Questo Natale non voglio niente (o quasi)

Perché ho già tutto (tranne i soldi). Quando ero piccola volevo un sacco di giocattoli. Verso il periodo di Dicembre le pubblicità di giochi si facevano incessanti e martellanti. Ho nella mia testa il ricordo di queste pubblicità di giochi che non finivano mai e io volevo ogni singolo giocattolo trasmesso, salvo poi riceverne uno al massimo.

Crescendo ho continuato a desiderare un mucchio di beni, materiali e digitali. E fino a poco tempo fa, poco prima di convergere verso il minimalismo, volevo ancora molto. Ma ho preso coscienza nel momento in cui ho capito che la maggior parte delle mie volontà sono dettate da slogan pubblicitari e bisogni indotti, in realtà di mia volontà c’è ben poco. Del resto non ho più bisogno di giocattoli, né di vestiti ulteriori (salvo necessità), né gioielli, o trucchi… forse i libri, i libri sono sempre ben accetti, le cose utili… ma questo Natale, ad eccezione dei soldi, non voglio nulla. Non mi importa delle cose.

E in ogni caso, questo mondo consumistico non mi può restituire l’innocenza perduta dell’attesa di Babbo Natale alla Vigilia, né mi ha mai dato il senso di sacralità che alla festa conviene. Adesso sono in un punto intermedio, dove Babbo Natale se n’è andato, il consumismo se ne sta andando… e chissà, magari un giorno ritroverò la sacralità del Natale. Il mangiare bene, il stare al caldo, la neve… lo stare con chi vuoi. E non consumare, consumare, consumare…

Questo mondo basato sui consumi deve fallire. Questo mondo ci ha rubato troppo di noi. Questo Natale non voglio nulla, e starò bene senza, perché potrò godere dell’autentica sensazione di essere padrona di me stessa.

Questo sarà il mio primo Natale dichiaratamente contro il consumismo. E sebbene sarà ancora come i Natali scorsi, anche se con sempre meno regali, sarà uno dei miei primi tentativi di recuperare lo spirito natalizio. Ma come?

Vivere senza telefono 4

Ho iniziato a leggere Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff. Un libro che… beh, non che mi ha aperto gli occhi, perché li avevo già aperti in passato, ma piuttosto un libro che mi ha ricordato in che realtà vivo (perché ero annebbiata…). Mentre guardavo video nostalgia su YouTube, il mondo del digitale andava avanti e con esso il capitalismo della sorveglianza. Eliminando le app che mi hanno distratto, mi sono liberata del controllo mentale che hanno su di me le grandi aziende dei social media. Almeno in parte, posso dirlo, sono libera. Ma è troppo poco. Ora, io ho smesso di guardare loro. Ma loro non hanno smesso di guardare me. Sto ancora usando lo smartphone. E non è escluso che in futuro, quando mi farò casa, o dovrò comprare una macchina, gli accesori smart, i dispositivi IoT, mi perseguiteranno e mi impediranno di partecipare alla modernità e alla vita sociale (se non vorrò farmi distruggere la privacy).

Posso oscurare la telecamera del mio telefono. Otturare il microfono in qualche modo. Per ora, funziona. Posso cancellare i miei account sui social (tanto lo so che conservano i dati). Posso (ed è già stato fatto) cacciare Windows e mettere Linux. Ma per quanto posso fuggire? E dove?

Le telecamere mi vedono ad ogni strada. I satelliti vedono dove vado. I miei amici mi fanno foto e le mettono online. Le cose intorno a me, necessarie in una vita moderna, stanno diventando sempre più “smart” e sempre meno friendly… Il mio computer è bacato già a livello di hardware, a prescindere che ci sia Linux. Se voglio commerciare o farmi conoscere, sono obbligata a passare per FaceBook, Instagram…

Infine, in un futuro prossimo, non molto lontano, quando avrò dei figli, dovrò lottare come una disperata per assicurarmi che loro non vengano tracciati, profilati, venduti. Cosa dovrò fare? Dovrò dire loro di non farsi foto, di non usare TIkTok, di stare alla larga da tutte quelle cose che i loro coetanei useranno senza capire. Dovrò fare il genitore severo, il genitore antipatico, il genitore paranoico e psicopatico. I miei figli forse mi odieranno, e le persone intorno a me penseranno che sono pazza. E possono pensarlo già adesso.

Ma perché? Perché finire a ridursi così? … Una disperata difesa, un disperato trincerarsi, finire a sembrare degli amish o dei talebani solo perché si è da soli, da soli contro tutta una piaga, un morbo nella cultura capitalistica odierna, che ha dichiarato guerra agli esseri umani, e non solo alla natura. In verità credo che siamo più sotto attacco noi della natura.

Non voglio sottomettermi, ma non voglio nemmeno vivere in reclusione. Per risolvere l’orrore in cui viviamo, ammesso che sia possibile trovare una soluzione, è necessario essere in gruppo. Un gruppo molto, molto grande. Ma non basta. Deve essere un gruppo pronto a combattere e un gruppo pronto a rinunciare ai media attuali per usarne altri alternativi.

