Il Cercatore, l’archetipo del viaggio

Attenzione! Il contenuto di questo articolo è una sintesi di parte del contenuto del libro di Carol S. Pearson “Risvegliare l’Eroe dentro di noi” la quale è stata arricchita  e rielaborata sulla base dee mie riflessioni e dalla mia esperienza con l’argomento in questione.

Il Cercatore è il primo degli archetipi dello Spirito; come dice il nome, è l’archetipo che rappresenta la ricerca, l’impulso che ci spinge ad anelare a qualcosa di più grande di noi. In questo sta la differenza fra gli archetipi dell’Io e quelli dello Spirito: i primi assolvono a bisogni materiali e oggettivi, i secondi invece a bisogni immateriali che talvolta sono persino in contrasto con quelli dell’Io, se non addirittura che lo mettono in pericolo!
Il Cercatore è il viandante che, nel deserto dell’esistenza, va in cerca delle fonti della Verità e del Senso. Forse cerca Dio, forse cerca di capire chi è sé stesso, forse cerca il sacro, ma una cosa è certa: si pone domande, cerca risposte, cerca di darsi una ragione del proprio esistere, alla quale né le comodità del mondo, né la scienza, possono dare definitiva risposta.
Forse la scienza ti risponderebbe che sei qui per una serie di eventi, ma non sarebbe una risposta sufficiente a dissipare il senso di assurdità dell’esistere.
A volte questa ricerca non trova conclusione, a volte invece può addirittura portarci in luoghi oscuri, rovinarci la vita e spingerci ad andare oltre quello che è moralmente o umanamente accettabile.
In ogni caso, per il Cercatore è il gioco di farsi una domanda e cercare la risposta ad animare l’esistenza:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Ulisse, nella Divina Commedia, è condannato da Dante, che decide di inserirlo all’Inferno, perché secondo la moralità cristiana medievale, egli si è spinto oltre ciò che compete agli esseri umani, lontano dalla guida di Dio, e così facendo ha peccato. Oggi invece assomigliamo di più agli antichi: è giusto spingerci fino ai nostri limiti, testare dove posiamo arrivare e poi andare oltre. Tuttavia, come fa notare Carol Pearson e come chiunque di noi abbia potuto constatare, l’archetipo collettivo del Cercatore è diventato un’Ombra, le cui conquiste minacciano di eradicare l’umanità anziché elevarla..

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Il sufflato del Cercatore è la curiosità, la volontà di andare oltre la mera vita che c’è. Vediamo questo esempio:

Questo tweet rappresenta a pieno un Io che ha tutto: il lavoro, la possibilità di comprare beni di comfort, istruirsi, vivere una vita socialmente accettabile, il tutto fino al proprio ultimo giorno. Ma questa Jennifer Down si chiede onestamente che senso abbia questa vita.”I’m bored”, dice. Una vita noiosa, che giunta al suo apice è già giunta alla fine, perchè non ha più nulla da conquistarsi. Ora mi sembra che Jennifer non si interroghi su quale sia il senso propriamente detto, ma semplicemente mi sembra indicare che una vita fatta e finita, una vita adulta, urbanizzata e individualista, non abbia più sorprese da regalarci, se non la vecchiaia e la morte. Questo tweet mi piace perchè ho provato anche io questa sensazione, seppur non in maniera altrettanto netta. La vita ha bisogno che accadano cose, che ci siano sorprese, alti e bassi, e che ci sia qualcosa di più del semplice soddisfacimento dei bisogni fisici e di autonomia individuale.

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Viktor Frankl, psicologo sopravvissuto ai lager nazisti, direbbe alla nostra Jennifer Down che il suo bisogno di significato è insoddisfatto. Frankl, infatti, suggerì che la piramide di Maslow era incompleta. Nei lager, egli era stato deprivato di tutto: del proprio lavoro, della propria salute, dei propri familiari. Qual’era dunque il senso della vita, perchè non lasciarsi invece morire? Lui lo ritrovò quando, osservando i suoi compagni di prigionia, scoprì che i più resilienti erano quelli capaci di trovare un significato nonostante l’orrore e la durezza di quella situazione. La morte invece attendeva tutti quanti si lasciavano andare all’apatia. Aggiungo io che, anche senza finire in un campo di concentramento, si può morire per mancanza di senso, come è successo a mia nonna dopo che è morto nonno.

E poi ci sono quelli che si castrano da soli, non perchè non hanno soldi o tempo o voglia di fare figli, ma perchè temono la responsabilità di aver creato un’altra vita, che secondo loro, è destinata unicamente a soffrire. A parte il mio personale astio verso queste persone, perchè mi sembrano dei moralisti da quattro soldi, è facilmente leggibile che il loro Cercatore ha vagato e vagato nel deserto, ma non ha trovato la fonte del Significato. Ammettono infatti che questo mondo li disgusta, alcuni sono furibondi con i loro genitori per aver dato loro la vita, sottoponendoli così al futuro abbraccio della morte e a tutto il dolore che c’è in mezzo. Non solo il loro Cercatore non ha trovato nulla, ma sono Orfani, Orfani della vita stessa. Io non voglio pensare che il loro viaggio si sia fermato, non voglio pensare che sono giunti all’univoca conclusione che tutto è brutto e che possono solo drogarsi in vari modi per avere temporaneo sollievo dallo stress di esistere. Non voglio nemmeno che facciano dei figli per forza, voglio solo che non vedano che ci siano solo il male e i problemi, o le famose tasse e la morte… vorreri che vedessero anche il bene, la gioia, la scoperta, il mistero, la pace.

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Voglio questo perchè, ciò che mi trattiene veramente dal procreare, è che cosa racconterò alla mia creatura. Più che mai per me si è fatta ardente la domanda di significato, e il mio Cercatore, armato di bussola e di un machete fatto di senso critico, non vaga, ma cerca veramente una risposta. La voglio! Quando assaporo e immagino il momento in cui spirerò, quando mi chiedo perchè proprio qui e ora, perchè quest’epoca e questa nazione, perchè questo pianeta, perchè questo universo, quando sono così, io voglio quella risposta!

