio, delle cose tossiche sulla faccia. Jeez. Allora mi sono struccata, e poi comunque prima non ero propriamente truccata, sembravo una reduce di guerra, mi sono pure scritta sulle guance “Eat mah shit” con la matita, tanto per farvi capire… Ho spiegato a mia madre che questa è l’era di cercare un nuovo metatrucco, ovvero un trucco capace di esaltare, non la perfezione del viso, che ci rende esteticamente tutti uguali, bensì gli inestetismi caratterizzanti, ovvero: le mie vene.

Si, ho delle vene sulla faccia, proprio ai lati della bocca, che sembrano due baffi blu, e sono meravigliosissime! Sono ciò che mi rendono unica. Pensavo allora di valorizzarle. In preda alle pulsioni di vita (viva Freud), ho preso i megacolor e ho iniziato a farmi una sorta di maschera tribale sulla faccia, disegnando sopra alle zone venose delle sorta di fuochi blu. Il risultato? Una merda. Però sentivo che quella era la MIA merda, e perciò era perfetta. Mi sono sentita più bella, più spontanea, ho lasciato che la vita scorresse ovunque sul mio volto. Poi ho realizzato, un po’ come la scoperta dell’acqua calda (che scoperta!), che la bellezza è dentro di noi; ma badate bene, non centra nulla con quelle cagate del tipo “accettati per come sei” (con un’accetta), no no! Si trattava invece di manifestare all’esterno il proprio io caotico interiore, l’Es. E questo caos che genera felicità siamo noi, per cui io potrei dire che c’è una sorta di ispirazione divina dietro tutto questo, o perlomeno, è buono e giusto, e quindi forse ha a che vedere con il fatto che Dio ci ha fatti tutti belli e diversi. Boh.

COOOOmunque, si, è stato figo. Però mi sono ripulita la faccia perchè si. Poi ho provato a ingioiellarmi. Ritengo che le collane di perle vadano ancora in auge, probabilmente grazie alle correnti hipsteriane e stronzate varie, onde per cui, la collana di perle è ancora cool, ma solo se portata sulla testa, ovvero: a mo’ di corona, o matrona romana per meglio intenderci. Insomma una sorta di antico e moderno insieme. Da un’orecchia mi sono messa un orecchino a forma di rosa a cui manca il fratello, e dall’altra una spilla a balia che ho faticato non poco a metterla. Il look è assurdo, mezzo quadro antico, mezzo non si sa, ma è splendido, perchè è una manifestazione di vita e di pensiero proprio. Epico.

Un unico problema: l’ispirazione giunge sempre nella notte, quando uno deve andare a dormire. Ma perché? WHYYYY?

 

Au revoir my friends.

Un ricordo si conserva nel cuore, senza dare importanza alla materialità, oppure va conservato anche l’oggetto che lo rappresenta?

Un ricordo si conserva nel cuore, senza dare importanza alla materialità, oppure va conservato anche l’oggetto che lo rappresenta?

Sapevo che prima o poi avrei dovuto rispondere a questa domanda. Sapessi quanto è arduo decidere se buttare o non buttare via un vecchio oggettino. Una cosa piccolina, insignificante, può causare più dilemmi che far passare un armadio dalla porta, o traslocare e prendere tutti i mobili e portarli via.

Questo carillon era di quando avevo tre anni. Mi ricordo chiaramente che io e la mia sorellina giravamo la molla d’acciaio (sapessi com’era dura!) e, magicamente, il cestino da pic nic si apriva e una famiglia di orsetti con le posate in mano, si metteva a ballare, danzando sulle note turchine di un’anonima canzoncina. Io battevo le mani tutta contenta, e la sorellina, che non aveva nemmeno un anno, mi guardava stupefatta spalancando gli occhioni azzurri. Io le dicevo: «Guarda gli orsetti!»

E lei si metteva a guardarli, finché tentando di seguirli tutti, non le si incrociavano gli occhi.

A quel punto mamma ci toglieva il carillon, e mia sorella si metteva a piangere.

Bei ricordi.

È un peccato buttar via questo carillon, penso che lo terrò.