Parlerò più a fondo dell’argomento in un documento che pubblicherò in seguito. Tuttavia, per il momento, mi attengo a ciò che posso fare personalmente per liberarmi della schiavitù… Ed ecco le cose da fare:

  • Trovare un modo per defenestrare per sempre YouTube, account consumatore e tutto. Il prezzo da pagare sarà scollegarsi dal resto del mondo, parzialmente, ma è un pezzo in meno di me che possiede Google.
  • Eliminare tutte le app di Google presenti sullo smartphone
  • Trovare un maledetto linux smartphone, o uno smartphone che non sia smart (ammesso che esista)
  • Sanitizzare lo smartphone Android per l’uso di app di utilities

E chissà… chissà se riuscirò a trovare alternative. In attesa che arrivi lo smartphone perfetto, cercherò un minimal phone. In ogni caso, è necessario creare una app di messaggistica indipendente da Whatsapp.

Resoconto finale sul minimalismo

24 Aprile 2019 – Viaggio nel minimalismo 1 26 Aprile 2019 – Viaggio nel minimalismo 2 28 Maggio 2019 – Viaggio nel minimalismo 3 16 Agosto 2019 – Viaggio nel minimalismo 4 31 Ottobre 2019 – Viaggio nel minimalismo 5

A distanza di un mese dall’ultima volta che ho scritto di minimalismo e a distanza di sette/otto mesi da quando ho scritto il primo articolo nel quale annunciavo di cominciare, posso dire che ne ho tratto i seguenti benefici:

  • ho una scrivania sempre pronta ad essere usata (+ efficienza)
  • ho la stanza sempre in ordine (+ pulizia)
  • non sento che mi manca nulla, anzi….
  • ho le idee più chiare riguardo al futuro
  • gli aspetti non-materiali dell’esistenza rivestono ora maggiore importanza rispetto a prima
  • preferisco la ricercatezza e l’utilità rispetto alla quantità.

In poche parole, posso dire che comprare Il magico potere del riordino, di Marie Kondo, è stato un investimento proficuo. Posso dire che lo consiglio a tutti, ma che servirà soltanto a coloro che avranno la voglia e la forza di mettere in pratica ciò che vi è scritto. Per dirla tutta, io non ho nemmeno finito a riordinare, né a buttare tutto, eppure ho già ottenuto moltissimo.

Non solo ho capito ciò che voglio (a grandi linee), ma mi ha dato la certezza di ciò che non voglio e che eliminerò dalla mia vita. La pulizia che ho fatto delle app social non è forse una forma di minimalismo? E questa, la pulizia del telefono, è quella che ha liberato di più il mio tempo e la mia mente. Ciò di cui avevo maggiormente bisogno.

Per ora, il minimalismo può arrestarsi qui, fatta eccezione per gli ultimi completamenti del programma. Il minimalismo estremo per me non è praticabile, né è ecologico buttare via così tante cose. In futuro, quando avrò modo di estendere la pratica del minimal anche al resto della casa, tornerò a parlarne su questo blog. Fino ad allora, sayonara ai viaggi sul minimalismo.

Tanto tempo fa, c’era in me una scintilla di luce, che mi faceva provare tante emozioni. Qualunque cosa io dovessi fare, qualunque attesa io dovessi aspettare, c’era tanta emozione, e il cuore mi batteva forte.

Ricordo che ogni cosa aveva più gusto. Il cibo era più buono. Disegnare più divertente. Il mondo era più vivido. Non potevo fare molte cose, ma allo stesso tempo mi sembrava di poter fare molto, e ogni cosa era immersa nella magia.

Ora, alla soglia dei vent’anni, mi rendo conto che questa scintilla che fa battere il cuore sembra come svanita. Dove sei finita?

In quel tempo, sentivo che se volevo potevo immergermi nelle cose, entrandoci dentro fino alla testa. Oggi, ogni cosa mi sfiora superficialmente, e io non sono in nessun posto.

Dove sei andata, scintilla mia?

Ho creduto, e credo ancora, alla luce dei miei recenti studi, che la scintilla non è andata via da me semplicemente perché sono diventata grande. Certo, diventare grandi non fa bene a lei, ma ho la sensazione che mi sia stata portata via.

Non voglio essere egoista ma, sento che non posso fare altro che dare la colpa agli altri di questa tragedia. Non è colpa mia. Non potevo difenderla se non sapevo come. Non mi importa che la scintilla se ne sia andata perché mi hanno preso in giro alle medie o perché sono stata stordita dal flusso di informazioni o perché la conoscenza mi ha tolto la meraviglia… ormai è andata.

Però credo che tu, ovunque sia, tornerai da me.

Mediterò, e tornerai da me. Ci proverò a cercarti, e tornerai da me.

Ma ti prego, torna da me.

VIVERE SENZA TELEFONO 3

Nello scorso articolo dicevo che c’erano app di cui non si poteva fare a meno, nonché il problema di Spotify e del fatto che senza musica è difficile vivere.

Sono ben sedici (o diciassette?) giorni che non apro i social. Non sento la mancanza del mondo intorno a me. Principalmente perché accedo ai social in maniera indiretta, ovvero, tramite gli altri, che mi mostrano cosa accade sui loro social quando li incontro dal vivo. Di Facebook non se ne sente affatto la mancanza. Né di Instagram. YouTube un poco.

Ma questo è già stato detto. Piuttosto, come si fa con Spotify e con tutte quelle app di utilities?

Come gestire ciò che è fuori del nostro controllo ( i tag per esempio)? Come fare veramente a meno dello smartphone?

Ipotizziamo che ora io elimini lo smartphone completamente, sostituendolo con un banana phone (questo è il telefono di cui parlo tanto).