Contemplo questo fatto di esserci, mi sembra assurdo, e mi sento un po’ in colpa perchè mi è andata proprio bene. Anche se dovesse esserci la terza guerra mondiale, penso comunque che mi è andata veramente bene, diversamente da miliardi di altri prima di me. Non so nemmeno che cosa c’è al di là dell’universo, o dopo che finirà, e sono più che convinta che la morte sia un bel dispetto, però eccomi… non riesco ancora a pensare che la vita sia malvagia, nemmeno guardando i bambini morire, nemmeno pensando a chi muore da solo, precipitando da un burrone o finendo in un pozzo, o marcendo in un ospedale o buttato nei rifiuti da un serial killer. Anche l’orrore è degno di essere parte dell’esistenza, anche i demoni e i mostri e lo sbagliato e il male. Certamente devono sparire, ma non posso lasciare loro il potere di castrarmi, di vincermi, di farmi rinunciare a generare. Perchè allora hanno già vinto.

Solo sono ancora incerta se sia giusto generare, cerco ancora qualcosa in più per autorizzarmi a farlo, cerco il valore stesso della vita, il suo cuore, qualcosa che non può essermi tolto, qualcosa che giustifica la vita sempre e comunque, anche quando è una merda, anche quando non hai nemmeno un cervello per pensare, qualcosa simile ad una luce che non può essere spenta. Questo è il tassello fondamentale del puzzle, intorno a cui ruota tutta la mia ricerca.

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La verità è che penso tanto alla morte perchè sono proprio felice in questo momento. Ho paura di perdere questa felicità.

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La ricerca spirituale

Ricordo molto bene il momento in cui il mio Cercatore si è manifestato, è stato quando ho deciso di leggere il Vangelo. Avevo quattordici anni ed ero curiosa di sapere cosa ci fosse scritto dentro. L’ho aperto e l’ho letto, e nulla è stato più come prima…

… da lì in poi iniziai a cercare qualcosa. Inizialmente una religione. Avevo capito che lo Spirito era una cosa importante, anche se oggi direi che per l’età che avevo gli avevo attribuito un’importanza eccessiva, a scapito dell’Io. In ogni caso continuai a cercare Dio e a cercare la Verità. Lessi tanti libri, sperando di trovare lì ciò che cercavo. Per i miei gusti, ne lessi molto pochi. Cercavo probabilmente di dimostrare che la morte non era la fine di tutto, e che questo mondo non è radicalmente malvagio. Inizialmente sono state queste le mie preoccupazioni principali.

Successivamente ho cercato una religione o una filosofia di pensiero in cui l’essere una donna del ventunesimo secolo non fosse un problema.

Forse qualcuno pensa che io abbia letto la Bibbia, o il Corano, o qualche canone Buddhista o Induista, qualcosa… e invece no! A posteriori vedo che mi sono mossa con un altro approccio, senza leggere i libri sacri. Ho letto qualcosa di filosofia, tanta sociologia, ho letto dello yoga, ho cercato di decostruire e decostruire e trovare un qualsiasi cosa che… mi facesse sentire bene. Perchè in verità di leggere libroni non me ne andava. Posso dire che le religioni le ho a malapena sfiorate.

Ma a che mi serviva leggere libri se poi tanto queste religioni non potevo viverle a pieno, col corpo, con la comunità?

Mi sono accorta infatti che questa non è una civiltà fatta per credere. Nè nelle religioni orientali, perchè non sono proprie della nostra cultura, nè nel cristianesimo che sia, perchè comunque dai fastidio, o sei strano. Io per prima non nego un certo imbarazzo che provo verso chi crede, eppure allo stesso tempo rimpiango il poter credere. Questa civiltà non è fatta per pregare, non in maniera evidente.

Non c’è nulla di sacro, nemmeno i soldi col senno del poi. Se c’è del sacro, questo va bene fintanto che promuove il consumismo. Per me non ha mai avuto senso il fatto che per entrare in contatto col sacro dovessi spenderci soldi, nemmeno quando ero all’apice della mia ingenuità e creduloneria. Ho sempre e comunque coltivato l’idea che le Verità del mondo sono accessibili da tutti e gratuite, letteralmente Open Source, e si manifestano a chiunque abbia il cuore puro e la mente salda per trovarle.

Alla fine il mio Cercatore ha trovato Sophia. Il sacro che cercavo, il senso, l’ho trovato in lei. Ora credo che solo la Conoscenza mi può veramente salvare, perchè ogni volta che ho scoperto qualcosa di nuovo, sconvolta o felice che fossi, ne ho avuto un beneficio. Con la Conoscenza ho compreso il mio posto nel mondo.

Sapere è bello. Sapendo riesco ad essere magnanima. Sapendo riesco a superarmi. Sapendo posso salvarmi e prendere decisioni. Sapendo che il male ha fine, posso sopportarlo.  Sophia non è mero accumulo di saperi, di libri, di paper scientifici. Sophia sono le intuizioni divine delle Verità del mondo, gli insight, i momenti di brillante saggezza, quei momenti in cui i pezzi del puzzle cadono al posto giusto. Sophia è la conoscenza di Dio, che sta fuori e dentro di noi. Allora lo vedi, allora c’è. Allora ti interroghi su ciò che è bene e male e cresci.

Come dice anche la Pearson, il Cercatore può diventare un Iniziato. Io mi sento Iniziata da quando ho giurato di seguire Sophia. Ora continuo a cercare, ed è questo viaggio, con o senza meta, sacro in sè. Anche se ancora non ho tutte le risposte, conto di poterle trovare. In verità credo anch’io, spero, prego, aspetto una risposta come chi vaga nel deserto aspetta la pioggia. Voglio quel centro della vita, quel centro dell’essere che i cristiani trovano in Dio. Lo voglio pure io, voglio poter far parte di questa verità senza sentirmi esclusa solo perchè ho qualche vizio o sono troppo donna, o altre scempiaggini varie.

 

Voglio solo una scusa.

 

Il Guerriero, l’archetipo della spada

Attenzione! Il contenuto di questo articolo è una sintesi di parte del contenuto del libro di Carol S. Pearson “Risvegliare l’Eroe dentro di noi” la quale è stata arricchita  e rielaborata sulla base delle mie riflessioni e dalla mia esperienza con l’argomento in questione.

Il Guerriero è l’archetipo che protegge i confini dell’Io, quello che ci da’ la disciplina e la forza di portare avanti i nostri obiettivi. Con il Guerriero noi ci facciamo strada nel mondo e ci difendiamo. Senza questo archetipo, siamo vulnerabili e manipolabili.

L’Ombra del Guerriero è presto detta: pensiamo a quanti si fanno avanti nella vita con la violenza e con le furbizie. Il mondo pullula di Guerrieri oscuri in questo momento, contando quante guerre ci sono.