Vediamo un po’ cosa cela quest’altra scatola…

Oh, c’è l’abitino della mia prima comunione. È di seta bianca, finissimo al tatto, leggero come una piuma. Peccato che le tarme lo abbiano divorato. Però il giorno che lo indossavo doveva essere splendido. E portavo anche delle ballerine bianche con le perle, se non ricordo male. Ero molto emozionata, tutti i parenti erano venuti a vedermi! E c’era anche la mia madrina, che oggi non c’è più… Già, la mia cara madrina…

Nemmeno quest’abito può essere gettato, vorrà dire che lo metterò insieme al carillon.

E invece cosa abbiamo qui?

Nooo, non ci posso credere! È quel numero di Topolino che da piccola leggevo sempre, con tutte le mie storie preferite! Era di quando avevo sette anni…

Me lo regalò lo zio Antonio. Lo zio Antonio era proprio un mattacchione: mi portava sempre a pesca ogni volta che lo andavo a trovare, e poi a casa mangiavamo insieme il pesce pescato davanti al focolare del suo villino di montagna. Quando babbo veniva a riprendermi, io attaccavo a piangere perché non volevo andarmene e lo zio scoppiava a ridere! Eh… povero zio. Se non fosse stato per quel brutto incidente adesso sarebbe ancora qui.

Zio…

No, non devo piangere. Questo Topolino lo conserverò di sicuro, così potrò sempre ricordarmi dello zietto che mi ha voluto bene come fossi figlia sua!

Questo trasloco sta diventando un trenino dei sentimenti…

Ehi, ma questo non è per caso il mio quaderno di prima elementare? Si, c’è il mio nome, la classe, 1°C, e la data: 15/09/1985. Il mio primo giorno di scuola, che bello! Andò più o meno così… c’erano tutte seggioline per noi bambini, disposte a cerchio, io ero emozionatissima, ricordo che per sorridere mi facevano male le guance. Mi ero subito messa a sedere in mezzo a tutti bambini che non conoscevo, e lì ho conosciuto a Vittoria! La prima volta che l’ho vista ho deciso che saremmo state amiche! Mi pare che ci siamo dette: «Ehi ciao! Io mi chiamo Vittoria e tu?»

«Io mi chiamo Gilda, ho 5 anni.» Allora lei mi rispose: «Anch’io ho 5 anni!!! Diventiamo amiche?» «Si!!!»

E ci siamo abbracciate. Com’era facile fare amicizia a quei tempi… chissà che starà facendo ora Vittoria… è anni che non la vedo più. Forse dovrei telefonarla…

Questi oggetti… sono tutti ricordi di un’epoca che non c’è più. Non posso assolutamente buttarli… però… occupano tanto, troppo spazio! Accidenti, che fare?

È vero che un ricordo è qualcosa che rimane nel nostro cuore; ce lo portiamo dentro per sempre, mentre le cose invecchiano, si rompono, decadono, e poi scompaiono…

Ma ho la sensazione che anche i ricordi siano come oggetti… con il tempo la mente li cancella, perché non c’è più spazio per loro. Oppure li seppellisce, ce li nasconde, non ce li vuole far trovare, e anche se alla fine ricordiamo, ormai è troppo tardi.

Queste cose, che poi alla fine scompariranno, servono comunque a ricordare momenti della nostra vita che non pensavamo di ricordare più. Però anche queste scompariranno eventualmente… Quindi che fare? Tenerle o buttarle?

«Saaraa! Vieni qui un momento per favore!!!»

«Eccomi! Cosa c’è?»

«Sono indecisa se tenere o buttare via i vecchi ricordi della nostra infanzia. Ci sono pile di scatoloni pieni di roba, sono ingombranti, ma mi dispiacerebbe a separarcene, dopo potremmo dimenticare cose importanti del passato…»

«E allora? Il passato è passato, lascialo perdere. Saranno anche carini i ricordi, ma secondo me non servono a niente. E poi tutta questa roba è già marcia e ammuffita adesso, quanto pensi che possa durare? Anche se noi non la buttiamo, lo faranno un giorno i nostri figli o i nostri nipoti, perché per loro questa sarà tutta spazzatura che ingombrerà le loro cantine e le loro soffitte.