Potrei sentire la musica dal nuovo telefono? Sicuro, ma dovrei scaricare ogni canzone che ascolto. Probabilmente ai bei vecchi tempi si faceva così. Niente Bandcamp. Niente playlist a tema di Spotify. L’esplosione dell’MP3 (Ipod) fu dovuta alla possibilità di scaricare i brani sul proprio dispositivo in qualunque momento. L’era precedente era l’era dei CD, delle cassette, dei vinili… l’era in cui era difficile ascoltare musica in giro, o ascoltare musica a tema a seconda del proprio umore. Era più complicato ascoltare musica, così come era più complicato farsi ascoltare. Bisogna riconoscere ad Internet che ha reso produrre ed essere conosciuti più competitivo, ma più facile. Ora viene data a tutti una chance. Oggi, condurre un business senza i social è impossibile. Ed è ciò che mi da’ fastidio. Il fatto che questi canali di opportunità sono di fatto dei canali forzati di passaggio, controllati da doganieri malvagi, perché privati. Necessari ormai, poiché siamo assuefatti, ma privati.

Tornando al discorso della musica, se io mi liberassi di Spotify dovrei scaricarmi un mucchio di canzoni oppure rinunciare a sentire la musica. Dovrei tornare alle radio (o web radio), ai vinili, ai cd, ai file mp3 illegalmente scaricati chissà dove. Non posso tornare a YouTube. Com’era la mia vita prima di sentire musica? Non ricordo fosse vuota. In realtà sentivo musica, tramite le cassette… ovvero lo Zecchino D’Oro, per chi ricorda. Dopo quello, niente, fino a che non scoprii Youtube nel 2010. Mi domando se è possibile tornare indietro… ma non credo. Non riesco a concepire la mia esistenza senza musica. Non più. Ma non voglio essere costretta a stare attaccata allo smartphone per sempre… Sempre costretti per un canale privilegiato…

Lady Snowblood

Lady Snowblood è il titolo di un manga scritto da Kazuo Koike e disegnato da Kazuo Kamimura. La protagonista, Shurayuki Hime, è di mestiere una spietata e seducente assassina, pagata da persone che cercano giustizia che non si può avere con mezzi legali. Tuttavia il lavoro con il quale si guadagna da vivere è secondario a ciò che rappresenta il suo dovere, ossia una vendetta da compiere per conto di sua madre…

Un ombrello che… non è solo un ombrello…

Shurayuki è una bambina nata in carcere, in un giorno di neve. Il suo nome, Yuki, significa neve e Shura demone. Shurayuki vuol dire quindi “la figlia di uno Shura nata in un giorno di neve”. La madre aveva perso la sua famiglia, la sua casa, i suoi averi e la sua dignità per colpa di quattro mascalzoni, una banda, che abusò di lei per tre giorni prima di separarsi. Uno di questi la portò via con sé, e lei lo uccise, finendo però in carcere a vita. Come avrebbe potuto avere pace? Come avrebbe potuto uscire di lì e finire ciò che aveva iniziato? La sua vita ormai era compromessa. Ma rimanendo incinta e generando una nuova vita, sarebbe stato come rinascere e uscire da quella prigione. Ecco perché Oyuki (nome alternativo della protagonista) doveva venire al mondo… per finire al posto suo ciò che la madre aveva iniziato.

La donna muore poco dopo la nascita della bambina, alla quale affida tutto il suo rancore e la sua vendetta. La bambina, cresciuta da una delle altre donne carcerate, verrà addestrata per essere forte e non indietreggiare mai nel combattimento. Le sue abilità di combattimento sono tali da impressionare gli uomini più pericolosi del Giappone. Ma Oyuki non è solo brava nel combattimento, è anche terribilmente bella, che nessun uomo (e donna) può resisterle. È astuta, intelligente, creativa, decisa e determinata, dalla volontà incrollabile e dotata di grande spirito di sacrificio. È un personaggio femminile forte e dotato di grande fascino e carisma.

Giudicando il lavoro degli autori, la storia è da celebrare per i contenuti storicamente accurati. Infatti il racconto è ambientato nel Giappone dell’era Meiji, un periodo di grandi cambiamenti culturali. Usi e costumi dell’epoca sono ritratti con grande cura e fedeltà, lasciandoci immergere veramente in un altro mondo, in un altro tempo, e rendendo tutta la storia perfettamente credibile. Quanto al disegno, il tratto è molto raffinato ed essenziale, come ci si aspetterebbe da un buon autore giapponese. La nudità frequente nel manga ci è presentata sempre in modo elegante, e mai in maniera oscena, nemmeno quando l’oscenità è presente a livello di trama. Ovviamente non c’è fanservice. Anche se la protagonista finisce spesso nuda, la sua nudità, che appaga gli uomini nella storia e un po’ strizza l’occhio ai lettori, non è però ingiustificata a livello di trama. La bravura dell’autore ci fa capire che la lady nuda non è nuda per appagare noi ma per raggiungere il suo obbiettivo, a qualunque costo, e pertanto non è considerabile fanservice. Né il personaggio in sé è una scatola vuota di contenuti commerciali, ma un individuo caricato di un pesante fardello.