Ma la violenza può andare a braccetto anche con l’assenza di identità. I Guerrieri deboli sono prede dei Guerrieri forti. Organizzazioni militari e terroristiche reclutano così i propri soldati. Ragazzini e giovani uomini con un senso di identità debole finiscono spesso per venire reclutati in cambio di promesse di virilità, soldi, identità e… amore. Accoglienza in un gruppo. Noi ti amiamo, noi ti renderemo un Guerriero, con noi tu sarai qualcuno. Ma la trappola è che una volta entrato, non puoi più uscirne, e la tua vera identità, quale che sia, è solo un ostacolo agli obiettivi del gruppo.

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Quando invece il Guerriero è potente e giunto al suo apice di sviluppo, è padrone di una grandissima virtù: l’assertività. Ci si può far valere senza prevaricare nessuno, si affrontano le sfide della vita con coraggio e disciplina e si è pronti anche a combattere e sacrificarsi per gli altri.  Chiunque abbia mai combattuto contro qualcosa di terribile nel mondo, è un Guerriero, non importa se lo ha fatto con un’arma, con lo studio, con la parola o con i gesti, perchè non è più necessaria la forza fisica per farsi valere. A questo livello, il Guerriero e l’Angelo Custode giungono a fondersi, perchè i loro obiettivi coincidono: combattere il male è prendersi cura del bene, amare è proteggere. I grandi Guerrieri per me sono dei  Paladini.

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Io e il Guerriero

Dopo l’Orfano, anche il Guerriero era un archetipo incolto. Non c’è bisogno di ripetere ancora che era tale perchè io usavo l’Innocente per soddisfare tutti i bisogni dell’Io. Ora che il mondo mi chiama a vivere anche fuori di casa, però, l’Innocente non basta più!

Scrivendo questo articolo, mi sono chiesta quale fosse il mio Guerriero, perchè in me non è evidente come in altre persone.

Innanzitutto ho capito che per me essere un Guerriero significa essere disciplinati e incorruttibili, dove per incorruttibili si intende inalterabili alle manipolazioni. Questo non significa essere sordi e ciechi al resto del mondo, ma saper distinguere il Bene dal Male, gli amici dai nemici, la verità dalla menzogna.
Per me il vero Guerriero è il Risvegliato, la persona descritta nel famoso Sutra del Diamante:

Come le stelle, un difetto della vista, come lampada,
Un finto spettacolo, gocce di rugiada, o una bolla,
Un sogno un lampo balenante, o una nuvola,
Così si dovrà vedere ciò che è condizionato.

Questo è il mio ideale. Ma in verità non credo sarò mai una dura. In realtà sono un po’ una frana come Guerriero!

In questi anni di tribolazioni però, riconosco dove si trovi il mio Guerriero. Quando ricevo una responsabilità, questa non è più solo un fardello ma anche un motivo di orgoglio. Quando me la devo cavare da sola, è un traguardo e un’opportunità, non solo una condanna. E infine, quando mi accorgo che affermarmi come essere umano sta diventando una necessità non più rimandabile, anche a costo di non piacere a qualcuno.

Ci sono tante persone che non possono apertamente esercitare il roulo del Guerriero nella propria vita, per un milione di motivi diversi: perchè non hanno forza fisica, perchè sono isolate e circondate da persone ostili, perchè non hanno denaro o influenza sociale. Però essere deboli non significa non avere un Guerriero interiore.

Avere il Guerriero significa avere un sano orgoglio, un proprio senso di identità, una durezza dell’anima che non può essere scalfita dalle falsità, dalle maldicenze, dai dubbi infondati. Essere un Guerriero significa non lasciare che gli altri raccontino la nostra storia.

Per esempio, come donna, significa non lasciarmi raccontare dagli uomini, cioè di non basare la mia identità sugli stereotipi creati da qualcun’altro. Nessuno ti può dire chi sei, solo ciò che è dentro di te lo può testimoniare. Anche quando gli altri parlano a vanvera e ti umiliano con le parole, essere Guerrieri per me significa non interiorizzarle, non dimenticare mai chi si è veramente.

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Nella vita siamo circondati di persone che vogliono modificarci a loro piacimento.

A causa di pessimi esempi, per lungo tempo dentro di me ho avuto un’immagine del Guerriero malata: per essere tale credevo che bisognasse per forza avere successo sportivo, superiori prestazioni psico fisiche, forza di persuasione sugli altri. Avevo pensato che la forza fosse la prepotenza e che perciò essere forti fosse sbagliato, che entare di cambiare gli altri o di convincerli di qualcosa in cui non credono è sbagliato, anche quando so che è giusto. Per questo motivo raramente mi sento a mio agio ad esporre le mie opinioni… le persone intorno a me dicono sciocchezze, ma io non le correggo, anche quando questo andrebbe a loro beneficio. Ho paura del confronto, di perderlo e di essere umiliata. Ma non solo: è che ho paura di perdermi, di adottare le posizioni del mio interlocutore solo per metterlo a suo agio ed evitare lo scontro.

L’immagine qui sopra rappresenta il finale di Avatar, l’ultimo dominatore dell’Aria. **SPOILER: quando la tartaruga leone insegna ad Aang il dominio dell’energia, lo avvisa che il suo spirito dovrà essere inalterabile se ne vorrà dominare un altro.
Durante lo scontro finale, Ozai sta per avere il sopravvento su Aang, e la sua energia arancione, che rappresenta la sua ideologia di violenza, ha quasi completamente ricoperto il corpo del protagonista. Aang sta per cedere,  ma alla fine ha la meglio, perchè rimane saldo nella sua idea di non violenza. La sua radicalità lo aiuta a sconfiggere il male e a salvare il mondo.**

Ho tirato fuori questo esempio perchè per me rappresenta perfettamente lo scontro fra due confini dell’Io, fra due luci la cui forza è misurata solo dall’inalterabilità della propria convinzione. Quando vedo Aang che sembra soccombere alla luce arancione, tremo.

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L’Ego e lo Spirito

Siamo giunti all’ultimo archetipo dell’Io. Prima di lasciare indietro la famiglia dell’Io e avventurarci verso gli archetipi dello Spirito, voglio parlare di alcune cose.

Innanzitutto voglio far notare come l’Innocente, l’Orfano, l’Angelo Custode e il Guerriero non sono bolle isolate, ma fanno quadrato: uno solo di questi non basta per essere una persona. Solo tutti e quattro uniti ci danno un essere umano completo. Magari privo di spiritualità, ma almeno in grado di funzionare in modo sano.