Quindi lascia perdere il discorso del ricordo e liberatene. Perlomeno puoi buttare via tutte le mie vecchie cose, tanto non ho interesse a rivederle, fanno parte di un passato che non ha più importanza, e che comunque posso sempre ricordare quando voglio, anche senza queste cose»

«Ma sei proprio sicura? Non pensi che invece potresti dimenticartene? E poi questi oggetti non sono cianfrusaglie come pensi! Quello che non ha importanza ha già preso la strada del secchio, ma queste cose servono a non dimenticare!»

«Fai come vuoi… Io te l’ho detto: buttale, che tanto non servono.»

In effetti… il quaderno delle elementari è stato colonizzato dai pesciolini di argento, che ne hanno fatto la loro patria, e così per il Topolino, per non parlare del vestitino della comunione. Il carillon è tutto arrugginito, e gli orsetti sono tutti rotti e sbeccati. Forse Sara ha ragione… è tutto un marciume, non ha senso conservare questa roba.

O forse si.

Ogni ricordo… viene chiuso in un cassetto.

Per riaprire il cassetto ci vuole una chiave. E questa chiave può essere un carillon, o un vestito, o un giornaletto, o un quaderno.

Quando si saranno completamente distrutti, allora potrò buttarli certamente.

Ma non ora, perché ancora servono a qualcosa.

Servono ad aprire i cassetti della mia infanzia.

Questa sono io. Tu chi sei?

Questa sono io,

questa è la storia che sarà raccontata.

Sono venuta al mondo con una missione,

e finché non l’avrò portata a termine non sarò andata.

Allo scoglio dei sogni io non ci andrò mai, e quando morirò non avrò rimpianti. Perché io non lascerò che la vita mi passi davanti, io darò qualcosa ai posteri che valga la pena di ricordare. Io lascerò un’impronta, un’orma, un gesto, un manoscritto, un libro, un detto, un fatto, un qualcosa

per cui valga la pena di ricordarmi.

E quando arriverà la mia ora, io rimarrò immortale e chi verrà dopo giudicherà,

e vivrà sopra quello che io ho costruito o distrutto.

La strada dei quieti, la strada dei miti, io seguirò quella strada. E sotto il velo candido batterà forte il cuore e il fuoco arderà solenne. E dietro di me la scia che lascerò, sarà quella di chi ha vissuto, senza mai perdere nemmeno un giorno. E vivrò ancora nelle vite di altre vite,

per sempre, nei secoli dei secoli.

Amen

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Questa pseudo poesia con finale da preghiera è un discorso solenne che io stessa rivolgo a me. Ormai ho capito cosa voglio fare nella vita. Voglio vivere, voglio scrivere, voglio raccontare e allo stesso tempo insegnare. Sento che attraverso l’insegnamento, non importa come, io farò del bene, e scrivendo, ovvero lasciando su carta e caratteri il mio passaggio, in qualche modo io non morirò perché potrò essere ricordata. Un uomo alla fine è fatto delle sue opere, dei suoi gesti, di quello che ha detto e che ha fatto.

Inoltre scrivere e raccontare sono attività che mi danno anche piacere proprio perché sento di fare la cosa giusta. Ancora sono in alto mare ma ho davanti a me tutta la vita per migliorarmi, devo solo continuamente darmi spintarelle e calci nel sedere per non cadere nella pigrizia emotiva. Bisogna avere fede, ed è vero che la fede è rappresentabile come un fuoco, perché è forza, fiducia e speranza. Non importa che fede sia, religiosa o laica, si tratta sempre di un mix di emozioni potenti che servono a farti fare quello che tu hai in mente di fare, che ti aiutano a determinare chi sei, che ti aiutano a vivere. Io questo mix lo chiamo fede, e bisogna davvero crederci, come da piccoli credevamo in Babbo Natale; ma con una differenza: Babbo Natale non esiste, ma quello che tu puoi fare anche se ancora non esiste, in realtà è nelle tue possibilità. Devi solo sfruttare la fede e renderlo reale. E devi credere di poterlo fare, quello che tu vuoi fare.