Il tema della vendetta è appunto il fardello che pesa sulle spalle di Oyuki, che le ha di fatto impedito di vivere la vita propria per vivere le volontà materne. Allo stesso tempo però, è il legame simbolico che la unisce ad una madre che altrimenti non ha mai conosciuto. Ogni cosa immorale fatta è giustificata dall’amore per la madre mai incontrata e dalla condivisione del suo dolore. La devozione della protagonista è incrollabile. Sotto questo punto di vista, la virtù di Oyuki è tale da renderla un perfetto esempio di figlia, opposta ad una parricida. Se ad una prima occhiata noi vediamo solo tette e sangue altrui, poi ci accorgiamo di quanto invece la protagonista sia un personaggio di altissima dignità e di grande obbedienza e fedeltà. La sua devianza è solo apparente, il suo conformismo al valore della volontà genitoriale invece è altissimo, e se Oyuki avesse potuto vivere con sua madre, sarebbe stato uno dei personaggi più esemplari che potremmo mai incontrare.

Il tema che mi ha colpito e che mi preme sottolineare è quello del portare avanti la volontà dei morti. La madre è scomparsa senza sapere se la propria bambina avrà mai compiuto la sua vedetta. Oyuki la porta a termine onorando la volontà materna e dando così senso alla sua morte e alle sue sofferenze. Il portare avanti ciò che i morti lasciano incompiuto, il portare avanti la volontà di un morto è il più grande segno di rispetto per la fiducia accordata, poiché non c’è fiducia più facile da tradire di qualcuno che poi non ci sarà più a rinfacciarcelo. Nel momento in cui è rispettata la volontà di qualcuno non più presente, si raggiunge l’apice della civiltà dove la fiducia per il prossimo e la promessa mantenuta si estendono oltre la durata della vita del singolo. Il rispetto del volere dei morti è a mio parere uno dei massimi segni di cultura e civilizzazione ed è ciò che mi fa vedere questa eroina come tale; non posso far altro che provare empatia e rispetto per un personaggio come lei, sopratutto perché ha rinunciato a vivere la propria vita e ha rinunciato a costruirsi una identità indipendente da quella di demone nato per vendicare. Quando la sua vendetta finirà, e noi non lo vedremo mai, inizierà a vivere e dovrà iniziare a capire chi è lei e che cosa vuole fare nella vita. Secondo me, il più grande scandalo di questo personaggio (e di tutti i personaggi di vendetta, ma lei in particolare) sta nel fatto che, non avendo nemmeno incontrato la madre, avrebbe potuto vivere la propria vita, seguendo il proprio inclinamento e non perdendo i propri anni migliori per uccidere degli individui che non potranno riportare indietro sua madre. E invece, in contrario a qualunque individualismo di tipo shonen, ella accetta fin da piccolissima e di buon grado che la sua esistenza è strumentale e che dovrà eccellere nell’uccidere ed ingannare o venir sopraffatta, non solo perché da sola e deviante ma anche e sopratutto perché donna.

Raccomando a tutti la lettura di questo manga straordinario (in tre volumi) di cui vale la pena passare del tempo a leggere, ma non distrattamente ma con grande attenzione ai dettagli e ai particolari. E auguro infine ad Oyuki di trovare la strada nella sua vita d’ora in poi, anche è solo un personaggio di un fumetto che non incontrerò mai..

Vivere senza app (vivere senza telefono 3)

Non più Instagram, non più Youtube. E poi non più Facebook e Pinterest. E gli annunci sponsorizzati? I post a pagamento? Ecco, non ci sono più novità da vedere. Non ci sono più aesthetic in cui immergersi, non ci sono più vite da copiare o invidiare. Il mondo è stato chiuso fuori. C’è solo la tua vita, vivibile sono e soltanto nella tua maniera, senza un’adesione esplicita ad una corrente estetica, che quasi sempre ha poco pensiero e molto consumo.

Non sento più il bisogno costante di comprare cose di cui non ho bisogno. Posso dire che si tratta di disintossicazione? La realizzazione di questo periodo è che i social sono radioattivi. Il male che ci fanno lo fanno psicologicamente su di noi. Sono armi, da cui non ci guardiamo e di cui subiamo l’effetto. Me ne sono allontanata, e un giorno tornerò; se i social sono radioattivi però tornerò con la tuta contro le radiazioni.

Io su Instagram.

Gita in montagna

La montagna ti mette alla prova. La montagna cerca di buttarti giù. Chi non desiste giunge alla sua cima. È ciò che la montagna mi ha insegnato, a costo di farmi piangere lacrime di commozione e dolore una volta giunta in cima. Ero sfinita per la salita, ma ho dovuto salire ancora per giungere fino a destinazione. Le gambe mi facevano malissimo dopo due giorni… ma è la mia anima ad esserne uscita diversa. Non arrendersi mai, il valore che negli anime è decantato, sperimentato nella vita reale è terribile, ed è ovvio il motivo per cui evitiamo di spingerci oltre i nostri limiti: è traumatizzante. Il cervello non riesce a comprendere il perché facciamo una cosa così contro natura. Eppure, spingerci oltre i nostri limiti, ci porta ad un passo successivo nella nostra vita, e come specie, nella nostra evoluzione. Difficile dire però se, tornando in montagna, oserò ancora sfinirmi così. Chissà…

Viaggio nel minimalismo 5

Le 5 categorie di Marie Kondo: vestiti, libri, carte, oggetti misti, ricordi. Mi sono fermata a oggetti misti. Non ho avuto il coraggio di toccare i ricordi, che, per quanto siano cianfrusaglie, non meritano l’immondizia. In ogni caso ho rimosso molte cose dalla mia stanza, eppure continuano a saltarne fuori di altre, e altre ancora. Ci sono ancora cassetti da svuotare di cose che potrebbero essere utili ma buttandole senza averle usate farei un danno ambientale… perciò me le devo tenere, per essere coerente con lo zero waste. Fino a che punto si può perfezionare il minimalismo?