I quattro si richiamano fra di loro. Il solo Innocente, tipo com’ero io, è infantile. Il solo Orfano è come un animale diffidente. Il solo Angelo è un martire, il solo Guerriero è un demone. Ma tutti insieme, ecco che appare la persona. I due bambini ci fanno amare, e la coppia genitoriale aiuta a prenderci cura di noi stessi. Certo, se fossero quattro Ombre, ci ritroveremmo davanti… non lo so, un delinquente, uno che è infantile, diffidente, fa sempre il martire e se la prende con tutti, la cui identità è basata sul farsi sfruttare e poi lamentarsi.

Ci sono due archetipi che sono collegati all’Io, ma fanno parte del gruppo del Sè: sto parlando del Sovrano e del Mago. Se si ha un buon Ego, il Sovrano significa che sta regnando bene, amministrando ogni parte armoniosamente. E se si è capaci di crescere ed evolversi, vuol dire che il Mago sta facendo la sua magia.

Poi volevo parlare dello Spirito e del suo rapporto col nostro Ego. Spesso gentaglia come me ha l’ardire di ficcanasare nelle religioni orientali alla ricerca dell’elisir dell’eterna felicità o della perfezione individuale assoluta. “Bisogna gettare l’Ego!!!”Ecco… io una volta vidi un video illuminante che parlava proprio di questo, e il fatto è che per abbandonare l’Ego bisogna prima averne uno.

Cosa vuoi gettare infatti, se non sei nemmeno una persona compiuta? Cosa vuoi gettare se sei come aria? Se la tua identità viene creata da altri ad arte? Senza Ego non abbiamo una disciplina per compiere un percorso spirituale serio, non possiamo nemmeno mantenere le promesse che facciamo a noi stessi e agli altri, non possiamo fare nulla di realmente radicale e profondo, nulla che sia duraturo. Ho un po’ lasciato perdere il mondo della spiritualità, anche se mi affascina, perchè è pieno di trappole consumistiche, di sciocchezze e fai da te, di trappole per persone deboli e insicure.

Solo quando non avremo più dubbi su chi siamo, potremo procedere e liberarci dei nostri stessi limiti.

 

 

 

 

L’Angelo Custode, l’archetipo materno

Attenzione! Il contenuto di questo articolo è una sintesi di parte del contenuto del libro di Carol S. Pearson “Risvegliare l’Eroe dentro di noi” la quale è stata arricchita  e rielaborata sulla base delle mie riflessioni e dalla mia esperienza con l’argomento in questione.

Dopo tanta assenza sono tornata per finire la serie di articoli sugli archetipi, almeno quelli dell’Io. Questa settimana tocca all’Angelo Custode!

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L’Angelo Custode, all’interno degli archetipi dell’Io, incarna una figura materna e amorevole: è proprio questo infatti il suo compito, prendersi cura di noi.

Dopo la coppia Innocente-Orfano, c’è la coppia dell’Angelo e del Guerriero, che simili ad un padre e una madre interiori aiutano l’Io a essere adulto e indipendente. Mentre il Guerriero difende i confini dell’Io dalle minacce esterne, l’Angelo Custode lo aiuta a prendersi cura di sé stesso e a mantenersi.

È molto semplice questo Archetipo, ma non per questo è meno importante. La lezione dell’Angelo Custode è una lezione di amore concreto, inizialmente per noi stessi, e poi, ai livelli più alti, verso il mondo. Questo amore è diverso da quello dell’Innocente, perché l’amore dell’Innocente è in realtà un amore interessato, tutto teso alla necessità di essere riamati, mentre questo è un amore necessario, un dovere da compiersi. Questo è l’amore di chi assume una responsabilità e la porta avanti fino in fondo.

Non è un caso che questo archetipo coincida con un’immagine quasi genitoriale. Non si può essere dei buoni genitori se questo archetipo è assente o un’Ombra.

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L’Ombra dell’Angelo Custode è molto spaventosa, perchè trasforma l’amore e la cura in catene che imprigionano. Quando il nostro Angelo è Ombra, cessiamo di esistere per noi stessi e iniziamo a servire totalmente l’Io di qualcun’altro, di cui diventiamo l’archetipo dell’Angelo.

Non starò qui ad indagare le ragioni psicologiche che si cela dietro questo tipo di relazione morbosa, ma voglio sottolineare che questo amore, apparentemente perfetto e incondizionato, quasi devozionale, non è solo una trappola per chi lo offre, che si umilia e fa mille sacrifici, ma anche per chi lo riceve, che non dovrà mai crescere o affrontare la realtà. Farò esempi concreti come il nostro archetipo: partner che fanno da genitori all’altro, partner che consentono che l’altro continui a fare il tossicodipendente, l’infantile, l’obeso… o ancora mogli o mariti crocerossini, che sperano di “salvare” la persona che amano, genitori tossici che inebetiscono i figli e poi li accusano di essere nullità… l’elenco è molto lungo.

In alcuni individui mentalmente instabili, l’Ombra dell’Angelo addirittura li spinge ad azzoppare la vita di un’altra persona, pur di renderla dipendente da sé. Mi è sempre rimasto impresso un caso di cronaca nera in cui una madre aveva convinto tutti che sua figlia era malata, e l’aveva tenuta ferma a letto per tanti anni, anche se non aveva problemi.

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Nel mondo noi vediamo gli Angeli Custodi nei buoni genitori, nei medici e negli infermieri, in chi assiste i disabili, gli anziani, i bambini, gli animali, le piante e quante creature o creazioni abbiano bisogno di aiuto. Senza queste persone la società non esisterebbe, o meglio, sarebbe la società primordiale dove vige la legge del più forte.

Oggi, con l’accrescersi di guerre, c’è sempre più bisogno di Angeli Custodi che rispondano alla chiamata dell’Eroe.

Infatti le domande che pressano il presente sono tante: come daremo da mangiare a otto miliardi di persone? Che ne sarà di tutti gli orfani di tutte le guerre? E che ne sarà di tutti i profughi? Come ci salveremo dal collasso ecologico?  Queste sono solo alcune delle domande a cui l’Angelo che è dentro ognuno di noi è chiamato a rispondere. L’esempio più lampante che mi viene in mente è Gaza, dove finita la guerra, se finirà, rimarranno tanti orfani, disabili e traumatizzati. Lì c’è bisogno di tanti Angeli, io direi almeno uno per bambino, se non di più.