Ho solo 15 anni, e di certo non posso dare lezioni di vita, ma almeno ho trovato la mia strada. Ma tu? L’hai trovata la tua strada? O stai ancora cercando una via? Se hai meno di 15 anni allora io ti dico: abbi pazienza, perché alle porte dei 15 ti si aprirà un mondo. Ma se ne hai di più e non sai che fare, credo che il miglior consiglio che ti posso dare è di fermarti e di ragionare con te stesso, cercando tra i tuoi hobby, tra le tue passioni, tra la tua indole, cosa ti riesce meglio fare, e cosa ti piace fare. E tra cosa ti riesce meglio e cosa ti piace, tu troverai la tua strada.

Spero di aver illuminato qualcuno oggi, e se non ho illuminato nessuno, almeno posso dire che ho compiuto un passo nella mia strada.

Arrivederci.

Olio di palma vade retro

Ieri sera ho visto Report alla tv e come in ogni sacrosanto episodio ho assistito  alla bocca della verità sparare missili balistici intercontinentali su tutto e su tutti. Nell’episodio di ieri la base missilistica di Report ha messo a segno un colpo su uno degli argomenti più scottanti dell’industria alimentare: l’olio di palma,  meglio noto ai profani come “grasso vegetale” (scritta presente su tutte le confezioni fino a poco tempo fa). Ma perché l’olio di palma ha suscitato tanto fervore tra i consumatori?  Innanzitutto parlando dei rischi della salute, l’olio di palma raffinato si traduce in colesterolo puro per le nostre arterie. Volendolo evitare é difficile : l’olio di palma é ovunque, specialmente nelle merendine che più amiamo, nella Nutella (31%), nei Kit Kat,  ovunque!!! Ma se il rischio della propria salute non é un deterrente allora lo sarà il rischio che corre il nostro pianeta. Bisogna sapere che quest’olio viene prodotto in Indonesia, che ne é il maggior esportatore mondiale. Per far spazio alle piantagioni sono state abbattute innumerevoli foreste, anche quelle dei parchi in teoria protetti,  sfrattando le scimmie locali dal loro habitat. Il punto della questione è che la maggior parte delle aziende che ha violato i confini dei parchi sono aziende che poi si dichiarano sostenibili e rispettose dell’ambiente,  quando invece non lo sono affatto. Inoltre, vi stupirà sapere che il terzo produttore mondiale di CO2 dopo Cina e America é proprio l’Indonesia. Questo a causa delle deforestazioni massicce che hanno perpetrato gli Indonesiani sul loro territorio. Da un punto di vista storico stiamo rivedendo ciò che da noi è già avvenuto durante i “mitici” (e dico mitici) anni ’70, ovvero inquinamento incontrollato, deforestazione, edilizia selvaggia e via di seguito, ma in scala ancora più grande e devastante!  Ora non si tratta più di colesterolo  o no, si tratta di qualcosa di più grande e importante  di noi:  del nostro pianeta. Noi consumatori dobbiamo esigere, e ripeto esigere, cibi da fonti realmente sostenibili.  Dobbiamo ribellarci e far sentire la nostra voce, chiudendo il borsellino. Ricordate: possediamo il potere di far crollare i giganti commerciali!  Dobbiamo solo usarlo. 

Filosofie universali

Leggendo Le Scienze ho scoperto che a seguito della luce primordiale del Big Bang c’è stato un periodo buio e freddo prima dell’apparizione delle prime stelle. Questo articolo sull’universo mi ha fatto riflettere sull’origine stessa dell’universo. Se é vero che nulla si crea e nulla si distrugge, allora questo vuol dire che il nostro universo é nato da qualcosa che già c’era prima. É possibile che si sia originato da un universo precedente che moriva, ma la domanda principale,  il fulcro del problema,  é: come ha avuto origine il primo universo? É sempre esistito oppure è spuntato fuori dal nulla? Le risposte a queste domande probabilmente sono fuori della nostra comprensione, e Dio solo sa se troveremo mai una risposta. Però una cosa é certa: in confronto a questi grandi quesiti noi siamo solo delle briciole di polvere che compongono la grandezza del nostro Universo.