Un altro punto del minimalismo di Kondo è rimettere ogni cosa al suo posto. Ebbene, sto cercando di prendere questa abitudine, che non è facile. Ti accorgi di quanto sia difficile rimettere ogni cosa dove deve stare se non lo hai mai fatto per il resto della tua vita… ma sopratutto, scopri che certi oggetti non hanno una casa e sono destinati per loro natura a rimanere nomadi, come il portafoglio. La casa del portafoglio non è la borsa, perché, secondo Marie, la borsa ha diritto di riposarsi ed essere svuotata a fine giornata. Dove mettere le chiavi? E il portafoglio? E il cellulare? Come evitare di ridursi al barboneggiamento? Queste sono domande a cui devo trovare risposta.

Il minimalismo FORSE e dico forse, mi ha aiutato a trovare la strada che voglio percorrere nella vita. In realtà ero scettica sul fatto che eliminare le cose potesse veramente schiarire i pensieri, eppure sembra funzionare. Ho scoperto che anche a me in un certo senso piace rimettere a posto. E per mettere a posto intendo reintrodurre l’efficienza, l’efficacia, la serenità. Ogni problema, ogni stortura si può risolvere a patto di lavorare alla radice. Le cose in armonia effettivamente sono molto belle, e molto giuste…

L’aver capito questo mi ha aiutato a rendermi conto che amministrare potrebbe essere un buon lavoro per me. Non importa che cosa si amministri. Amministrare una scuola certo non sarebbe male… Tempo fa sono uscita da un periodo di motivazione nulla pensando che il ministero dell’istruzione sia il mio destino. Perché? Perché cambiando le menti degli italiani quando sono ancora giovani, ci farà avere un giorno un’Italia migliore. E un’Italia migliore da’ potere all’Europa, unisce le sue forze a quelle del gruppo, così che l’Europa diventa più forte. E se l’Europa, un luogo dove si ambisce a una maggiore giustizia sociale, a maggiori diritti per i consumatori, e dove si plasma in parte il destino del mondo, è un posto migliore, ma allora non sarà migliore il mondo? Ecco, ecco cosa può fare una buona amministrazione. Può portare la pace dove è guerra e può portare ricchezza dove c’era povertà. Bisogna crederci. Ringrazio Marie Kondo per avermi schiarito le idee.

E ringrazio me stessa per aver applicato del minimalismo alle app del telefono. Di fatto il ritorno da uno smartphone a una sorta di feature phone è una minimalizzazione delle funzionalità. In poco tempo ho già ripreso a leggere e informarmi. Ho ripreso a guardare la realtà. Ho ripreso a scrivere sul sito. Quando siamo circondati di cose futili la nostra attenzione finisce su queste. Dunque non concludiamo nulla di buono, ma se non portiamo a termine ciò che sogniamo, poi siamo frustrati e delusi, e per allontanarci dalla deludente realtà ci gettiamo nelle futilità che ci circondano, senza mai uscire veramente da questo circolo vizioso. Nel momento in cui si eliminano le cose futili, siamo liberi.

Il viaggio nel minimalismo non è ancora finito, ma posso già dire di poterlo raccomandare a tutti!

Vivere senza telefono 2

Si può scendere a compromesso con il telefono?

Nel precedente articolo, ho detto di aver eliminato YouTube. E poi ho tolto Facebook ed Instagram.

YouTube l’ho usato prevalentemente per la musica ed è stato egregiamente sostituito da Spotify gratuito. La conferma che usassi YT prevalentemente per la musica mi è stata data dal fatto che, questa estate, tra luglio e agosto, mentre provavo Spotify Premium non ho aperto YT se non raramente. Tuttavia mi trovo ogni tanto nell’imbarazzo di dover far vedere un video a qualcuno e non posso farlo perché non ho più la app. Questa mancanza tuttavia non ha minato fin’ora i miei rapporti sociali.

Instagram. Il mio ragazzo mi invia numerose ed interessanti infografiche su IG, nonché incredibili foto naturalistiche, curiosità, fatti. E ancora, io lo usavo per trafiletti di notizie dal mondo. Di solito qualche mai sentita specie di animale che all’improvviso si sta estinguendo o qualche uomo africano che si è messo a fare cose utili per la sua comunità. E infine la pubblicità mirata per me, che devo ammettere, era interessante, talvolta più dei contenuti pubblicati dalle varie pagine. Ho trovato molti prodotti interessanti, di solito novità assolute trovabili solo su Kickstarter o lanciate da poco ufficialmente.                                                                                                             Tuttavia non sento la mancanza di pubblicità, né è dignitoso per me passare l’esistenza a vedere pubblicità e comprare (anzi, non comprare, perché non ho i soldi!). Quanto alle infografiche le posso vedere comunque dal vivo. Inoltre non userei IG come strumento di lavoro per i terribili limiti che ha, quindi l’invio di immagini ed altro si può fare tramite altri canali. E per quanto riguarda l’informazione, quei “cereali” di notizie su IG non sono per nulla comparabili con la maggior completezza di un articolo di una rivista, tantomeno con un libro. Peccato però che guardare tutte le storie e tutti i feed tolga il tempo per leggere un libro completo sull’argomento. In sintesi: IG non mi manca. Almeno non per ora.

Facebook. La piattaforma dei vecchi o di chi non sa usare il computer (senza offesa). Lo uso ormai solo per comunicare con coloro che non hanno Whatsapp o che non conosco ma ci devo parlare. Messenger, la app di messaggistica che si porta dietro,  è altrettanto inutile. Disinstallarlo non mi ha tolto molto.