Però chi sarà in grado di rispondere a queste chiamate? Il telegiornale ci ha abituati ogni giorno della nostra vita a interessarci delle sofferenze altrui, senza però mai offrirci una soluzione, facendoci sentire impotenti. Alzi la mano chi, vedendo una persona intenta a chiedere la carità, finge di non vederla ma prova vergogna dentro di sè. Tutto questo è normale, lo facciamo per difenderci, per non essere dilaniati da tutto questo dolore, o anche solo per paura di essere raggirati, trascinati via, in un mondo dove spendersi per gli altri vuol dire realmente lasciar morire il proprio ego, oggi più che mai cosa inammissibile.

L’amore dell’Angelo, lo abbiamo visto, è anche questo, la morte dell’individualismo. Quanti vivono sostenendo gli ultimi non hanno una vita dedita ai divertimenti o al soddisfacimento personale. Spesso essere Angeli è pieno di aspetti brutti, pensiamo agli infermieri che vengono picchiati dai pazienti, o ai missionari e agli operatori di ONG che vengono uccisi da chi cercano di salvare, o ancora donne con la missione di “crocerossine” che finiscono vittime del partner che volevano cambiare. L’amore dell’Angelo è terribilmente simile a quello di Cristo, ma come Cristo, anche l’Angelo Custode può morire sulla croce, e questo ci fa paura.

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Invece… l’Angelo Ombra nel mondo lo vediamo operare in quanti coloro creano problemi e poi ci offrono la soluzione; in tutte quelle organizzazioni dove gli aiuti umanitari si trasformano in catene che portano dritte dritte alla schiavitù  e alla dipendenza economica. Per non parlare di quelle persone che credono di stare facendo del bene quando invece fanno attivamente del male. Ma non c’è bisogno di essere dei terremotati o delle vittime di guerra per finire fra le braccia dell’Angelo Ombra: anche il design degli oggetti, che è indirettamente una cura, può essere usato per distruggere le persone, renderle deboli e dipendenti dalla dopamina, incapaci di autonomia personale. Gli Angeli Ombra sono ovunque, e più che angeli, sembrano degli avvoltoi.

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Io e l’Angelo Custode

Ecco, ora passiamo alla mia parte preferita, quella dove vi racconto gli affari miei! ;3

Da quando ho comprato il libro della Pearson, tutto pensavo tranne che l’Angelo Custode mi riguardasse. Poi per scrivere questo articolo ho dovuto riflettervici sopra, e ho capito come invece tutti questi anni ho sofferto tanto perchè io non ero il mio Angelo. E sto ancora imparando molto! Posso dirlo qui: ho imparato a fare il brodo, ed è una cosa che mi da’ estrema gioia! Cosa centra con l’Angelo Custode? Beh, se non ti sai nutrire, come fai a farti da balia?

Il cammino che ci porta dalla totale dipendenza dai genitori all’autonomia è un cammino lungo e travagliato, e sopratutto, non è una linea retta fatta di certezza. Nasciamo dipendenti, ma non c’è scritto da nessuna parte che saremo mai indipendenti.

Mi ritornano alla mente tanti momenti in cui avevo bisogno dell’Angelo dentro di me, di una mamma interiore. Sono situazioni oggettivamente imbarazzanti da raccontare, perciò non credo che entrerò nei dettagli, ma riguardavano sempre la cura personale. A dodici anni il mio problema era la cura del corpo, lavarmi, cambiarmi i vestiti, e lo è stato per tutta la mia adolescenza: un rapporto travagliato con il lavarsi e il vestirsi.  Oggi vedo il valore dei dettagli e della cura, e lo apprezzo, ma ieri vedevo solo il bisogno di isolarmi e di far capire agli altri che non mi sarei curata per loro e che per me stessa non mi sarebbe importato.

A diciotto anni, uscita finalmente di casa (si fa per dire), i problemi sono stati curare l’ambiente intorno a me e prepararmi da mangiare. Non ci sono stati solo questi, ma  sono stati i principali.

Mi ricordo che ad un certo punto, a quattordici anni, mia madre è rientrata in casa arrabbiata con me e chiedendosi perché non avessi apparecchiato. Io non l’avevo fatto perché nessuno mi aveva detto di farlo, ma inizio a farlo, male, e vengo corretta per rimproveri, non per esempi. Per anni e anni ho fatto la tavola solo con la paura di essere rimproverata, non perchè ne avvertivo la necessità. Era l’Innocente ad apparecchiare quella tavola, per far contenta la mammina così non si sarebbe arrabbiata. Non era l’Angelo Custode.

Poi ho iniziato a pensare che effettivamente era bello per mamma, dopo il lavoro, trovare già apparecchiato, e poi infine ho imparato anche io ad apprezzare il pregio di una buona apparecchiatura della tavola. Ma a parte che non mi è stato veramente insegnato, ci si aspettava che io lo facessi in automatico senza che mi venisse chiesto.

Ora vi rivelo un segreto: lo sviluppo della corteccia prefrontale, che nelle donne inizia intorno ai 23 anni e si completa intorno ai 25, e 25 fino ai 27 per gli uomini, facilita l’autocontrollo e con questo la capacità di svolgere i propri doveri. All’improvviso ti svegli una mattina e sei una persona adulta. Ho già dimenticato com’era il mio cervello prima, eppure ricordo chiaramente quanto mi pesassero i doveri, quanto fossero odiosi!  E ora invece, seppur un po’ sbuffando, li faccio. E di altri ne sento addirittura il bisogno di farli, senza che nessuno me lo ordini. Assurdo, vero?

Comunque non sono state solo queste le mie prove, non è stato solo cucinare o pulire o prenotarsi una visita medica, la mia difficoltà. Ho avuto un acquario, ho avuto da badare, anche se raramente, mia nonna, e ho avuto anche una certa parte di me da gestire… e posso dire che non sono stata un buon Angelo. Ho fallito in multiple occasioni.

C’era molta attenzione sulle mie prestazioni come Angelo e… da una parte non si voleva che io lo fossi. Dovevo rimanere Innocente per sempre. Dall’altra però dovevo esserlo, e saperlo fare bene. Nei termini dell’analisi transazionale, si può dire che ricevevo ingiunzioni contradditorie. Non mi si voleva accordare il diritto di sbagliare, di fare esperienza. Come dire… potevo fare solo l’Innocente che gioca a fare l’Angelo Custode.