Pinterest. Beh Pinterest sa far molto leva sulla dopamina. È una app perfettamente congegnata, come IG, FB, con lo scorrimento infinito. Perdersi è facile. Ed è facile andare lì per distrarsi se altre app sono state tolte.

App che non ho rimosso: Whatsapp. Purtroppo mi serve. Fortunatamente è presente sui Feature Phone, ma non posso farne a meno. Mi separerebbe troppo dal resto del mondo (i miei amici). Non sono affossata di milioni di messaggi data la limitatezza delle mie conoscenze, che fortunatamente poi non sono veramente telefono dipendenti. Whatsapp non mi ha mai causato di perdere tempo. Distrarmi a volte si, se mi scriveva qualcuno. In generale, questa app era malefica perché mi faceva prendere in mano il telefono. Poi ci pensavano le altre app a farmi perdere il tempo. Ora Whatsapp non può più fare molto.

Telegram. Non lo uso mai e non so perché ce l’ho. Però ogni tanto mi ci scrive mamma. Non si sa mai quando può servire.

App famose che non avevo: Twitter. Snapchat. Tik Tok. Netflix. Ho l’account su Twitter ma non lo uso dal 15-18. Snapchat. Mai avuto. E a che serve? Tik Tok. Ho l’account. L’avevo recentemente scaricata e poi rimossa. Ho capito che non poteva apportare nulla di buono alla mia vita. Netflix. Ho l’account. Non ho i soldi. Non ho la vista, ma perché peggiorarla ulteriormente?

Cosa riserva il futuro?                                                                                                           Certamente esiste il pericolo, dal momento che ho ancora uno smartphone, che io reinstalli le app rimosse in un momento di debolezza. Sono passati solo quattro giorni, e già i benefici si fanno sentire. Ho letto moltissimo di più. Mi sto disintossicando. Sto studiando. Per il momento ho raggiunto un compromesso con il mio telefono. Ho installato Kindle Reader di Amazon per studiare ovunque. Ho la app di Wikipedia, che forse nessuno tranne qualche nerd brufoloso usa. La app di Trenitalia… app di servizi che non hanno a che vedere col mondo dei social. E sono utili. Purtroppo saranno necessarie sempre più app per identificarsi e accedere a servizi. Questo rende lo smartphone inevitabile. Ma finché esso è legato ad app di pura utility, non crea dipendenza (supponiamo uno smartphone aziendale).

Fare di più!                                                                                                                                    La privacy è un grosso problema. La profilazione pure. Ormai sono stata profilata. Se anche fossi vissuta cento anni, sarebbero bastati pochi giorni di utilizzo, o pochi minuti, di una app, per farmi profilare. Ho ceduto a FaceApp perché era scherzosa, curiosa, divertente. Me ne sono pentita. Non ripeterò questo errore. Mi assicurerò che i miei figli non si facciano profilare. Ma per me ormai non c’è più scampo. Dovrei farmi completamente cambiare i connotati facciali e non servirebbe a nulla comunque. Ma ormai voglio eliminare Google dalla mia vita. Google, e tutti i big, che hanno portato via il mio tempo e i miei soldi e in larga parte tramite gli smartphone che ho avuto da quando ho 13 anni. Per ora sono ad un compromesso con lo smartphone, ma il passo successivo sarà o eliminarlo o renderlo innocuo.

La prossima app che sarà defenestrata sarà Google Keep. Ho già rimosso molti servizi Google dal mio telefono anche se Android non ti da’ la possibilità di rimuovere veramente le app. Per rendere del tutto innocuo lo smartphone bisognerebbe sigillare la fotocamera e il microfono. Lo trasformerò in un mp3. Purtroppo per ora sono costretta a farmi profilare da Spotify, anche se non credo che Spotify rivenda i miei dati all’NSA. Purtroppo (o per fortuna) la musica è entrata a far parte della mia vita. Nel frattempo, aspetterò di comprare il banana phone.

Vivere senza telefono

È possibile vivere senza telefono? Si, ma è un grande fatica.

Specifico: vivere senza smartphone, vivere senza una costante dipendenza da app.

La app che più di tutti risucchia l’attenzione è YouTube. La uso prevalentemente per la musica.

YouTube… Quando non avevo ancora uno smartphone lo usavo per seguire i canali degli youtubers così come potevo seguire la tv. Ci passavo molto tempo. Sul telefono, YT si è evoluto a fornitore di musica. Ho passato molte ore ad ascoltare musica, anche più di un’ora al giorno. Ma se stai su YT a sentire musica, stai pur certo che finirai a vedere video di cagnolini stupidi, di top 10 di incredibili fatti e altro ancora. Molti video di curiosità sono interessanti ma inutili. Nessuno di questi in realtà serve alla propria vita. Nessuno di questi ti aiuta veramente a essere migliore nello studio, nello sport, nel praticare i propri hobby. O meglio: nel tempo che vedi il video, trascuri ciò che hai da fare. E molti di noi non metteranno in pratica quelle cose viste… Ma allora a cosa è servito averle viste?

Come primo step per liberarmi dello smartphone, veicolo supremo di mind controlling, pubblicità e time consuming, mi libererò di YT.

La musica la ascolterò da altre app come Spotify, Bandcamp, Soundcloud. In futuro mi sposterò altrove per ascoltarla.

Gli youtubers possono attendere. Li posso comodamente vedere da computer, dove le ricerche portano sempre più frutto che il telefono.

Infine, riguardo ai contenuti random, non ne ho bisogno. Non apportano alcuna ricchezza alla mia vita. Quanto tempo durerò senza YT?

Edit: ho rimosso Facebook dal telefono… Non serve a nulla se non a vedere fumetti che ormai stanno finendo, pubblicità, stronzate. Ah, dimenticavo, a fornire a Facebook tutte le informazioni su ciò che ci piace per profilarci meglio!

Viaggio nel minimalismo 4

Lo Zero Waste.

Zero Waste vuol dire che noi iniziamo a condurre una vita che punta a produrre meno rifiuti possibile. E coincide con il minimalismo.

Per cominciare questo percorso ho già capito diverse cose: dietro lo zero waste ci stanno molti interessi commerciali che fanno leva su una estetica del bello e del pulito. La verità è che per cominciare questo percorso innanzitutto si comincia col non buttare via le cose che sono ancora buone per essere usate. Anche se non rispettano il minimal aesthetic o sono di plastica. Le si usa fino a che non si distruggeranno. Solo allora le si potrà buttare via. Prima ancora di leggere articoli con questi consigli, sospettavo che questa parte di innovazione al look non fosse per niente zero waste.

Come primo passo innanzitutto, ho comprato OrganiCup, una coppetta mestruale. Tutti si raccomandano di andare adagio in questo percorso perché ci sono grossi cambiamenti da fare negli stili di vita e solo con un passo per volta si può cambiare in meglio. Con la coppetta mestruale, che dura 5 anni, io ridurrei una enorme quantità di rifiuti. Calcolando che ogni ciclo, quindi stimo una volta al mese circa, consumo un pacchetto e mezzo di assorbenti, una dozzina in media, avró= 12*12*5= 720 pallotte di assorbente non riciclabile risparmiate. E considerato che i Lines è, i più costosi sono 4,80 circa, forse di meno, avrò un risparmio di 288 €.

App per meditare

Non servono a niente se non a farci credere che siamo più bravi. Chi mai ha meditato grazie a una app? Solo l’abitudine può forgiare noi stessi. Per un po’ di tempo ho meditato, ma a meno che non sei un monaco o un religioso, presto ti stancherai.

L’app store non può compensare le tue mancanze o il bisogno di qualcosa. Non so dove l’ho letto o visto ma *nel telefono non troveremo le risposte che cerchiamo”. Oggi tutti fanno yoga perché è una moda che ciclicamente ritorna… Domani chissà.

In un momento per me di dubbio come questo, poche certezze ho, ed è che il telefono non ci darà ciò di cui abbiamo bisogno. Semmai ci toglierà il tempo.

Viaggio nel minimalismo 3

Che palle il minimalismo! Buttare via oggetti su oggetti è solo l’ennesimo nevrotico impulso distruttivo. Ha ragione Marie Kondo. Dobbiamo circondarci solo di cose che ci piacciono, che ci ispirano.

Cose che vorrei:

-Un prisma

-Peluche carini

-Vestiti che imitano la natura

-Cose kawaii

-Libri illustrati di Moebius

-Un telefono che faccia belle foto

-Poster!~

-Un bento

-Cose EcOlOgIcHe🐢🌲🌈🌴🌱

Cosa non voglio più:

-La polvere

-Vestiti che non mi piacciono

-Oggetti inutili

-Inquinare

L’Infinito

L’infinito è un desiderio, è come un canto di sirena. La propria coscienza nasce il giorno in cui col pensiero sfioriamo l’infinito, e ci accorgiamo di quanto siamo insignificanti, nel tempo, e nello spazio. La nostra coscienza vola e vola e prova ad abbracciare l’immensità, ma non ci riesce.

L’universo è talmente immenso da far venire la vertigine. È terribile pensarlo. Eppure, di tutti gli animali, solo noi sentiamo l’Infinito. A chi ci dice che siamo bestie, io dico che siamo delle bestie divine, e beato chi, pur sentendo la vertigine dell’Infinito e l’orrore della Morte, li può sentire e capire la nostra grandezza.

Il nostro cervello sembra una scatola fatta per farci soffrire, con tantissimi nervi e neuroni per provare il dolore più raffinato. La nostra esistenza sembra dunque una condanna e un po’ lo è. Ma allora perchè questa condanna è cosí affascinante?

Perchè è cosí bello ammirare il Creato? Perdere il proprio sguardo fra le nuvole, sempre le stesse ma mai uguali… perdere per un attimo il pensiero fra i prati verdi illuminati dal sole e scordarsi che nel mondo c’è il dolore. Volare e volare con l’anima sopra il mondo e vedere un punto azzurro e luminoso… nello spazio non si sente il dolore del mondo, nello spazio solo c’è purezza e un silenzio cosmico. Quel silenzio lo si può sentire occasionalmente quando, giunti sulla cima di un monte altissimo, non si sente più nemmeno il cinguettare degli uccelli, nè il proprio respiro, ed è bellissimo.

Non c’è nulla che ci possa separare da Dio se noi lo vogliamo raggiungere. Ed è bellissimo. Penso che non vorrei vivere in un mondo dove io non sappia nulla di Dio. Nemmeno un esercito di miliardi di atei potrà togliere il dubbio, o il desiderio. Finchè ci sarà ricerca, per quanto disperata che sia, ci sarà vita.