Non posso raccontare tutto, però posso dire che ora che sento questo archetipo vicino a me, sono molto più forte. Ho capito che non si tratta solo di saper dormire o mangiare o curarsi. C’è di più: amarsi è conoscersi. Conoscersi è amarsi. E amare è necessario per vivere.

Gatsu l’Orfano

Questo articolo lo dedico a tutti i fan di Berserk ma anche ai miei amici che non hanno tempo (o voglia) di leggerlo. Contiene degli SPOILER, ma ho cercato di ridurli al minimo nel caso poi vi venga voglia di leggervi il manga completo.

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Chiunque abbia letto Berserk in un periodo difficile della propria vita vi rimane poi legato per sempre. Io non faccio eccezione. Durante gli anni universitari me ne sono capitate di tutti i colori, e nel 2022 presi la decisione, per puro istinto, di leggere questo manga chiamato Berserk. Non sapevo molto, tranne che era un cult ma allo stesso tempo una storia terrificante.

Ne sono uscita ossessionata e allo stesso tempo cambiata. Avevo trovato una miniera d’oro, una storia di una completezza e ricchezza di rimandi simile per me solo ad Avatar: l’ultimo dominatore dell’aria. Kentaro Miura, il geniale autore di Berserk, ha saputo prendere ispirazione da quanto di meglio la cultura occidentale poteva offrire ad un uomo orientale, e ha usato questo per creare quella che a tutti gli effetti è una moderna tragedia greca, dotata dello stesso potere catartico delle storie antiche. (Per un approfondimento di questo argomento in particolare, rimando a questo video: https://www.youtube.com/watch?v=zxTwYdYzw8c )

Mentre ero afflitta dalla mia personale oscurità, Berserk mi dava pace e conforto. Non erano i suoi orrori e le sue oscenità, dipinti con crudele realismo, ad alleviare l’animo ferito, bensì l’approccio eroico con cui il protagonista, Guts, si opponeva a tutto il male che gli pioveva addosso, pagina dopo pagina. La vita era una merda, però andava vissuta lo stesso, senza dargliela vinta.

Non so se ero già in possesso del libro di Carol Pearson sugli archetipi, ma so solo che, ad un certo punto, dopo letture e riletture di Berserk, e dopo altrettante letture del capitolo sull’Orfano, realizzai che Guts era l’Orfano per eccellenza, e fu un momento epifanico per me. Se avete letto i miei precedenti articoli sull’Innocente e sull’Orfano, potrete intuire il perché, sennò ve lo spiego io, in poche parole:

rifiutavo di accettare la realtà così com’era, senza filtri e senza vie di fuga. Se l’avessi accettata, sarei sicuramente cresciuta, ma non potevo farlo. Una parte di me cercava di impedirmelo, per proteggermi, in un modo però che mi rendeva codipendente e incapace di stare in piedi con le mie forze. Questa parte però stava perdendo terreno e io ero scoperta e vulnerabile alla sofferenza. Nel bel mezzo di questo caos, arriva Berserk. Compartecipando ai sentimenti del suo protagonista, Orfano per eccellenza, sono riuscita a risvegliare il mio. Alla fine non ho avuto più bisogno di rileggere Berserk, perché la mia Orfana ha imparato da Guts tutto ciò che c’era da imparare. Si può accettare la vita così com’è, senza più bisogno di fuggirle.

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Perché Guts è l’Orfano?

Guts subisce un elenco infinito di esperienze orfanizzanti. Nasce da una madre morta tanto per cominciare. Poi praticamente quasi tutti quelli che entrano in contatto con lui muoiono. Non c’è un Dio buono, non c’è alcuna via di fuga dal dolore, nemmeno il suicidio. Come se tutto questo non bastasse, ogni notte Guts è costretto a combattere contro un’orda di spiriti oscuri che lo perseguitano.

Quando apriamo il primo volume, Guts è noto alla gente come il Guerriero Nero. Un tizio inquietante, cinico, disilluso, guidato unicamente dalla propria sete di vendetta, in solitudine e ostinato a rimanerci, privo di empatia per chi soffre ed è debole. È un Orfano, ma è anche un’Ombra, perché dalla sua solitudine pretende di ribellarsi, senza successo, contro i suoi nemici e il suo destino.

Egli è arrivato a questo punto dopo aver perso i suoi amici, la Squadra dei Falchi. Li ha persi in un modo orrendo, e l’evento in cui li ha persi lo ha ferito permanentemente. Il marchio che porta addosso e che sanguina ogni qualvolta incontra i mostri nemici è la metafora di una ferita traumatica che non si richiude mai veramente. Probabilmente per paura di perdere di nuovo l’amore, di subire di nuovo una ferita simile, si è isolato e ha chiuso il suo cuore.

Si arriva quindi al punto in cui l’intreccio della storia, dopo un lungo flashback, ritorna a coincidere con gli eventi in ordine cronologico. E qui inizia l’arco narrativo detto de i Bambini Perduti. Questo è l’arco narrativo in cui Guts come Orfano esce finalmente dalla sua Ombra, tramite l’incontro con altri Orfani come lui.

In questo arco narrativo, Guts incontra una bambina contadina di nome Gill. Gill non è orfana in senso letterale, ma suo padre è un ubriacone violento che, insieme ai suoi amici adulti, vuole molestarla sessualmente, mentre sua madre è una povera donnetta incapace di difenderla. Il tutto mentre al villaggio dove vive dei mostri attaccano il bestiame, uccidono persone e rapiscono bambini, dimostrando tutta l’inettitudine dei normali adulti ad affrontare minacce sovrannaturali.

Gill quindi è orfana del mondo degli adulti, che non è in grado di offrirle nulla di buono. Poi arriva Guts, e per la prima volta incontra un adulto “affidabile”. Guts non è di certo un genitore modello, né una persona completamente buona o innocente, ma per la prima volta dopo tante notti, la povera Gill può finalmente riposarsi senza temere violenze sessuali. Il parallelo che viene tracciato fra lei e Guts è multiplo: entrambi devono affrontare notti insonni di combattimento, entrambi hanno conosciuto la violenza da parte degli adulti. Ma inizialmente Guts non sa nulla di tutto ciò, non sa che Gill è come lui, anche se lui è un guerriero e lei è solo una bambina.

In questo capitolo in particolare, ma anche nel resto del fumetto, il giudizio di Kentaro Miura sugli adulti è terribile, sono dei mostri: predatori sessuali, violenti, gelosi, perversi, imprevedibili oppure assenti e impietosi. E per fuggire da questi orrendi adulti che una bambina di nome Rosine, amica di Gill, si consegna alle forze del male, incarnando l’Orfano Ombra. Rosine è divenuta un Apostolo, cioè un mostro, che può volare e godere di immortalità e forza sovrumana.

Mentre inizialmente Guts sembra il cattivo che rifiuta di portarsi dietro con sé Gill, Rosine, nonostante il suo aspetto mostruoso, sembra buona e incompresa. Ha infatti creato un “paradiso”, un luogo dove tutti i bambini potranno finalmente trovare la libertà dagli adulti brutti e cattivi. Qui non c’è fame, non c’è tristezza, non c’è freddo, si può giocare per sempre liberi. Rosine-Lucignolo cerca di sedurre Gill-Pinocchio a prendere parte a questo paradiso, così come è riuscita a fare con tutti gli altri bambini che ha rapito. Le sue parole sono piene di rabbia, di vittimismo e di vendicatività e di grande autoindulgenza nei propri confronti. Rosine e tutti gli altri bambini hanno rifiutato la responsabilità della propria vita e della realtà per poter godere per sempre, e questo è giustificato dal fatto che i grandi fanno lo stesso quando si sfogano sui piccoli.

Ma a poco a poco quel paradiso toglie la maschera e rivela la sua immmoralità, perché costruito sulla prostituzione alle forze del male: qui i “bambini” ripetono la stessa crudeltà degli adulti, le stesse perversioni e si divertono così. Diventare come loro non è diverso dal diventare come gli adulti del villaggio. Non c’è veramente pace, non c’è libertà di scelta, non c’è salvezza. E Gill rifiuta Rosine.

Guts poi ucciderà Rosine e brucerà tutto, ma Gill non ha ancora perso la speranza in un paradiso. È disposta ad andarsene via con Guts. Allora lui le mostra una frazione dell’orrore della sua esistenza, ben peggiore di quella di Gill, e le impartisce un’importante lezione, la lezione dell’Orfano: non c’è alcun paradiso verso cui fuggire.

Il dolore non può essere evitato, va affrontato, va vissuto, è necessario per arrivare al vero paradiso, che di certo, ammesso che esista, non si ottiene vendendosi l’anima.

Alla fine, Gill tornerà al villaggio, ma il suo personaggio non è sminuito o disilluso; Kentaro Miura non punisce la bambina (e noi lettori) per aver creduto che ci fosse una via di fuga facile.

A casa l’aspettano ancora gli adulti orchi, ma non è triste o sconfortata, bensì è piena di una nuova forza datale dall’accettazione della realtà. Dovrà combattere ogni notte, proprio come Guts, ma ora si è presa la responsabilità della sua vita ed è questo che può restituirle la vera libertà e la vera felicità.

Anche Guts esce cambiato da questo arco narrativo, dall’incontro con queste due bambine. Gill gli ha offerto un’occasione per essere come l’Orfano dovrebbe veramente essere: solidale. Anche se alla sua maniera, l’ha salvata, e facendolo ha salvato sé stesso, smettendo di essere cinico e solitario. Da qua in poi tornerà ad avere amici (orfani come lui) che si porterà con sé fino al presente della storia (non ancora finita).

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Ho scritto tutto questo per dire che quando veniamo liberati da un’illusione, torniamo ad avere potere sulla realtà. L’idea che la nostra vera vita sia altrove, in un altro tempo o luogo, possibile o ideale, ci toglie potere e ci fa vivere nell’infelicità e nel vittimismo. Questi falsi paradisi, che anche nella realtà si ottengono vendendosi l’anima al diavolo, non ci restituiscono mai quello che promettono, ma nel frattempo ci fanno perdere la nostra umanità.

Anch’io credevo che la vita adulta fosse uno sbaglio, una maledizione. Mi sono a lungo attaccata all’idea che l’apice della mia vita fosse stato quando avevo avuto otto anni; nel contempo desideravo che la mia vera vita iniziasse, ma questi due pensieri erano inconciliabili. Ad un certo punto ho dovuto abbandonare l’illusione che l’infanzia fosse il periodo migliore dell’esistenza, il suo apice. Ogni età ha la sua bellezza e la sua bruttezza, e come Guts, anche io ho dovuto uccidere una Rosine dentro di me che non mi lasciava vivere. Quando infine muore l’attaccamento ad una vita impossibile, si rinasce e si ritorna ad accettare il mondo così com’è: si ritorna a vivere!

I problemi non svaniscono, ma il tuo spirito è di nuovo con te, e così la possibilità della felicità.

Anche se poi continuiamo a credere in un aldilà o nell’esistenza di divinità, smettiamo di essere Orfani Ombra e iniziamo a cambiare il nostro atteggiamento verso il mondo, da uno passivo ad uno attivo. Tante persone religiose, infatti, pur credendo in un aldilà, non hanno smesso di lottare nel mondo reale, accettando di pagare il prezzo di questa lotta con la propria vita, e con loro altrettanti che invece, pur non credendo in paradisi, non si sono sciolti nell’edonismo e nell’inerzia o in una piagnucolosa rassegnazione.

Spero di essere riuscita a farmi capire, anche se questo è difficile da comprendere fintanto che non lo si prova in prima persona. Però la felicità è fatta esattamente così, senza scorciatoie. E poi spero di avervi convinti a leggere Berserk! Credetemi, ne vale la pena.

L’Orfano, l’archetipo ribelle

L’archetipo dell’Orfano, l’incidente scatenante del Viaggio

Attenzione! Il contenuto di questo articolo è una sintesi di parte del contenuto del libro di Carol S. Pearson “Risvegliare l’Eroe dentro di noi” la quale è stata arricchita  e rielaborata sulla base dee mie riflessioni e dalla mia esperienza con l’argomento in questione.

Nel precedente articolo abbiamo parlato dell’archetipo dell’Innocente. Oggi parliamo di suo fratello, l’Orfano.

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Anche l’Orfano, come l’Innocente, è una figura legata all’infanzia, ma a differenza dell’Innocente ha conosciuto prematuramente il sentimento della perdita.  Nel Viaggio dell’Eroe, l’Orfano corrisponde al momento in cui l’Eroe sperimenta uno strappo nella sua quotidianità, l’incidente iniziale che mette in moto la catena degli eventi.