(´,,•ω•,,) owo

Limite per x che tende a infinito…

Immagine di youmath.it

Un limite per x tendente ad infinito. Il regno di Dio è una retta asintotica… non ha inizio, non ha fine. Noi siamo l’asintoto che cerca di avvicinarsi alla perfezione, all’eternità assoluta. Ma per quanto possiamo avvicinarci, non lo raggiungeremo mai… o meglio…

Nell’infinito, ci toccheremo. Ma allora non ci sarà più differenza fra noi e Dio, le linee diventeranno una sola.

Viaggio nel minimalismo 2

Dopo aver dato via un po’ di vestiti e scarpe ho ancora molti vestiti e scarpe. Ho buttato via anche un po’ di cose vecchie. Il percorso che porta al minimalismo è lungo e forse non sono ancora pronta. Potrei ancora mettere via molte cose: libri di scuola (che avrei dovuto vendere!), manga che non continuerò a leggere, donare alla biblioteca pubblica libri che ho letto e non mi hanno particolarmente colpito (ma forse potranno piacere a qualcun altro). Ci sono tanti oggetti di cui non si sente la mancanza dopo averli buttati, ma tanti altri che dispiace a buttare quasi fossero dotati di un’anima. Certamente alcuni, come degli occhialetti da sole che portavo da piccola, nel lungo periodo potrebbero rappresentare ricordi o comunque avere un valore storico. Buttarli via sarebbe un peccato. Cosa fare? Per ora, il minimalismo si fermerà qui.

Viaggio nel minimalismo – 1

Il minimalismo è una corrente di pensiero che ambisce a togliere dalla vita l’inessenziale per lasciare spazio solo a ciò che da’ valore all’esistenza. Molti pensano che si tratti di vivere come un monaco o di stare in una casa senza mobili (e in alcuni casi è così). Ma in realtà il minimalismo è una delle tante risposte al mondo del consumismo. Laddove il consumismo ti propone cose inutili che ti fanno sprecare tempo, denaro e non arricchiscono la tua vita, il minimalismo invece cerca proprio questo: di conservare il tuo denaro, conservare il tuo tempo per dedicarti alle cose e alle persone che ami, infine arricchire la propria vita riducendo ciò che non è necessario.

Marie Kondo è una nota “guru” del settore. Ci sono poi tantissimi canali YouTube, scrittori e autori, orientali e occidentali, che ti parlano di come puoi vivere una vita minimalista.
Che ricordiamo, non è vivere da straccioni ma liberarci della schiavitù che ci lega agli oggetti inutili. Lasciare solo l’utile, questo è il minimalismo, ma non solo.

Non è solo tenere in ordine, è una filosofia. Mia nonna mi ha sempre detto di tenere in ordine, perché quando le stanze e le cose sono pulite e ordinate, si sta meglio e si ragiona meglio. Ebbene la mia stanza raramente è stata pulita e ordinata, e come la mia stanza la mia vita spesso è stata “in disordine”: priorità confuse e permanentemente soggette al cambiamento, ma di fatto, senza produrre grossi risultati. Sempre distratta e/o annoiata. E la mia camera? Piena di cose e di polvere. In realtà, vedendo le case altrui, ho sempre pensato che la mia fosse nella media, ma lascia comunque a desiderare.

Tempo fa ho messo in atto il primo passo del minimalismo, ossia tagliare via ciò che non è necessario. Ho tolto molte cose, eppure la mia stanza è ancora piena di oggetti che potrei togliere. Un altro consiglio era quella di tenere tutto sempre ordinato, riponendo gli oggetti usati. Ebbene, tenere ordinato intorno a sè serve a tenere ordinato nella propria testa. Non è durato molto. La mia scrivania è di nuovo una spasa di oggetti.

Voglio riprovare ad abbracciare il minimalismo. Questa volta documentando, articolo per articolo, ciò che andrò a fare e i progressi compiuti.

Storia della civiltà perduta della diga

C’era una volta un fiume, un fiume turbolento e impetuoso che scorreva trascinando con sé a valle i sassi del monte, i tronchi e i cadaveri degli affogati.

Il popolo che viveva sulle sue sponde decise di sfruttare la sua forza e di fare una grande diga nella valle, inondandola.

Gli uomini iniziarono a lavorare alla diga, ma il fiume era immenso, e costruirla sarebbe stato un processo lungo e faticoso, che avrebbe richiesto anni.

Non una ma ben due generazioni vi lavorarono, e quando fu finita gli uomini osannarono quell’opera, fieri di sè stessi e della propria epica impresa, destinata a tramandarsi per generazioni.

Con il tempo, le gesta si trasformarono in leggenda e l’opera si trasformò in miracolo, e i suoi benefici, dono divino.
Gli uomini perciò divennero adoratori della diga, e gelosi della sua custodia.

Ma per adorare la diga, non amarono le proprie donne. Le proprie donne non erano adorate come la diga.

Esse erano come cose, mentre la diga era come una persona. Le donne odiarono la diga e decisero di vendicarsi. Giunsero alla conclusione che non c’era soluzione a quella folle idolatria, se non una: distruggere la diga.

In una notte, le donne si armarono di picconi e lavorarono per distruggerla. Ci riuscirono, ma tutte finirono trascinate via dalla violenza del fiume.

Gli uomini, visto il disastro, piansero. Ma non si accorsero che le donne erano scomparse, se non un giorno dopo il disastro. Allora capirono, e piansero ancora.

Di quella civiltà oggi non c’è più nulla: nè i figli, nè la diga.

Il mio blog personale