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Volevo mettere qui una nota letteraria. Tutte le migliori storie di scoperta e di crescita hanno inizio con un momento di orfanizzazione. Per orfanizzazione non si intende solo perdere i propri genitori o un parente caro, ma qualsiasi esperienza in cui veniamo abbandonati o traditi di qualcuno o qualcosa di cui ci fidavamo. Un auto pagata cara che smette di funzionare mentre siamo isolati… Un rappresentante politico che tradisce gli ideali del proprio partito e degli elettori… Un amico fidato che ci parla alle spalle; queste e altre sono esperienze orfanizzanti.

Ora penso al racconto mitico del Buddha. Il giovane principe veniva tenuto dal padre in uno stato artificiale di innocenza, chiuso in un palazzo immenso pieno di meraviglie. Se gli dèi non fossero intervenuti, quel ragazzo sarebbe rimasto lì per sempre, vivendo nello sfarzo, nel lusso e nell’illusione che la vita è fatta solo di cose belle. Assistere alla povertà, alla malattia, alla vecchiaia e alla morte è stato terribile, è stata cioè un’esperienza orfanizzante, la prova che il mondo non è fatto solo di bellezza e piacere. Eppure è proprio questa esperienza traumatica a mettere in moto il suo viaggio e a farlo tornare con l’elisir: la liberazione.

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Ricordiamo che anche l’Orfano fa parte della sacra famiglia dell’Io, dove svolge una funzione importante: accogliere gli scarti della nostra persona, tutto ciò che abbiamo rimosso o sacrificato per farci accettare dagli altri. L’Innocente ci fa amare dagli altri, ma solo noi abbiamo il dovere e la responsabilità di amare il nostro Orfano interiore. Nell’abbracciarlo, noi impariamo ad amarci così come siamo.

L’Orfano può sembrare inizialmente in opposizione all’Innocente, ma esso non gli è contrapposto bensì complementare. I due archetipi, quando sono sviluppati in maniera sana, si aiutano a vicenda a guidare l’Io nella società. L’Orfano, insegnandoci ad amare noi stessi, ci rende emotivamente indipendenti e impariamo a non affidare il nostro cuore con facilità. Quando poi lo abbiamo sviluppato, siamo in grado di riconoscerlo a partire dalla sofferenza del prossimo, provandone compassione. Ecco quindi i doni di questo bambino: il realismo e la solidarietà. Ma come per tutti gli archetipi, guai a lasciarlo fare senza supervisione! Se è solo l’Orfano a proteggere l’Io, si diventa persone ciniche, chiuse in sè stesse, vittimistiche e incapaci di farsi aiutare.

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L’Ombra di questo archetipo purtroppo la vediamo spesso in azione, perchè le sue azioni oscure occupano facilmente le prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali. Un esempio banale sono le babygang, dove ragazzi e ragazzini si ribellano al sistema che li ha abbandonati, compiendo brutti crimini. In generale, qualsiasi organizzazione criminale nata sotto il segno della ribellione rientra nell’Ombra di questo archetipo. Di solito queste ribellioni non portano alcun cambiamento positivo, nè correggono gli errori che le hanno generate in primo luogo.

A livello individuale l’Ombra si sviluppa quando viene completamente rigettato l’Innocente e si abbraccia tutto dell’Orfano, anche la devianza più perversa, decidendo di esprimerla senza filtri e senza curarsi che questa faccia del male al prossimo, magari generando altri Orfani. Così si creano traumi intergenerazionali, vendette, odii che durano a lungo e che trasformano le persone in una copia di coloro da cui subirono del male.

Infine ci sono quelli che l’Orfano lo hanno buttato nel cassonetto. Quest’ultima categoria  è fatta di persone completamente vuote e alienate, ma perfettamente inserite a livello sociale. Vivono seguendo la massa, le mode, gli ordini che arrivano dall’alto e dall’esterno. A volte questo vuoto interiore esce fuori e lo manifestano con comportamenti compulsivi e malsani, eppure non riescono a ricondurlo all’alienazione da sè. Per simili individui non ci sarà mai posto per il vero amore o per la realizzazione dei propri sogni, e forse nemmeno per l’amore filiale perchè non sono in grado di insegnare ad un fanciullo o un adolescente ad amare sè stesso così com’è.

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In politica, la mancanza dell’Orfano sano si traduce in persone che vivono alienate e assenti dalla vita pubblica, incapaci di solidarietà. Altre invece, che coltivano l’Ombra, sono incapaci di dialogo costruttivo e di portare avanti cambiamenti reali. L’assalto a Capitol Hill è emblematico: quel giorno degli Orfani Ombra hanno tentato di cambiare le cose, sbagliando però completamente, mancando metodi e obiettivi. Nel frattempo, Maghi e Sovrani oscuri portano avanti la loro campagna di divide et impera, impedendo agli Orfani prodotti dalle loro politiche maligne di riunirsi e sconfiggerli.

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Io e l’Orfano

Sono vissuta nell’Ombra dell’Innocente,  e non a caso, l’Orfano era il mio archetipo più menomato. Non lo volevo accogliere, non volevo dargli il mio amore, ero esattamente come descritto sopra, alienata da me stessa. Nel frattanto la mia Orfana aveva tutto quello che io rifiutavo, sostanzialmente l’identità adulta, e con questa, una pletora di scomode e tristi verità.

Amare l’Orfana e accoglierla in casa è stato un lungo e doloroso lavoro, partito con l’accettare che sono una donna fino all’arrivare a realizzare il mio posto del mondo. E poi ho dovuto accettare una cosa orrenda per l’Innocente: la manchevolezza degli adulti, la loro fragilità, il loro essere umani e fallaci. Sembra scontato ma per me non lo era.

E ora un paradosso: ho faticato anche ad accettare tratti positivi del mio Ego. Perché? Probabilmente perché alcuni tratti positivi comportano una responsabilità, quella di esprimerli, e poi perchè in generale, accettare qualcosa di noi significa prendere atto dei nostri limiti e dare una forma al nostro Ego, riconoscere che ha un inizio e una fine e non si estende all’infinito. Se questo segna una certa fine alla propria ricerca di sè (almeno per un po’) significa anche rimanere con quello che si è al momento, anche se non ci piace. Per esempio, non accettavo il mio stile di disegno, che pure (me lo dico da sola), è bello, ma non è come immagino le cose nella testa o come l’arte dei miei artisti preferiti.

Però alla fine tutto questo è servito. Come l’Eroe, anche noi dobbiamo adempiere al nostro destino e tornare con l’elisir: noi stessi.